Mi addormentai in aereo pochi secondi dopo il decollo, e pochi secondi prima dell’atterraggio con la stessa velocità mi svegliai. L’aereo tremava pesantemente, un vuoto allo stomaco mi fa sobbalzare, lo stesso che si prova quando in auto ci si approccia ad alta velocità verso una discesa. Osservo fuori dal finestrino e non si vedeva nulla. Le nuvole erano fittissime, non si riusciva neanche ad intravedere l’ala che era a pochi metri davanti al mio posto. Ancora incosciente di cosa stesse succedendo, mi volto verso Antonio, il suo volto era pietrificato, la ragazza accanto a lui appunta delle memorie in fretta sul suo diario, forse erano le sue ultime volontà. Sento ancora una volta l’aereo che rallenta, i tremori aumentano, fuori dal finestrino ancora nulla. Lo sentiamo muoversi a difficoltà tra quelle nubi, sembra quasi che il pilota non ci stesse capendo nulla, sembrava di andare in auto su una strada sterrata tanto vibrava quel coso.
Una brusca decelerazione ci mette sull’attenti ancora una volta, il rumore e quello tipico dei flap delle ali che cercano di frenare e la posizione è quella di atterraggio. Stiamo per atterrare, penso rasserenandomi. Tutto d’un tratto i motori danno nuovamente forza all’aereo, l’assetto cambia bruscamente, e la schiena si schiaccia di nuovo sullo schienale.
Il pilota stava tornando in quota, fuori dal finestrino ancora nulla, Giada ci dirà che dal suo posto aveva visto un fulmine passare proprio vicino a noi. Il pilota ci comunica che vi è una forte tempesta sopra Melbourne, che ci allontaneremo un attimo sperando ce passi, poi fra quindici minuti dovremmo riprovare ad atterrare, il segnale acustico dei messaggi dalla cabina si ripete ed ecco l’annuncio inquietante: Allacciate le cinture, e state pronti a possibili manovre brusche ed immediate.
“Cosa?”
“Che ha detto? Ho capito bene?”
Mi consulto con gli altri che sono dietro di me, sembrava il classico annuncio che danno sui film prima che qualcosa di brutto succeda. Mi volto ancora a guardare Antonio, è un blocco di pietra. Si tiene ritto sullo schienale e tiene un respiro intenso. Preso da quella visione scoppio a ridere. Non era la cosa migliore da fare, ma attorno a me troppa gente era super seria, io mi ero appena svegliato, provo a sdrammatizzare per cercare di tranquillizzare lui e me. Impreco contro il pilota e la compagnia Tiger e i suoi aerei di carta pesta. Antonio si sblocca ed inizia a smadonnare contro tutto ciò che riguardi l’aviazione. La ragazza attorno a noi inizia a ridere , anche se si vedono le lacrime scendere dal suo volto. Antonio è convinto piangesse e ridesse. Io voglio sperare fossero lacrime dovute alle risate che si stava facendo a vedere due idioti ad imprecare nelle più comuni e conosciute parole italiane contro il pilota. Intanto più avanti una signora ha il sacchetto di carta vicino la bocca … Pensieri come “ma che diavolo stà succedendo?!?! Ma davvero!!!” mi passano per la testa.
Dopo 15 minuti ancora con le nubi che non lasciavano intravedere nulla all’esterno il pilota ci riprova. Tiriamo tutti un gran sospiro di sollievo quando sentiamo le gomme dell’aereo che toccano l’asfalto e finalmente quella decelerazione che ti rassicura di avere nuovamente i piedi per terra. Qualcuno, sicuramente un italiano, timidamente prova ad applaudire. Nessuno lo seguirà. Non riesco a spiegarmi perché noi italiani applaudiamo ogni volta che un aereo riesce ad atterrare. Come se fosse un numero straordinario. Gli aerei atterrano santo cielo! Come se io applaudissi ogni volta che parcheggio, o ogni volta che il mio treno arriva in stazione senza deragliare. Ancora non me lo spiego.
Usciti dall’aeroporto, dopo aver attraversato lo scalo della Tiger, una specie di capannone rudimentale con una rete in acciaio che facesse da muro e un nastro automatico per i bagagli, ringrazio il cielo di essere uscito incolume da quell’aereo, anche se sapevo che ne avrei dovuti prendere altri due della stessa compagnia per andare ad Adelaide e ad Alice Spring.
Con un taxy per 8 persone, una carretta toyota del 1980 che teneva le curve come un pandino 700cc a trazione anteriore, riusciamo ad arrivare in ostello. Sistemiamo la nostra roba mentre Alice ci racconta la sua esperienza in Giappone, tanto per passare un po’ il tempo. Sembra proprio innamorata di quel posto. Deciderò di chiamarla Alice chan, dopo che mi ha spiegato che l’appellativo San è per persone più anziane e in posizioni più elevate e Kun invece di solito si usa per i maschi ( Spero di ricordarmi bene). Comunque quando Alice Chan finisce di raccontarci un po’ di Giappo, usciamo a fare un giro per la città. Facciamo un salto al Fitzroy garden, dove due cose mi colpiscono, un tratto del sentiero dove i mattoncini del pavimento sono tutti diversi e disegnati da bambini, e la casa del capitano Cook. Che sembrerebbe essere la stessa che aveva in Inghilterra … Nel senso che era proprio la stessa, i mattoni erano stati tolti e trasportati via mare, e poi ricostruita per filo e per segno lì a Melbourne. A quella visione mi rendo conto che se gli australiani sono costretti a fare qualcosa del genere, la storia di questa nazione sembra essere praticamente è inesistente.
Nel frattempo chiamo Mariagiulia, amica e compagna di corso in specialistica, anche lei in scambio per sei mesi, ma a Melbourne. Ci daremo appuntamento per più tardi. Nel frattempo faremo una sosta al federation square, dove un gruppo che si esibisce dal vivo accompagna una birra che prenderemo in uno dei pub li vicino. Decidiamo di andare a far la spesa per cenare, avverto Mary che ci incontreremo vicino al Woolworth in centro e poi decideremo cosa mangiare.
Per strada le viette sembrano molto più carine ed europee rispetto a Sydney, si notano persone fare qualcosa di simile al nostro aperitivo, e chiacchierare piacevolmente dopo lavoro. Melbourne sembra decisamente più europea di Sydney, non per questo più bella, ma diversa, anche la quantità di asiatici per le strade sembra notevolmente inferiore. Aspettando che Mary ci raggiunga, ci sediamo su una panchina poco prima dell’ingresso al Woolworth e ci raccontiamo come sia strano il tempo in quella città. Due ore prima era caldo, poi nuvoloso con qualche accenno di pioggia, poi vento e poi nuovamente calmo e senza nuvole. Ora capiamo perché si dice che a Melbourne si possano vivere le 4 stagioni in un giorno. Poi Mary arriva, salta dentro e come se fosse passato un solo giorno da quando ci eravamo salutati per la partenza ricominciamo a chiacchierare e a fare gli idioti come abbiamo fatto per tutto il primo anno di specialistica. Mi era mancata la sua parlantina incessante, ed ammetto che dopo 2 ore avevo bisogno di una pausa, ma era veramente un piacere rivederla.
Decidiamo di preparare delle penne con zucchine e gamberetti, tipiche pietanze da ostello … Compriamo il tutto e quando torniamo in ostello io, Mary, Giada e Marta iniziamo a cucinare. Anche Antonio ci darà una mano … a tagliuzzare i pomodorini. In ostello tutti ci guardano con invidia quando tiriamo fuori gli ingredienti. Il massimo della genuinità che avessi visto fare quella sera era un piatto di spaghetti con sugo in scatola buttato sopra, da parte di una ragazza tedesca. Noi ci vantiamo delle nostre qualità e intanto cerchiamo di far funzionare quei maledetti fornelli. Non so ancora spiegarmi come mai ma anche se li accendevamo , dopo pochi secondi si spegnevano, andavano ad intermittenza, spegnendosi sempre sul più bello , ossia quando un attimo ancora e l’acqua inizia a bollire, poi poco dopo si riaccendono ancora.
“Ma come diavolo funziona questo coso!” Esclamo innervosito.
Decido di accendere tutti i fornelli e continuare a spostare la pentola ogni volta che uno si spegneva e un altro si accende, una specie di acchiappa la talpa in versione rivista per la cucina. Grandi imprecazioni seguivano quando tutti i fornelli si spegnevano insieme. Alla fine con le braccia ormai cotte come allo spiedo riusciamo a cuocere pasta gamberi e zucchine, ancora non so spiegarmi come, ma il risultato era pregevole.
Passeremo la sera a chiacchierare del più e del meno, poi alcuni andranno a dormire perché esausti. Pochi altri resteranno a chiacchierare per un po’. Io intanto chiacchiero con Mary sulle scale della sua esperienza a Melbourne e dei suoi esami, ogni tanto riuscivo a metterci dentro un paio di commenti anche io, per il resto ascoltavo e basta. Marypaz la chiamo per sfotterla, la sua parlantina è perfino in grado di battere la mia. Per poche ore e mi sento nuovamente a Bologna, rivivo le stesse atmosfere di quando mesi prima si passava il tempo a parlare del più e del meno e dei nostri dubbi sul futuro con i miei compagni Clamda-IM. Fatta notte la riaccompagno fino a casa di un suo amico e torno in ostello. Al ritorno noterò con piacere che anche il parco di Melbourne, dove c’è il royal exibition centre e dannatamente pieno di opossum.
“Dovrebbero diventare loro l’animale nazionale” penso “altro che canguri…”.
Il giorno dopo il sole splende, e decidiamo di andare a Sant’Kilda, la spiaggia più famosa di Melbourne, non ha nulla a che vedere con le spiagge di Sydney, però offre alle 8 di sera la possibilità di vedere il tramonto sul mare, cosa impossibile a Sydney essendo quasi tutte le spiagge rivolte a est. In spiaggia, intanto ci raggiunge anche Saretta, la grande assente del primo viaggio dello spring break, ci raggiunge con un giorno di ritardo a causa di lavori con l’università. Sara aggiungerà quel pizzico di pazzia ed allegria che durante lo spring break ci ha tenuti lontani dal livello di follia assoluto, perfetto, penso. Facciamo il tramonto, tutti insieme ammiriamo quel sole rosso fuoco che lentamente scompare dietro l’orizzonte.
Da amante di fotografia non perdo l’occasione per regalarmi qualche bello scatto e fare un paio di foto carine con Giada e Marta sulla spiaggia.
La sera andremo in uno dei localini in centro suggeriti dall’amico di Andrea originario di Sydney. Poi io ed Antonio ci soffermiamo a fare quattro chiacchiere in ostello, quando torneremo in stanza tutti dormono. Non voglio svegliarli facendo rumore per cercare qualcosa da indossare per andare a dormire, decido che tengo sù la camicia che avevo in dosso. Mentre cerco di addormentarmi, sento Alice Chan che si muove nel suo letto e ad un tratto a voce alta urla
“Io, Io voglio tornare a casa!”
Incredulo dell’accaduto, realizzo che ciò che avevo sentito non fosse frutto della mia fantasia quando mi accorgo che anche Antonio inizia a ridere per la confessione appena fatta nel sonno da Alice Chan.
La mattina dopo mi sveglierò tra gli ultimi, assieme ad Antonio e Giulio, metà delle ragazze sono già in cucina a preparare la colazione, io mi alzo, vedo Giada e Alice e faccio notare quanto sia impeccabile il mio stile
“ Ragazze guardate qua! Mi sveglio e sono già in camicia!”
Si mettono a ridere e mi liquidano con un pirla. La giornata si apre col sorriso. Facciamo un salto al mercato di Melbourne, dove con Giada, in astinenza da gommose, ci concediamo delle ciliegie e con Antonio invece scegliamo di riassaporare un po’ di Italia quando vediamo in un negozietto all’angolo una piccola bottiglietta in vetro di Chinotto San pellegrino. La bibita e la marca più buona del mondo!
Elena ed Alice ci salutano per andare a vedere il museo Disney, interessante, ma non abbastanza per meritarsi i miei pochi soldi. Intanto iniziava a piovigginare, sfruttando il tram gratuito , in cui un omino che lavorava lì raccontava a voce le fermate più storiche ed alcuni dei loro anedoti. Facciamo un giro al Victoria Harbour, ancora una volta l’originalità dei nomi australiani mi lascia senza parole, speravamo fosse un po’ come il Darling Harbour di Sydney, ma invece era semplicemente un molo. Ci sdraiamo un po’ al sole, che intanto era riapparso, come le lucertole e ripercorriamo al ritorno le strade più famose di Melbourne, Bourke e Collins St, per rincontrare Alice chan e Elena nello stesso posto dove il giorno prima avevamo preso una birra.
Camminando per strada ci ricordiamo che nonostante tutto ... E' il periodo di Natale , le lucine per le strade e le scritte sembrano quanto mai inappropiate.
Decidiamo di andare a vedere il Botanical garden, immensi giardini botanici che meritano di essere visti. Per strada incontriamo tanta gente che fa jogging o la tanto in auge fast walking, la camminata veloce …
I Giardini sono carini, ma avendo visto anche quelli di Sydney nulla mi stupisce particolarmente, apparte un gruppo di asiatici che si ferma per fotografarci … bhà …
Sdraiati sul prato di quel posto decidiamo di andare sull’eureka tower, il grattacielo che credevamo il più alto dell’emisfero australe. Scoprirò, tristemente mesi dopo che purtroppo non lo era, ma resta comunque il più altro grattacielo solo residenziale.
Quando l’ascensore che sale a 8 metri al secondo verso l’88° piano , un po’ come la forza di gravità (9,81 m/s) ma al contraio, le nostre orecchie accusano il cambio di pressione, siamo a 300 metri.
Dall’Eureka la vista è grandiosa, si vede tutta Melbourne e in lontananza il mare. In più vi sono alcuni cannocchiali rigidi che danno sui più importanti monumenti della città. Bello, poi da lassù le foto potevano dare grandi soddisfazioni, peccato il tramonto fosse coperto da nuvole.
Nella sera torniamo a casa, è la Nostra ultima notte a Melbourne, ma siamo tutti esausti, abbiamo camminato un sacco. Mangiamo qualcosa di veloce, Alice Chan decide di uscire con Andrea ed il suo amico. Tutti gli altri sembrano esausti, ed anche io ammetto apprezzo molto la comodità di quel letto. Antonio però sembra un po’ scocciato. Lui ama il poker e a Melbourne c’è il Crown casino, uno dei posti dove si tiene il campionato mondiale di poker. E’ un po’ scocciato dal fatto di lasciare la città senza neanche fare un salto in quel posto. Avverto la sua delusione mentre siamo in bagno e ci laviamo i denti. Lo guardo ancora quando siamo a letto e vede Alice uscire, gli dico:
“ Antò, se vuoi andare, io non c’ho voglia, ma ci vengo”.
Mi rendo conto che in quel modo non mi avrebbe mai forzato ad andare. Mi siedo un secondo e penso -Quando cacchio ci torniamo qua? Che diavolo vado a Dormire- osservo Antonio che ancora è combattuto dal chiedermi di andare e gli dico :
“ Sai che domani sveglia alle 6 per prendere l’aereo?”
Lui annuisce, un po’ sconfortato. Aggiungo:
“ Facciamo un’altra volta la cazzata? Facciamo come prima di venire qui? Facciamo un’altra volta una mattina di merda?”
Lui mi guarda incuriosito dal mio tono di voce che anziché diventare accusatorio,diventa man mano più entusiasta.
“E facciamola !” Concludo.
Il volto di Antonio si accende come quello di un bambino. Giada e Marta ci guardano con aria perplessa, questi sono pazzi sembrano dire. In 3 minuti indossiamo una camicia, un paio di jeans e siamo fuori. Da pazzi quali siamo non spendiamo nulla per l’autobus e facciamo 30 minuti a piedi tra le strade di Melbourne, che di sera pullulano di vita, cercando di capire dove andare con l’aiuto del cellulare. Poi ad un certo punto il fiume e il ponte, sul marciapiede davanti a me vedo una minaccia che potrebbe compromettere la serata. A metà del ponte, un segnale sorretto da due pali attraversa tutto il marciapiede.
“Non posso passarci sotto” penso.
Antonio mi prende in giro per questa mia scaramanzia, ma stavamo andando in un casinò! Meglio non rischiare. Aspetto che passino tutte le auto e percorro quei pochi centimetri dal lato della strada, Antonio mi aspetta più avanti guardandomi perplesso. Gli dico con aria di sfida:
“Se questa sera io vinco qualcosa e tu perdi, sappiamo il perché”.
Percorriamo pochi metri ancora costeggiando il fiume ed ecco il Crown. Un grande grattacielo color blù, che si riflette sull’acqua del fiume Yarra. Veramente un bel posto. Il casinò più grande d’Australia dall’interno sembra davvero enorme. Ci perdiamo tra i vari negozi nella ricerca del casinò vero. Quando arriviamo ci controllano l’ID, e siamo dentro. Illuminato a giorno, con una leggera musica Antonio sembra aver realizzato il suo sogno, arrivare nel posto dove i grandi del poker giocano. Un po’ come sarebbe per me accedere a Wimbledon oppure lo stadio di San Siro.
Quella sera non avevamo speso nulla, ci guardiamo e decidiamo di cambiare dieci dollari, sette euro circa al cambio corrente, non di più! Il prezzo di un cocktail, ci stà. Cerchiamo il black Jack ma la quota minima anche qui è di venti dollari. Continuiamo a fare un giro e decidiamo di giocare alla roulette. 2,5$ A puntata per il singolo numero e 5$ per colonne o colore. Possiamo permetterci un paio di giocate, poi andremo a vedere la stanza del poker.
Giochiamo un po’ ed entrambi finiamo con due dollari e mezzo in mano. Antonio tra le varie vincite e perdite era riuscito a prendere una fiche (Si scrive così?) veramente bella, era diversa da tutte le altre, lo stampo era fatto con una plastica di colore differente, non come quelle normali che erano stampate col blù su plastica gialla. Una bella fiche insomma, infatti aveva deciso di custodirla. Eravamo però rimasti con due dollari e mezzo a testa, pensavo la serata fosse conclusa, ma Antonio mi dice:
“Facciamo una società e vediamo come và?”
Io gli chiedo se era sicuro, era una fiche bella da tenere come ricordo. Lui senza vacillare mi dice:
“Si sono sicuro, non serve un ricordo di una serata in cui si perde”
Prendo la mia ultima fiche, 5$ possiamo puntare colore o colonna. La colonna paga triplo. Aspetto un turno, poi punto la prima colonna. La pallina gira… e vinciamo. Abbiamo 7,5$ a testa ora. Sciogliamo la società e torniamo a giocare, di nuovo colonna, e vinco ancora , questa volta 17,5$ in tasca. Antonio ci riprova ance lui, ma perde ancora.
“Ti avevo detto di non passare sotto quel segnale!”
“Vuoi che rifacciamo la società?Vuoi rigiocare la super fiche?” (Hahahah quanto suona ironico super fiche?)
La risposta è come la precedente. Inizieremo una serie di riti scaramantici assurdi, si gioca solo al secondo turno, ci richiediamo sempre frasi come “ Se perdiamo che succede?” e la risposta è sempre “ Non importa” poi dopo averne vinte un paio le frasi aumentano, si aggiunge “Alla prima che perdiamo ce ne andiamo” e “Devo sentire la chiamata” e poi anche “ma quello stà giocando troppo, noi alla prima che perdiamo ci fermiamo” e così via per sette volte, sette, sette vittorie consecutive! Un paio di volte ho puntato più di Antonio così finiamo che io avevo vinto 55$ ed Antonio 25$ Più due fiche di ricordo, una, la mia, normale, e una , quella di Tony, era quella storica, quella che aveva rischiato di perdere due volte, sarà la fiche ricordo di una serata vittoriosa.
Torneremo a piedi in ostello dopo esserci ripersi nell’immensità di quel posto, alle 3 e qualcosa siamo a letto, domattina sveglia alle 6.30 am. Siamo stremati e domani ci malediremo, ma oggi andiamo a letto col sorriso e con dei soldi in più in tasca.
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