Svegliarsi oggi è stato un’incubo… mi vesto in fretta e butto tutto dentro al mio zaino, unico bagaglio di questa vacanza. Usciamo dall’ostello e troviamo il taxi prenotato il giorno prima ad aspettarci. In aereoporto, non so ancora come, Antonio si taglia mezzo dito con il suo bagaglio. Passa il check in senza fare una piega, poi viene verso di noi e con espressione scocciata esclama:
“Ragazzi mi sono fatto malissimo!”
Ci mostra la sua mano insanguinata e tremolante. Entra nei bagni e cerca di asciugare il sangue. Nel frattempo cerchiamo un po’ di ghiaccio, mentre Alice si dimostra un’infermiera modello, provvista di cerotti e kit prime emergenze, tappa il danno di Tony in pochi minuti. Antonio dal canto suo non fa una piega, smadonna solamente un attimo contro se stesso e il suo trolley mentre ci imbarcavamo in aereo.
La mia mente è ancora in uno stato confusionale, non mi rendo neanche conto del volo, che già siamo ad Adelaide. Questa volta non c’erano stati brutti scherzi, il risveglio è stato tranquillo, Antonio non dà segni di dolore e la giornata si prospetta rosea.
Adelaide è una città come un’altra, niente di particolare da dire al riguardo.
Appena usciti dalla aeroporto, invece, mi accorgo che la mia scarpa si era rotta.
“Ma come? Non è possibile, non ci credo, mi prende in giro?” pensavo in modo sconfortato, inerme di fronte a quel buco che si era aperto vicino al tallone destro per cui ogni passo metteva a dura prova la tenuta della scarpa stessa. “Perfetto! Proprio tempismo perfetto…” penso continuando ad inveire contro il fato.
Da li a pochi giorni avrei dovuto passare 3 giorni a piedi nel deserto, dove il ritmo di marcia era attorno a 10 km al giorno, per quanto ci raccontavano Aliche chan e Giada.
Necessitavo di nuove scarpe! Un paio decente che mi permettesse di sopravvivere nel deserto senza costringermi ad andare in giro scalzo come un aborigeno del posto.
Ci dirigiamo verso il centro città, dove fortunatamente intravedo un negozio di calzature con la scritta “Sale” grande come me. Perfetto, che culo, “nella sfiga un po’ di culo” penso. Entro nel negozio, che sembra allestito in una vecchia sala proiezioni, è davvero enorme, mi si avvicina la commessa, un’ incantevole biondina con occhi azzurri. Mi chiede se mi serviva una mano e mi faccio mostrare lo scaffale delle scarpe in saldo, subito individuo un paio di scarpe carine, costano 100$, con sconto 50%.
“Ottimo, tutto torna, queste le offre il Crown casinò” dico a Giulio, sollevato dal fatto di aver trovato un paio di scarpe in un tempo quasi record e di averle pagate esattamente con la vincita del casinò. Un po’ come avvenne con l’escursione a Cairns.
Esco felice dal negozio, per strada c’è un mercatino con un paio di stand, alcuni hanno caramelle gommose, io e Giada ne siamo attratti come le mosche col miele, ma riusciamo a resistere. Più avanti uno stand di vini.
Adelaide è vicino la Barossa valley un tempio sacro per i vini Australiani. Ne assaggiamo alcuni, uno dei bianchi, non ricordo più il nome, era davvero buono. Il signore che ci faceva assaggiare i suoi prodotti all’inizio ci inpezza con la storia che siamo Italiani, quindi di vini ne dovremmo sapere qualcosa. Poi dopo prova a convincerci a comprare delle bottiglie a un prezzo, secondo lui, stracciato. Lo liquido dicendogli che lasciamo le valigie in albergo e poi torniamo. Ovviamente non era vero. Avevamo il pullman che ci avrebbe portato al traghetto in un paio d’ore, ma almeno così ce lo siamo tolto dai piedi.
Passiamo un po’ di tempo a mangiare in un parchetto dove si teneva un festival arabo, sembrava la tipica festa paesana, con tanto di cammelli, cibi e balli tipici arabi. Noi prenderemo del sushi in un chiosco poco prima del parco, un kebab non era il massimo per affrontare un viaggio e una traversata in mare.
Io indosso le mie nuove scarpe e mentre ci incamminiamo verso la stazione dove il pullman ci attende inizia un acquazzone di quelli brutti e cattivi proprio nel tratto di strada dove non c’era un portico neanche a pagarlo oro, corriamo cercando ripararci alla buona.
Dopo due ore passate a dormire nel bus nelle posizioni più strane, arriviamo a Cape Jervis imbarchiamo i nostri bagagli e scopriamo che abbiamo dei problemi con le nostre prenotazioni. Avevamo prenotato come studenti pagando metà del prezzo, peccato che con la dicitura studenti la compagnia intendesse sotto i 18 anni. Elena aveva gestito le prenotazioni e dopo una discussione intensa con signora alla reception, che definirei quasi un litigio, la spunta lei fanedoci pagare lo stesso prezzo. Riesce a farci dare l’entrata scontata, basandosi sulla scusa che la voce Student sul sito internet lascia ben intendere studenti, non studenti delle superiori. Mentre stavamo salendo sul traghetto ci rivela però che su internet nella sezione dove sono spiegate tutte le cose c’era scritto che per studenti intendevano ragazzi delle superiori.
Noi ci giriamo e la guardiamo chi perplesso, chi scioccato di quella interpretazione degna di un’oscar.
Quest’oggi la ragazzi si era guadagnata un profondo senso di ammirazione da parte di tutti noi, la scenata da oscar e il risultato mi avevano fatto credere che lei c’avesse ragione nell’incazzarsi. A quella rivelazione non sapevo più cosa pensare. So solo che aver risparmiato un mucchio di soldi mi rendeva felice.
Imbarcati sul traghetto Elena ci racconta un’altra sorpresina che ci attende all’arrivo. Pagando il biglietto alla reception avevamo scoperto che inclusi vi erano nove dollari di trasporto fino a Kingscote. Solo che lei aveva anche chiamato qualcuno che ci venisse a prendere, chiedendo il trasporto per un gruppo di 8 ragazzi. Pensavamo che l’avremmo fatta franca semplicemente tirando diritti all’arrivo. Ma il fatto di essere giovani era la nostra condanna. Nel traghetto solo persone oltre i 60 anni, un paio di turisti, anche loro adulti e sporadiche persone intorno ai quaranta, cinquanta anni. Eravamo fregati. Nessun giovane che ci coprisse all‘arrivo. Va bhè ci penseremo quando saremo arrivati, penso. Il viaggio è ancora lungo , e mi lascia il tempo di pensare che effettivamente l’idea di essere i soli intorno ai vent’anni su quel traghetto non è il massimo. “Dove diavolo stavamo andando?” pensavo guardando l’oceano.
Arrivati a Penneshaw sulla passerella del traghetto si intravede un signore che sarà stato sui sessant’anni, ha un sorriso smagliante, un volto allegro e in mano un biglietto con scritto Ilena. Elena, che era in testa al gruppo, si volta esclamando:
“O dio è lì!Ha sbagliato il nome ma è lui!”
Facciamo finta di nulla e proviamo a dividerci in piccoli gruppi per sembrare turisti sporadici, passandogli di fronte mi si stringe il cuore quando incrocio i suoi occhi pieni di allegria. Il nostro tentativo di sembrare gruppi diversi svanisce presto quando arriviamo al bus della compagnia. Ormai dal traghetto non esce più nessuno, il sorriso del signore si spegne lentamente. Elena è super dispiaciuta, anche io, ma trovo il tutto troppo divertente, la falsa interpretazione dei gruppi diversi, la storia dell’omino che ci aspetta, l’espressione turbata di Elena.
Il signore si avvicina verso il nostro bus, la tensione sale, parla con l’autista che era intento a caricare i bagagli nel rimorchio posteriore. Elena si fa coraggio e spiega l’equivoco. L’uomo andrà via senza sorriso, con aria triste ed espressione distrutta. Elena si sentirà ancora più in colpa quando vedremo che da li ci voule circa un’ora e mezza per arrivare a kingscote.Quell’uomo si era fatto tutta quella strada per venirci a prendere tra paesaggi desolati, solo campi, e qualche animale qua e là, nulla più. Io continuo a ridere dell’accaduto, più ridiamo più Elena si sente in colpa.
Il bus fa un paio di fermate, decido di spostarmi in un altro sedile per far spazio alle nuove persone che entrano. Sara mi farà notare che il posto che avevo appena preso ha un’odore di cane assurdo. Ormai non posso più spostarmi, i posti si riempiono, mi annuso quell’odore per la prossima ora sotto lo sguardo di Sara che mi prende in giro ridendo delle mie sfortune. Guardo Antonio e gli faccio:
“Bhè io puzzerò e tu sarai infortunato, che mattina di merda!”Propio come avevamo previsto!
Dietro di noi vi sono seduti due ragazzetti sui 14 anni, mi piaceva immaginare fossero come migliori amici. Vedevo un non so che di romantico nel vedere due amici che si incontrano nel bel mezzo del nulla di quell’isola. La mia idea romantica si infrange quando iniziano a parlare. Ogni 2 parole vi era di mezzo un FUCK…una conversazione da trattoria stile anziani che bevono vino e giocano a carte bestemmiando perché il socio non ha buttato la carta chiesta.
Dopo ancora un sacco di strada nel mezzo del nulla Giulio si volta di colpo ed esclama:
“Uo, uo ,uo, ragazzi, indovinate chi ha appena visto un canguro?” Nel tempo in cui lui celebrava il suo avvistamento il bus era sfrecciato avanti di centinaia di metri, così che nessuno prese parte a quella visione. Ma siamo a kangaroo Island, ne vedremo a milioni, spero dentro di me, mentre il mio sguardo si perde in quelle distese di prato giallo su cui la luce del sole inizia a calare.
Finalmente arrivati a Kingscote è ormai tardi, tutto è chiuso a parte una pizzeria d’asporto che serve anche ai tavoli fuori. Ci spareremo una pizza e torneremo in ostello esausti. Un’altra giornata di viaggio è passata. Abbiamo due giorni da passare su quest’isola. L’ostello è una casa allargata in cui i padroni vivevano in una casetta nel giardino sul retro, la signora sembra super attaccata ai soldi, il marito, più anziano sembra più gentile, mi dice un paio di posti da andare a vedere domani e scambio quattro chiacchiere in cui lui fiero mi dice che domani andrà a giocare a Bowling, sport in cui lui nel paese è un’istituzione, sorrido al pensiero e ringrazio il cielo di non essere nato a kingscote, dove i segnali per strada indicano di fare attenzione per attraversamento anziani...
Torno in stanza, Alice sta medicando Antonio con un’anti settico, la guardo e penso che anzicche la Bocconi, doveva fare medicina. Poi mi butto sul letto.
Sara sotto di me inizia a spostarmi le doghe con i piedi per prendermi ancora un po’ in giro, la smette quando una di queste si sposta troppo e rischia di cadergli addosso. La sua mancanza si era avvertita nello sping brack, ma questa volta sembra essere intenzionata a rimediare.
Dopo poco siamo già addormentati. Anche domani sveglia presto per prenotare le auto ed andare a vedere quest’isola desolata, ma che sono sicuro saprà stupirci.
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