Dopo colazione e quattro chiacchiere riusciamo infilarci in auto operativi poco prima delle 9. La musica di Sara mi tiene sveglio al voltante, mentre cerco di trovare la direzione per Seal bay, gli occhi sono puntati sul conta chilometri. La Hertz maledetta ha un contratto su quell’isola che non avevo mai visto, per i due giorni dell’affitto sono permessi solo 200Km, i chilometri in eccesso vengono saldati in seguito … il costo non è non tanto, tipo una cosa come 2 dollari ogni 10 km, ma comunque un’assurdità.
Arrivati a Seal bay, il mio sogno per quella giornata si realizza! Volevo vedere due cose su Kangaroo Island, i pinguini e le otarie. La prima aspettativa ieri è andata male, ma oggi, il tempo è più caldo, il sole ogni tanto sbuca dalle nuvole e siamo perfino riusciti a svegliarci presto. Oggi sono sicuro che ci saranno le otarie a Seal Bay.
Dopo aver pagato l’ingresso per l’area protetta, 10 dollari per percorrere un passerella che porta sulla spiaggia, la visita sulla sabbia, quasi prossimi al bagnasciuga aveva un prezzo extra, credo 20 dollari in più, un prezzo inutile, visto che sulla spiaggia si era comunque poco più vicini di dove eravamo noi in passerella. Per strada faccio poco caso allo scheletro di balena appositamente posizionato tra le dune per dare un po’ di atmosfera (?) solo Antonio mi convince a strappargli una foto tanto per...
Penso sempre più che gli australiani per quanto riguarda la natura siano dei master, ma non mi spiego perché debbano cadermi con queste trovate stile Jurassik park...
Una vita un po’ simile a quella di ogni studente universitario insomma. Periodi insonni e super intensi durante gli esami alternati a periodi di pura attesa, in cui lo sforzo massimo è svegliarsi per andare a lezione. Forse non la vita di tutti gli studenti, ma quella di molti che conosco, me incluso.
Quelle che sembrano delle bellissime palle di lardo che goffamente si muovono sulla sabbia, si rivelano invece nuotatori provetti che scattano in acqua come fossero pesci e si divertono a fare body surfing come i più comuni australiani!
Molte, troppe parole servirebbero a descrivere quella spiaggia e quello che provavo nel vedere quelle panciute creature giocare tra loro e dormire. Forse questi video potranno aiutarmi a ricordare quella loro eleganza nascosta da un aspetto pigro e assonnato
Dopo una mezz’oretta in cui cerco di immortalare il più possibile quelle paffute creature,, e in cui benedico lo zoom che mi permette di scattare foto come fossi a due metri da loro, decidiamo che ne abbiamo abbastanza, e’ ora di andare! Le mosche continuano a darci fastidio, ma non importa, per quei 30 minuti sembrava ancora una volta di essere in una trasmissione della della National geografic, e le mosche erano solo un piccolo prezzo da sopportare.
Io ed Antonio ancora una volta non ci pensiamo due volte, ed in barba all’acqua gelida, al cielo grigio ed alle onde che ci sbattevano addosso come schiaffi presi al gelo delle notte invernali ci tuffiamo.
Non importa del freddo non c’era nulla che ci avrebbe fermati (a parte gli squali). Ispirati dalle “foche” viste poco prima, decidiamo di provare anche noi a fare body surfing. Aspettiamo un’onda che ci sembri abbastanza grande per regalarci qualche emozione e via, iniziamo a nuotare il più velocemente possibile, fino a quando non avverti la sensazione che l’oceano ti solleva dal normale livello del mare. Da quel momento, se prima hai nuotato bene, se prima hai raggiunto una velocità sufficiente per prendere l’onda nel modo giusto e hai fatto il possibile per trovarti al posto giusto al momento giusto, bhè allora, in quel momento, quando senti una forza che dallo stomaco ti solleva e ti spinge in avanti, allora li, per un’attimo, ti sembra di volare!
Il corpo è sull’onda, il mare un po’ più un basso. Tendi a cadere in avanti, ma aiutandosi con le mani arrivi in un punto in cui le due correnti che formano le onde si incontrano.
In quel punto, per un attimo sei nel posto migliore che l’oceano possa offrire, allargo le braccia, e con un urlo pieno di gioia plano sull’onda per pochi secondi, prima che lei inizi a risucchiarmi nella sua risacca, il posto peggiore che l’oceano ha da offrire. Quella risacca che se ti prende ti tiene sotto per un po’…
Dopo le prime volte in cui bevo un sacco mi abituo ad assecondare le forzaedel mare e, finchè le mie di forze non mi abbandonano, riesco a provare e riprovare quel brivido per un bel po’ di volte. Antonio mi guarda ridendo come un bambino, anche lui entusiasta inizia a padroneggiare la tecnica, ma siamo esausti e io non sento più i miei piedi tanto che faceva freddo, però siamo felicissimi! Siamo ancora una volta come due bambini.
Dopo ancora un paio di onde, decidiamo di tornare a riva, ormai i miei piedi sono ghiacciati, camminare diventa quasi fastidioso.
Passeremo un’oretta sulla spiaggia a dormire per riprenderci dallo shock della sveglia di questa mattina. Le mosche però sono troppo fastidiose, imbragandomi come una mummia, riesco a trovare un modo per non sentire le loro zampette maledette camminarmi ovunque sul corpo .
Quasi tutti dormono, Alice non stà ferma un secondo, va dalla spiaggia al suo asciugamano, suppongo che le mosche non le diano pace.
Giada legge la sua guida per Bangkok, da li a pochi giorni ci avrebbe salutati per tornare in Italia, facendo scalo in quella città mistica. Un po’ la invidio, mi manca casa e il mio gruppo di amici bolognesi che rendono le lezioni un posto in cui andare col sorriso. Un po’ vorrei tornare, ma ormai ho fatto la mia scelta e fino ad ora ammetto che in Australia non sono stato poi tanto male, vorrei solo poter portare qui una decina di persone,poi sarebbe perfetto, ma fa niente.
Un po’ mi rattrista perdere Piadina, buona compagna di triennale siamo finiti per reincontrarci dove? in Australia…a volte il mondo è proprio piccolo, ripenso ora…
Tornati in auto, sono le 4 del pomeriggio, abbiamo ancora un paio d’ore di luce. I chilometri hanno sforato quota duecento, amen. Decidiamo di tornare indietro, senza arrivare all’estremità ovest dell’isola. Sul tragitto decidiamo di fermarci a Little Sahara e fare anche un salto al Murray lagoon, perché no, infondo sono sulla strada del ritorno.
Little Sahara, è un nome ovviamente dato per esigenze di marketing, ma arrivati sul posto la vista è stranissima. La strada per raggiungere il posto partiva da una piccola traversa sterrata poco segnalata, che si staccava dalla strada principale, si infilava nella boscaglia e superando sentieri accidentati, guidando a zig zag per evitare che le buche facessero urtare la coppa dell’olio col terreno accidentato, un paio di piccoli brivido da fuoristrada non guastano mai.
Una volta arrivati, il vuoto. Quella boscaglia fitta spariva, davanti a noi delle dune di sabbia circondate dalla foresta. Era come essere in un buco, sembrava letteralmente un buco nella foresta dove la sabbia si fermava per coprire e dominare l’area. Di corsa con Sara ed Antonio scaliamo la duna principale, più in parte alcuni ragazzi , i primi incontrati su quest’isola, avevano affittato delle tavole di legno per surfare giù da quella duna che si ergeva alta e ripida.
Ma non demordiamo!
Decidiamo di provarci l’ultima volta, nel modo più stupido che potevamo immaginare, rotolando su un fianco. Per primo va lui, si stende su un fianco, allunga le braccia, si copre il volto , e giù! Dopo una decina di metri si ferma, un po’ stordito di solleva e traballante mi fa il segno d’ok, poi si rimette a sedere.
Va bene, che figata, penso. Vado anche io! Adotto la pessima tecnica che tiene le braccia vicino al corpo e mi butto.
La sabbia mi si infila ovunque, sento i colpi della duna che mi picchiano sui fianchi, sui reni ed in petto, le braccia amplificano ancor di più gli impatti. Aia porca miseria.!che cacchio di idea di merda, penso mentre precipito. Gli occhi sono serrati per non far entrare sabbia, bum bum bum, cazzo picchia forte stà sabbia, è l'unico pensiero che riecheggiava nella mia mente mentre immerso nel buio per occhi chiusi cerco di capire quanto manca alla fine di quella pessima idea. Mi sento colpire in ogni punto, ma non riesco a fermarmi, la sabbia è troppo ripida. Che idea del cazzo! Penso. Spero di fermarmi il più presto possibile. Dopo un po’ finalmente la pendenza è minore, riesco ad allargare le braccia e freno. Apro gli occhi e … non capisco un cazzo!
Era come essere ubriachi marci, ma senza aver bevuto nulla. Nausea, tutto gira e la sensazione di voler semplicemente spegnere tutto il corpo per non sentire nulla. A fatica e a carponi torno su, ormai stò quasi bene, il senso di nausea si affievolisce e la testa non gira più. Anche Elena vedendo che eravamo sopravvissuti decide di buttarsi e a fine corsa anche lei esprimerà la sua idea su quanto la nostre fosse stata proprio una pessima idea.

Tornati in auto, passo 10 minuti a cercare di togliere la sabbia che ormai era in ogni punto. Sperando di poterci permettere un tuffo alla laguna ci dirigiamo verso Murray. I
l nome laguna avrebbe dovuto farci capire qualcosa, rimaniamo delusi alla vista di quel luogo inospitale e vivamente sconsigliato alla balneazione che sembrava proprio essere l’habitat perfetto per i coccodrilli.
Scatto due foto per dover di cronaca, infondo per essere una laguna aveva il suo fascino, prima di tornare alle auto.
Andando a piedi verso la laguna sono dovuto tornare in auto perche avevo dimenticato la mia macchina fotografica, su quel sentiero stretto tra la boscaglia, avevo visto un canguro, o probabilmente un wallaby, date le dimensioni, passarmi proprio davanti. Speravo di poterlo reincontrare al ritorno per fotografarlo, ma di lui nessuna traccia.
In compenso però Sara intravede una specie di istrice, non ricordo quale fosse il nome dell’animale, ma insomma quella specie di riccio che se ti avvicini troppo ti spara gli aculei. Non curanti delle sue doti balistiche io ed Antonio cerchiamo di raggiungerlo per fotografarlo, ma il piccolo essere scappa via agilmente tra gli alberi e si nasconde sotto un tronco che spuntava dal terreno, non avendo la minima intenzione di spostarlo gliela diamo vinta e troniamo alle auto.
Tornati in ostello parcheggio l’auto, alcuni vanno a fare la spesa con l’auto di Giulio, Antonio va a farsi una doccia anche Giada e Sara, anche io ho bisogno di acqua che mi tolga tutta la sabbia che ho in dosso. Dopo una doccia veloce e rigenerante decido di mettermi a dormire un attimo per recuperare un po’ di energie. Dopo neanche 5 minuti sento che ancora una volta il cielo stà cadendo in terra sotto forma di gocce enormi. Neanche il tempo di appisolarmi che il vecchietto dell’ostello fa irruzione nella nostra stanza ed inizia a farfugliare qualcosa con Antonio, lui mi chiama innervosito, sembrava volesse infilargli l’asciugamano attorno alla bocca per azzittirlo. Il vecchietto mi avverte che l’auto deve essere parcheggiata nel giusto senso di marcia altrimenti in Australia prendi la multa. Lo ringrazio e gli dico che la sposto appena smette di piovere. Antonio, in parte segue la conversazione ancora scocciato da quell’irruzione. Il vecchietto mi guarda ed esclama:
“No!Now!”
“What sorry?” Gli chiedo stupito da quell’imposizione.
Lui insiste a dire che devo spostarla, come se avessi parcheggiato sopra qualcosa di prezioso, lo guardo e vedo il suo sguardo determinato a farmi spostare l’auto ora!
“But it’s raining so bad!” cerco di spiegargli, ma lui non demorde.
Per evitare di sbraitargli contro qualcosa del genere, ‘sono cazzi miei se mi prendo la multa, non hai niente di meglio da fare maledetto vecchio!’, mi dirigo verso la porta e sotto il balcone guardo il cielo che viene giù come se si fosse rotto. Il vecchio mi raggiunge e mi mette pressione. Penso al confort che c’era nel lettino nel quale mi ero appena steso per riposarmi, al tepore post doccia, e alla pace del sentire l’acqua che scorre mentre sotto le lenzuola ci si appisola.
“GO!” mi irrita ancor di più.
Mi volto verso di lui e con un’occhiata gli faccio capire di non rompere!
Lui continua, come fosse una cosa personale, non ne posso più, ripenso alla pace che hanno le otarie per calmarmi, ma ancora una volta la voce di quel’uomo mi disturba. Per evitare un litigio, tiro un respiro che sembra proprio dire:
‘ma quanto rompi!’.
Corro il più velocemente possibile verso l’auto, faccio inversione, e la parcheggio proprio davanti la porta di casa, ma in senso corretto, ‘voglio vedere se è contento di avermi rotto così tanto adesso!’.
Scendo dall’auto con calma, visto che dava proprio sul balcone di casa, gli faccio un cenno con la testa ed un ‘thank’s’ dichiara conclusa la “conversazione”.
Torno a letto, bagnato nuovamente come dopo la doccia, Antonio mi guarda e ride. Io mi volto dall’altro lato e torno a pensare alle foche viste poche ore prima …
La sera sarà tranquilla, riconsegnamo l’auto, giochiamo all’amico del giaguaro, un gioco in cui alice sembra avere una predisposizione naturale, ed Antonio un senso competitivo degno di una finale da mondiale. Vedendo il nostro stile un po’ alla lupo e villani, esclamerà che con noi non c’è proprio modo di giocare a quel gioco, mi faccio due risate nel vedere che ormai ci avevamo preso gusto a mischiare il gioco dei lupi il giaguaro, con crescente indignazione da parte di Antonio … hahaha
Finiamo la serata nel tepote di quei lettini a castello, domani sveglia presto ancora una volta. Si torna sul continente, la great ocean roat ci aspetta!












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