venerdì 28 gennaio 2011

Kangaroo Island

Svegliarsi oggi è stato un’incubo… mi vesto in fretta e butto tutto dentro al mio zaino, unico bagaglio di questa vacanza. Usciamo dall’ostello e troviamo il taxi prenotato il giorno prima ad aspettarci. In aereoporto, non so ancora come, Antonio si taglia mezzo dito con il suo bagaglio. Passa il check in senza fare una piega, poi viene verso di noi e con espressione scocciata esclama:
“Ragazzi mi sono fatto malissimo!”
Ci mostra la sua mano insanguinata e tremolante. Entra nei bagni e cerca di asciugare il sangue. Nel frattempo cerchiamo un po’ di ghiaccio, mentre Alice si dimostra un’infermiera modello, provvista di cerotti e kit prime emergenze, tappa il danno di Tony in pochi minuti. Antonio dal canto suo non fa una piega, smadonna solamente un attimo contro se stesso e il suo trolley mentre ci imbarcavamo in aereo.
La mia mente è ancora in uno stato confusionale, non mi rendo neanche conto del volo, che già siamo ad Adelaide. Questa volta non c’erano stati brutti scherzi, il risveglio è stato tranquillo, Antonio non dà segni di dolore e la giornata si prospetta rosea.

Adelaide è una città come un’altra, niente di particolare da dire al riguardo.
Appena usciti dalla aeroporto, invece, mi accorgo che la mia scarpa si era rotta.
“Ma come? Non è possibile, non ci credo, mi prende in giro?” pensavo in modo sconfortato, inerme di fronte a quel buco che si era aperto vicino al tallone destro per cui ogni passo metteva a dura prova la tenuta della scarpa stessa. “Perfetto! Proprio tempismo perfetto…” penso continuando ad inveire contro il fato.
Da li a pochi giorni avrei dovuto passare 3 giorni a piedi nel deserto, dove il ritmo di marcia era attorno a 10 km al giorno, per quanto ci raccontavano Aliche chan e Giada.
Necessitavo di nuove scarpe! Un paio decente che mi permettesse di sopravvivere nel deserto senza costringermi ad andare in giro scalzo come  un aborigeno del posto.

Ci dirigiamo verso il centro città, dove fortunatamente intravedo un negozio di calzature con la scritta “Sale” grande come me. Perfetto, che culo, “nella sfiga un po’ di culo” penso. Entro nel negozio, che sembra allestito in una vecchia sala proiezioni, è davvero enorme, mi si avvicina la commessa, un’ incantevole biondina con occhi azzurri. Mi chiede se mi serviva una mano e mi faccio mostrare lo scaffale delle scarpe in saldo, subito individuo un paio di scarpe carine, costano 100$, con sconto 50%.
“Ottimo, tutto torna, queste le offre il Crown casinò” dico a Giulio, sollevato dal fatto di aver trovato un paio di scarpe in un tempo quasi record e di averle pagate esattamente con la vincita del casinò. Un po’ come avvenne con l’escursione a Cairns.
Esco felice dal negozio, per strada c’è un mercatino con un paio di stand, alcuni hanno caramelle gommose, io e Giada ne siamo attratti come le mosche col miele, ma riusciamo a resistere. Più avanti uno stand di vini.
Adelaide è vicino la Barossa valley un tempio sacro per i vini Australiani. Ne assaggiamo alcuni, uno dei bianchi, non ricordo più il nome, era davvero buono. Il signore che ci faceva assaggiare i suoi prodotti all’inizio ci inpezza con la storia che siamo Italiani, quindi di vini ne dovremmo sapere qualcosa. Poi dopo prova a convincerci a comprare delle bottiglie a un prezzo, secondo lui, stracciato. Lo liquido dicendogli che lasciamo le valigie in albergo e poi torniamo. Ovviamente non era vero. Avevamo il pullman che ci avrebbe portato al traghetto in un paio d’ore, ma almeno così ce lo siamo tolto dai piedi.

Passiamo un po’ di tempo a mangiare in un parchetto dove si teneva  un festival arabo, sembrava la tipica festa paesana, con tanto di cammelli, cibi e balli tipici arabi. Noi prenderemo del sushi in un chiosco poco prima del parco, un kebab non era il massimo per affrontare un viaggio e una traversata in mare.

Io indosso le mie nuove scarpe e mentre ci incamminiamo verso la stazione dove il pullman ci attende inizia un acquazzone di quelli brutti e cattivi proprio nel tratto di strada dove non c’era un portico neanche a pagarlo oro, corriamo cercando ripararci alla buona.
Dopo due ore passate a dormire nel bus nelle posizioni più strane, arriviamo a Cape Jervis imbarchiamo i nostri bagagli e scopriamo che abbiamo dei problemi con le nostre prenotazioni. Avevamo prenotato come studenti pagando metà del prezzo, peccato che con la dicitura studenti la compagnia intendesse sotto i 18 anni. Elena aveva gestito le prenotazioni e dopo una discussione intensa con signora alla reception, che definirei quasi un litigio, la spunta lei fanedoci pagare lo stesso prezzo. Riesce a farci dare l’entrata scontata, basandosi sulla scusa che la voce Student sul sito internet lascia ben intendere studenti, non studenti delle superiori. Mentre stavamo salendo sul traghetto ci rivela però che su internet nella sezione dove sono spiegate tutte le cose c’era scritto che per studenti intendevano ragazzi delle superiori.

Noi ci giriamo e la guardiamo chi perplesso, chi scioccato di quella interpretazione degna di un’oscar.
Quest’oggi la ragazzi si era guadagnata un profondo senso di ammirazione da parte di tutti noi, la scenata da oscar e il risultato mi avevano fatto credere che lei c’avesse ragione nell’incazzarsi. A quella rivelazione non sapevo più cosa pensare. So solo che aver risparmiato un mucchio di soldi mi rendeva felice.
Imbarcati sul traghetto Elena ci racconta un’altra sorpresina che ci attende all’arrivo. Pagando il biglietto alla reception avevamo scoperto che inclusi vi erano nove dollari di trasporto fino a Kingscote. Solo che lei aveva anche chiamato qualcuno che ci venisse a prendere, chiedendo il trasporto per un gruppo di 8 ragazzi. Pensavamo che l’avremmo fatta franca semplicemente tirando diritti all’arrivo. Ma il fatto di essere giovani era la nostra condanna. Nel traghetto solo persone oltre i 60 anni, un paio di turisti, anche loro adulti e sporadiche persone intorno ai quaranta, cinquanta anni. Eravamo fregati. Nessun giovane che ci coprisse all‘arrivo. Va bhè ci penseremo quando saremo arrivati, penso. Il viaggio è ancora lungo , e mi lascia il tempo di pensare che effettivamente l’idea di essere i soli intorno ai vent’anni su quel  traghetto non è il massimo. “Dove diavolo stavamo andando?” pensavo guardando l’oceano.

Arrivati a Penneshaw sulla passerella del traghetto si intravede un signore che sarà stato sui sessant’anni, ha un sorriso smagliante, un volto allegro e in mano un biglietto con scritto Ilena. Elena, che era in testa al gruppo, si volta esclamando:
“O dio è lì!Ha sbagliato il nome ma è lui!”
Facciamo finta di nulla e proviamo a dividerci in piccoli gruppi per sembrare turisti sporadici, passandogli di fronte mi si stringe il cuore quando incrocio i suoi occhi pieni di allegria. Il nostro tentativo di sembrare gruppi diversi svanisce presto quando arriviamo al bus della compagnia. Ormai dal traghetto non esce più nessuno, il sorriso del signore si spegne lentamente. Elena è super dispiaciuta, anche io, ma trovo il tutto troppo divertente, la falsa interpretazione dei gruppi diversi, la storia dell’omino che ci aspetta, l’espressione turbata di Elena.
Il signore si avvicina verso il nostro bus, la tensione sale, parla con l’autista che era intento a caricare i bagagli nel rimorchio posteriore. Elena si fa coraggio e spiega l’equivoco. L’uomo andrà via senza sorriso, con aria triste ed espressione distrutta. Elena si sentirà ancora più in colpa quando vedremo che da li ci voule circa un’ora e mezza per arrivare a kingscote.Quell’uomo si era fatto tutta quella strada per venirci a prendere tra paesaggi desolati, solo campi, e qualche animale qua e là, nulla più. Io continuo a ridere dell’accaduto, più ridiamo più Elena si sente in colpa.
Il bus fa un paio di fermate, decido di spostarmi in un altro sedile per far spazio alle nuove persone che entrano. Sara mi farà notare che il posto che avevo appena preso ha un’odore di cane assurdo. Ormai non posso più spostarmi, i posti si riempiono, mi annuso quell’odore per la prossima ora sotto lo sguardo di Sara che mi prende in giro ridendo delle mie sfortune. Guardo Antonio e gli faccio:
“Bhè io puzzerò e tu sarai infortunato, che mattina di merda!”Propio come avevamo previsto!
Dietro di noi vi sono seduti due ragazzetti sui 14 anni, mi piaceva immaginare fossero come migliori amici. Vedevo un non so che di romantico nel vedere due amici che si incontrano nel bel mezzo del nulla di quell’isola. La mia idea romantica si infrange quando iniziano a parlare. Ogni 2 parole vi era di mezzo un FUCK…una conversazione da trattoria stile anziani che bevono vino e giocano a carte bestemmiando perché il socio non ha buttato la carta chiesta.
Dopo ancora un sacco di strada nel mezzo del nulla Giulio si volta di colpo ed esclama:
“Uo, uo ,uo, ragazzi, indovinate chi ha appena visto un canguro?” Nel tempo in cui lui celebrava il suo avvistamento il bus era sfrecciato avanti di centinaia di metri, così che nessuno prese parte a quella visione. Ma siamo a kangaroo Island, ne vedremo a milioni, spero dentro di me, mentre il mio sguardo si perde in quelle distese di prato giallo su cui la luce del sole inizia a calare.

Finalmente arrivati a Kingscote è ormai tardi, tutto è chiuso a parte una  pizzeria d’asporto che serve anche ai tavoli fuori. Ci spareremo una pizza e torneremo in ostello esausti. Un’altra giornata di viaggio è passata. Abbiamo due giorni da passare su quest’isola. L’ostello è una casa allargata in cui i padroni vivevano in una casetta nel giardino sul retro, la signora sembra super attaccata ai soldi, il marito, più anziano sembra più gentile, mi dice un paio di posti da andare a vedere domani e scambio quattro chiacchiere in cui lui fiero mi dice che domani andrà a giocare a Bowling, sport in cui lui nel paese è un’istituzione, sorrido al pensiero e ringrazio il cielo di non essere nato a kingscote, dove i segnali per strada indicano di fare attenzione per attraversamento anziani...



Torno in stanza, Alice sta medicando Antonio con un’anti settico, la guardo e penso che anzicche la Bocconi, doveva fare medicina. Poi mi butto sul letto.
Sara sotto di me inizia a spostarmi le doghe con i piedi per prendermi ancora un po’ in giro, la smette quando una di queste si sposta troppo e rischia di cadergli addosso. La sua mancanza si era avvertita nello sping brack, ma questa volta sembra essere intenzionata a rimediare.
Dopo poco siamo già addormentati. Anche domani sveglia presto per prenotare le auto ed andare a vedere quest’isola desolata, ma che sono sicuro saprà stupirci.

giovedì 27 gennaio 2011

Melbourne

Mi addormentai in aereo pochi secondi dopo il decollo, e pochi secondi prima dell’atterraggio con la stessa velocità mi svegliai. L’aereo tremava pesantemente, un vuoto allo stomaco mi fa sobbalzare, lo stesso che si prova quando in auto ci si approccia ad alta velocità verso una discesa. Osservo fuori dal finestrino e non si vedeva nulla. Le nuvole erano fittissime, non si riusciva neanche ad intravedere l’ala che era a pochi metri davanti al mio posto. Ancora incosciente di cosa stesse succedendo, mi volto verso Antonio, il suo volto era pietrificato, la ragazza accanto a lui appunta delle memorie in fretta sul suo diario, forse erano le sue ultime volontà. Sento ancora una volta l’aereo che rallenta, i tremori aumentano, fuori dal finestrino ancora nulla. Lo sentiamo muoversi a difficoltà tra quelle nubi, sembra quasi che il pilota non ci stesse capendo nulla, sembrava di andare in auto su una strada sterrata tanto vibrava quel coso.
Una brusca decelerazione ci mette sull’attenti ancora una volta, il rumore e quello tipico dei flap delle ali che cercano di frenare e la posizione è quella di atterraggio. Stiamo per atterrare, penso rasserenandomi. Tutto d’un tratto i motori danno nuovamente forza all’aereo, l’assetto cambia bruscamente, e la schiena si schiaccia di nuovo sullo schienale.
Il pilota stava tornando in quota, fuori dal finestrino ancora nulla, Giada ci dirà che dal suo posto aveva visto un fulmine passare proprio vicino a noi. Il pilota ci comunica che vi è una forte tempesta sopra Melbourne, che ci allontaneremo un attimo sperando ce passi, poi fra quindici minuti dovremmo riprovare ad atterrare, il segnale acustico dei messaggi dalla cabina si ripete ed ecco l’annuncio inquietante: Allacciate le cinture, e state pronti a possibili manovre brusche ed immediate.

“Cosa?”
“Che ha detto? Ho capito bene?”
Mi consulto con gli altri che sono dietro di me, sembrava il classico annuncio che danno sui film prima che qualcosa di brutto succeda. Mi volto ancora a guardare Antonio, è un blocco di pietra. Si tiene ritto sullo schienale e tiene un respiro intenso. Preso da quella visione scoppio a ridere. Non era la cosa migliore da fare, ma attorno a me troppa gente era super seria, io mi ero appena svegliato, provo a sdrammatizzare per cercare di tranquillizzare lui e me. Impreco contro il pilota e la compagnia Tiger e i suoi aerei di carta pesta. Antonio si sblocca ed inizia a smadonnare contro tutto ciò che riguardi l’aviazione. La ragazza attorno a noi inizia a ridere , anche se si vedono le lacrime scendere dal suo volto. Antonio è convinto piangesse e ridesse. Io voglio sperare fossero lacrime dovute alle risate che si stava facendo a vedere due idioti ad imprecare nelle più comuni e conosciute parole italiane contro il pilota. Intanto più avanti una signora ha il sacchetto di carta vicino la bocca … Pensieri come “ma che diavolo stà succedendo?!?! Ma davvero!!!” mi passano per la testa.
Dopo 15 minuti ancora con le nubi che non lasciavano intravedere nulla all’esterno il pilota ci riprova. Tiriamo tutti un  gran sospiro di sollievo quando sentiamo le gomme dell’aereo che toccano l’asfalto e finalmente quella decelerazione che ti rassicura di avere nuovamente i piedi per terra. Qualcuno, sicuramente un italiano, timidamente prova ad applaudire. Nessuno lo seguirà. Non riesco a spiegarmi perché noi italiani applaudiamo ogni volta che un aereo riesce ad atterrare. Come se fosse un numero straordinario. Gli aerei atterrano santo cielo! Come se io applaudissi ogni volta che parcheggio, o ogni volta che il mio treno arriva in stazione senza deragliare. Ancora non me lo spiego.

Usciti dall’aeroporto, dopo aver attraversato lo scalo della Tiger, una specie di capannone rudimentale con una rete in acciaio che facesse da muro e un nastro automatico per i bagagli, ringrazio il cielo di essere uscito incolume da quell’aereo, anche se sapevo che ne avrei dovuti prendere altri due della stessa compagnia per andare ad Adelaide e ad Alice Spring.

Con un taxy per 8 persone, una carretta toyota del 1980 che teneva le curve come un pandino 700cc a trazione anteriore, riusciamo ad arrivare in ostello. Sistemiamo la nostra roba mentre Alice ci racconta la sua esperienza in Giappone, tanto per passare un po’ il tempo. Sembra proprio innamorata di quel posto. Deciderò di chiamarla Alice chan, dopo che mi ha spiegato che l’appellativo San è per persone più anziane e in posizioni più elevate e Kun invece di solito si usa per i maschi ( Spero di ricordarmi bene). Comunque quando Alice Chan finisce di  raccontarci un po’ di Giappo, usciamo a fare un giro per la città. Facciamo un salto al Fitzroy garden, dove due cose mi colpiscono, un tratto del sentiero dove i mattoncini del pavimento sono tutti diversi e disegnati da bambini, e la casa del capitano Cook. Che sembrerebbe essere la stessa che aveva in Inghilterra … Nel senso che era proprio la stessa, i mattoni erano stati tolti e trasportati via mare, e poi ricostruita per filo e per segno lì a Melbourne. A quella visione mi rendo conto che se gli australiani sono costretti a fare qualcosa del genere, la storia di questa nazione sembra essere praticamente è inesistente.

Nel frattempo chiamo Mariagiulia, amica e compagna di corso in specialistica, anche lei in scambio per sei mesi, ma a Melbourne. Ci daremo appuntamento per più tardi. Nel frattempo faremo una sosta al federation square, dove un gruppo che si esibisce dal vivo accompagna una birra che prenderemo in uno dei pub li vicino. Decidiamo di andare a far la spesa per cenare, avverto Mary che ci incontreremo vicino al Woolworth in centro e poi decideremo cosa mangiare.
Per strada le viette sembrano molto più carine ed europee rispetto a Sydney, si notano persone fare qualcosa di simile al nostro aperitivo, e chiacchierare piacevolmente dopo lavoro. Melbourne sembra decisamente più europea di Sydney, non per questo più bella, ma diversa, anche la quantità di asiatici per le strade sembra notevolmente inferiore. Aspettando che Mary ci raggiunga, ci sediamo su una panchina poco prima dell’ingresso al Woolworth e ci raccontiamo come sia strano il tempo in quella città. Due ore prima era caldo, poi nuvoloso con qualche accenno di pioggia, poi vento e poi nuovamente calmo e senza nuvole. Ora capiamo perché si dice che a Melbourne si possano vivere le 4 stagioni in un giorno. Poi Mary arriva, salta dentro e come se fosse passato un solo giorno da quando ci eravamo salutati per la partenza ricominciamo a chiacchierare e a fare gli idioti come abbiamo fatto per tutto il primo anno di specialistica. Mi era mancata la sua parlantina incessante, ed ammetto che dopo 2 ore avevo bisogno di una pausa, ma era veramente un piacere rivederla.

Decidiamo di preparare delle penne con zucchine e gamberetti, tipiche pietanze da ostello … Compriamo il tutto e quando torniamo in ostello io, Mary, Giada e Marta iniziamo a cucinare. Anche Antonio ci darà una mano … a tagliuzzare i pomodorini. In ostello tutti ci guardano con invidia quando tiriamo fuori gli ingredienti. Il massimo della genuinità che avessi visto fare quella sera era un piatto di spaghetti con sugo in scatola buttato sopra, da parte di una ragazza tedesca. Noi ci vantiamo delle nostre qualità e intanto cerchiamo di far funzionare quei maledetti fornelli. Non so ancora spiegarmi come mai ma anche se li accendevamo , dopo pochi secondi si spegnevano, andavano ad intermittenza, spegnendosi sempre sul più bello , ossia quando un attimo ancora e l’acqua inizia a bollire, poi poco dopo si riaccendono ancora.
“Ma come diavolo funziona questo coso!” Esclamo innervosito.
 Decido di accendere tutti i fornelli e continuare a spostare la pentola ogni volta che uno si spegneva e un altro si accende, una specie di acchiappa la talpa in versione rivista per la cucina. Grandi imprecazioni seguivano quando tutti i fornelli si spegnevano insieme. Alla fine con le braccia ormai cotte come allo spiedo riusciamo a cuocere pasta gamberi e zucchine, ancora non so spiegarmi come, ma il risultato era pregevole.

Passeremo la sera a chiacchierare del più e del meno, poi alcuni andranno a dormire perché esausti. Pochi altri resteranno a chiacchierare per un po’. Io intanto chiacchiero con Mary sulle scale della sua esperienza a Melbourne e dei suoi esami, ogni tanto riuscivo a metterci dentro un paio di commenti anche io, per il resto ascoltavo e basta. Marypaz la chiamo per sfotterla, la sua parlantina è perfino in grado di battere la mia. Per poche ore e mi sento nuovamente a Bologna, rivivo le stesse atmosfere di quando mesi prima si passava il tempo a parlare del più e del meno e dei nostri dubbi sul futuro con i miei compagni Clamda-IM. Fatta notte la riaccompagno fino a casa di un suo amico e torno in ostello. Al ritorno noterò con piacere che anche il parco di Melbourne, dove c’è il royal exibition centre e dannatamente pieno di opossum.
“Dovrebbero diventare loro l’animale nazionale” penso “altro che canguri…”.

Il giorno dopo il sole splende, e decidiamo di andare a Sant’Kilda, la spiaggia più famosa di Melbourne, non ha nulla a che vedere con le spiagge di Sydney, però offre alle 8 di sera la possibilità di vedere il tramonto sul mare, cosa impossibile a Sydney essendo quasi tutte le spiagge rivolte a est. In spiaggia, intanto ci raggiunge anche Saretta, la grande assente del primo viaggio dello spring break, ci raggiunge con un giorno di ritardo a causa di lavori con l’università. Sara aggiungerà quel pizzico di pazzia ed allegria che durante lo spring break ci ha tenuti lontani dal livello di follia assoluto, perfetto, penso. Facciamo il tramonto, tutti insieme ammiriamo quel sole rosso fuoco che lentamente scompare dietro l’orizzonte. 


Da amante di fotografia non perdo l’occasione per regalarmi qualche bello scatto e fare un paio di foto carine con Giada e Marta sulla spiaggia.
 


La sera andremo in uno dei localini in centro suggeriti dall’amico di Andrea originario di Sydney. Poi io ed Antonio ci soffermiamo a fare quattro chiacchiere in ostello, quando torneremo in stanza tutti dormono. Non voglio svegliarli facendo rumore per cercare qualcosa da indossare per andare a dormire, decido che tengo sù la camicia che avevo in dosso. Mentre cerco di addormentarmi, sento Alice Chan che si muove nel suo letto e ad un tratto a voce alta urla
“Io, Io voglio tornare a casa!”
Incredulo dell’accaduto, realizzo che ciò che avevo sentito non fosse frutto della mia fantasia quando mi accorgo che anche Antonio inizia a ridere per la confessione appena fatta nel sonno da Alice Chan.

La mattina dopo mi sveglierò tra gli ultimi, assieme ad Antonio e Giulio, metà delle ragazze sono già in cucina a preparare la colazione, io mi alzo, vedo Giada e Alice e faccio notare quanto sia impeccabile il mio stile
“ Ragazze guardate qua! Mi sveglio e sono già in camicia!”
Si mettono a ridere e mi liquidano con un pirla. La giornata si apre col sorriso. Facciamo un salto al mercato di Melbourne, dove con Giada, in astinenza da gommose, ci concediamo delle ciliegie e con Antonio invece scegliamo di riassaporare un po’ di Italia quando vediamo in un negozietto all’angolo una piccola bottiglietta in vetro di Chinotto San pellegrino. La bibita e la marca più buona del mondo!

Elena ed Alice ci salutano per andare a vedere il museo Disney, interessante, ma non abbastanza per meritarsi i miei pochi soldi. Intanto iniziava a piovigginare, sfruttando il tram gratuito , in cui un omino che lavorava lì  raccontava a voce le fermate più storiche ed alcuni dei loro anedoti. Facciamo un giro al Victoria Harbour, ancora una volta l’originalità dei nomi australiani mi lascia senza parole, speravamo fosse un po’ come il Darling Harbour di Sydney, ma invece era semplicemente un molo. Ci sdraiamo un po’ al sole, che intanto era riapparso, come le lucertole e ripercorriamo al ritorno le strade più famose di Melbourne, Bourke e Collins St, per rincontrare Alice chan e Elena nello stesso posto dove il giorno prima avevamo preso una birra.
Camminando per strada ci ricordiamo che nonostante tutto ... E' il periodo di Natale , le lucine per le strade e le scritte sembrano quanto mai inappropiate.

Decidiamo di andare a vedere il Botanical garden, immensi giardini botanici che meritano di essere visti. Per strada incontriamo tanta gente che fa jogging o la tanto in auge fast walking, la camminata veloce …
I Giardini sono carini, ma avendo visto anche quelli di Sydney nulla mi stupisce particolarmente, apparte un gruppo di asiatici che si ferma per fotografarci … bhà …
Sdraiati sul prato di quel posto decidiamo di andare sull’eureka tower, il grattacielo che credevamo il più alto dell’emisfero australe. Scoprirò, tristemente mesi dopo che purtroppo non lo era, ma resta comunque il più altro grattacielo solo residenziale. 

Quando l’ascensore che sale a 8 metri al secondo verso l’88° piano , un po’ come la forza di gravità (9,81 m/s) ma al contraio, le nostre orecchie accusano il cambio di pressione, siamo a 300 metri. 

Dall’Eureka la vista è grandiosa, si vede tutta Melbourne e in lontananza il mare. In più vi sono alcuni cannocchiali rigidi che danno sui più importanti monumenti della città. Bello, poi da lassù le foto potevano dare grandi soddisfazioni, peccato il tramonto fosse coperto da nuvole.



Nella sera torniamo a casa, è la Nostra ultima notte a Melbourne, ma siamo tutti esausti, abbiamo camminato un sacco. Mangiamo qualcosa di veloce, Alice Chan decide di uscire con Andrea ed il suo amico. Tutti gli altri sembrano esausti, ed anche io ammetto apprezzo molto la comodità di quel letto. Antonio però sembra un po’ scocciato. Lui ama il poker e a Melbourne c’è il Crown casino, uno dei posti dove si tiene il campionato mondiale di poker. E’ un po’ scocciato dal fatto di lasciare la città senza neanche fare un salto in quel posto. Avverto la sua delusione mentre siamo in bagno e ci laviamo i denti. Lo guardo ancora quando siamo a letto e vede Alice uscire, gli dico:
“ Antò, se vuoi andare, io non c’ho voglia, ma ci vengo”.
Mi rendo conto che in quel modo non mi avrebbe mai forzato ad andare. Mi siedo un secondo e penso -Quando cacchio ci torniamo qua? Che diavolo vado a Dormire- osservo Antonio che ancora è combattuto dal chiedermi di andare e gli dico :
“ Sai che domani sveglia alle 6 per prendere l’aereo?”
Lui annuisce, un po’ sconfortato. Aggiungo:
“ Facciamo un’altra volta la cazzata? Facciamo come prima di venire qui? Facciamo un’altra volta una mattina di merda?”
Lui mi guarda incuriosito dal mio tono di voce che anziché diventare accusatorio,diventa man mano più entusiasta.
“E facciamola !”  Concludo.

Il volto di Antonio si accende come quello di un bambino. Giada e Marta ci guardano con aria perplessa, questi sono pazzi sembrano dire. In 3 minuti indossiamo una camicia, un paio di jeans e siamo fuori. Da pazzi quali siamo non spendiamo nulla per l’autobus e facciamo 30 minuti a piedi tra le strade di Melbourne, che di sera pullulano di vita, cercando di capire dove andare con l’aiuto del cellulare. Poi ad un certo punto il fiume e il ponte, sul marciapiede davanti a me vedo una minaccia che potrebbe compromettere la serata. A metà del ponte, un segnale sorretto da due pali attraversa tutto il marciapiede.
“Non posso passarci sotto” penso.
Antonio mi prende in giro per questa mia scaramanzia, ma stavamo andando in un casinò! Meglio non rischiare. Aspetto che passino tutte le auto e percorro quei pochi centimetri dal lato della strada, Antonio mi aspetta più avanti guardandomi perplesso. Gli dico con aria di sfida:
“Se questa sera io vinco qualcosa e tu perdi, sappiamo il perché”.
Percorriamo pochi metri ancora costeggiando il fiume ed ecco il Crown. Un grande grattacielo color blù, che si riflette sull’acqua del fiume Yarra. Veramente un bel posto. Il casinò più grande d’Australia dall’interno sembra davvero enorme. Ci perdiamo tra i vari negozi nella ricerca del casinò vero. Quando arriviamo ci controllano l’ID, e siamo dentro. Illuminato a giorno, con una leggera musica Antonio sembra aver realizzato il suo sogno, arrivare nel posto dove i grandi del poker giocano. Un po’ come sarebbe per me accedere a Wimbledon oppure lo stadio di San Siro.

Quella sera non avevamo speso nulla, ci guardiamo e decidiamo di cambiare dieci dollari, sette euro circa al cambio corrente, non di più! Il prezzo di un cocktail, ci stà. Cerchiamo il black Jack ma la quota minima anche qui è di venti dollari. Continuiamo a fare un giro e decidiamo di giocare alla roulette. 2,5$ A puntata per il singolo numero e 5$ per colonne o colore. Possiamo permetterci un paio di giocate, poi andremo a vedere la stanza del poker.
Giochiamo un po’ ed entrambi finiamo con due dollari e mezzo in mano. Antonio tra le varie vincite e perdite era riuscito a prendere una fiche (Si scrive così?) veramente bella, era diversa da tutte le altre, lo stampo era fatto con una plastica di colore differente, non come quelle normali che erano stampate col blù su plastica gialla. Una bella fiche insomma, infatti aveva deciso di custodirla. Eravamo però rimasti con due dollari e mezzo a testa, pensavo la serata fosse conclusa, ma Antonio mi dice:
“Facciamo una società e vediamo come và?”
Io gli chiedo se era sicuro, era una fiche bella da tenere come ricordo. Lui senza vacillare mi dice:
“Si sono sicuro, non serve un ricordo di una serata in cui si perde”
Prendo la mia ultima fiche, 5$ possiamo puntare colore o colonna. La colonna paga triplo. Aspetto un turno, poi punto la prima colonna. La pallina gira… e vinciamo. Abbiamo 7,5$ a testa ora. Sciogliamo la società e torniamo a giocare, di nuovo colonna, e vinco ancora , questa volta 17,5$ in tasca. Antonio ci riprova ance lui, ma perde ancora.
“Ti avevo detto di non passare sotto quel segnale!”
“Vuoi che rifacciamo la società?Vuoi rigiocare la super fiche?”  (Hahahah quanto suona ironico super fiche?)
La risposta è come la precedente. Inizieremo una serie di riti scaramantici assurdi, si gioca solo al secondo turno, ci richiediamo sempre frasi come “ Se perdiamo che succede?” e la risposta è sempre “ Non importa” poi dopo averne vinte un paio le frasi aumentano, si aggiunge “Alla prima che perdiamo ce ne andiamo” e “Devo sentire la chiamata” e poi anche “ma quello stà giocando troppo, noi alla prima che perdiamo ci fermiamo” e così via per sette volte, sette, sette vittorie consecutive! Un paio di volte ho puntato più di Antonio così finiamo che io avevo vinto 55$ ed Antonio 25$ Più due fiche di ricordo, una, la mia, normale, e una , quella di Tony, era quella storica, quella che aveva rischiato di perdere due volte, sarà la fiche ricordo di una serata vittoriosa.

Torneremo a piedi in ostello dopo esserci ripersi nell’immensità di quel posto, alle 3 e qualcosa siamo a letto, domattina sveglia alle 6.30 am. Siamo stremati e domani ci malediremo, ma oggi andiamo a letto col sorriso e con dei soldi in più in tasca.

martedì 25 gennaio 2011

Si riparte!


Questo viaggio ha un’atmosfera differente dall’euforia che precedeva lo spring brack, sarà che quello era il primo viaggio, sarà che eravamo fuori dal periodo di esami da un bel po’, sarà qualcos’altro, ma io ed Antonio avevamo uno strano presentimento. Bhò … speriam bene.

Il giorno prima di partire celebriamo l’addio ad una grande spalla di questo semestre, Davide. Ci invita a casa sua per un barbecue.

Pochi giorni prima era tornato da un viaggio con i sui genitori. La sera aveva ancora il Van, e non curante del fatto che i sui fossero a Sydney passa a prenderci. Tiriamo su un po’ di gente, Elena e Giada sembrano particolarmente felici di rivedere un wiked van, per un’attimo ci viene la pazzia di andare fino a Nelson bay per dormire li una notte. Ma alla fine il tutto sfuma. Chiamiamo ed andiamo a prendere Federico da casa sua e alla fine ripiegheremo per Manly, abbandonando l’idea di Nelson bay, per andare a mangiare in un ristorante thai dove, io ed Antonio per risparmiare decidiamo di prendere la cosa più economica.
Una schifezza che mi farà stare male per le due ore seguenti. Reincontriamo Andrea, l’amico di Alice che avevamo incontrato a Cairns, erano appena tornati da Uluru con Giada. Noi ci andremo a fine del nostro viaggio. Facciamo 4 chiacchere e nuovamente ricado in discorsi sulla nostra povera Italia con Andrea e Federico, poi ci spostiamo sulla spiaggia. Andiamo verso Shally beach, dove gli opossum vanno in giro come fossero cani randagi. Antonio dopo un po’ stufo delle solite chiacchiere inizia a scalare la stessa montagnola dove mesi prima avevo incontrato l’idiota e il padre modello australiano ( vedi post “Manly,l’idiota e il padre australiano modello” del 25/08/10). Questa volta il posto era però al buio.

Dopo una decina di minuti, io Davide e Piadina decidiamo di andare a vedere dove fosse finito quel pazzo. Finita la zona asfaltata iniziamo a cercare nel sentiero che si stendeva nella boschiva. Chiamiamo Tony, ma il pirla non risponde! Iniziamo a preoccuparci. In quella fitta vegetazione si vede solo poco avanti a noi, i cellulari illuminano il poco che basta per non mettere i piedi nei posti sbagliati. Io sono avanti a Giada e Davide chiude il gruppo, teniamo la nostra piadina al centro, non sia mai gli succedesse qualcosa, io da primo della fila avevo l’onore di essere quello che col viso distruggeva tutte le ragnatele che i maledetti ragni australiani tessono durante la notte … ogni tre passi era un imprecazione nei confronti di Antonio che non si trovava e mi faceva mangiare ragnatele …
Ad un certo punto arriviamo ad un bivio, uno dei due portava allo stesso scoglio dove eravamo stati mesi fa. Quale sarà? Ne scegliamo uno a caso e nel tragitto vediamo la cosa più sorprendente di quella serata, funghi fosforescenti! Non riuscimmo a fotografarli, ma l’immagine di quei funghi sul tronco dell’albero che brillano, mi è ancora ben impressa in testa. Continuiamo a chiamare Antonio, che non risponde. Dove cazzo stà quell’idiota esclamo! Davide mi tranquillizza, ma non riesco a spiegarmi dove diavolo sia …
Ad un certo punto tra i vari rami intravediamo un muro, il sentiero termina lì, in un piccolo foro che porta dall’altra parte. Non mi ricordavo un muro …
-Ragazzi, abbiamo sbagliato strada!- Esclamo.
Ormai incuriosito da quel muretto in stile blair witch project non resisto alla tentazione di vedere cosa ci sia dall’altra parte. La luce della luna lo illuminava di bianco, era un muretto in pietra , stile romano, antico, un po’ come quelli che si vedono giù dalle mie parti. Infilo la testa, sperando che dall’altra parte non ci sia un folle con una mannai pronto a decapitarmi, forse ho visto troppi film horror, penso. Faccio un passo veloce per sbucare dal di là il più velocemente possibile e davanti a mè la distesa di cespugli più sconfinata che avessi mai visto. Sulla sinistra a una ventina di metri si sentiva il mare e si intravedeva lo strapiombo che probabilmente ci separava da lui, sulla destra questi cespugli dal colore argenteo dovuto alla luce della luna, mi soffermo un secondo a gurdarli, nell’assoluto silenzio della natura, poi torniamo indietro.
Il percorso è accidentato, tra sassi e pozzanghere, piadina è sempre al centro che se la ride quando io e Davide pensiamo a tutto quello che di brutto potrebbe succedere. Smette però di sorridere alla parola ragni velenosi …

Dove diavolo è Antonio!?! Per l’ennesima volta proviamo a chiamarlo, ma ancora la sua segreteria “Hello this is your capitan speacking …” Si becca un vaffanculo.
Arriviamo alla magica roccia punto d’osservazione sul mare aperto, ma Tony non è lì, godiamo un attimo di quel panorama fantastico che da sul Pacifico sconfinato … che pace …
Sento il telefono che vibra, non ci posso credere! Antonio! E’ vivo! Al telefono mi informerà che non è riuscito a trovare il sentiero che continuava nel bosco, e quindi ha fatto una passeggiata per la strada asfaltata … maledetto!
A cellulari quasi scarichi, incazzati neri e pieni di ragnatele io e Davide torniamo giù … solo le risate di Giada ci rasserenano un attimo. Re incontriamo Antonio, poi anche gli altri che erano venuti su, ci spostiamo su un ‘altro punto d’osservazione alla fine di un sentiero mezzo asfaltato, nulla a confronto di ciò che avevamo fatto prima. Da lì facciamo altre chiacchere un po’ con tutti.

Al ritorno, con Antonio e Davide propongo un tuffo in mare, idea folle che Davide non seguirà, dovendo guidare. Antonio mi segue. Ovviamente il tuffo in mare aperto a Manly è una follia, la notte le onde sono invisibili, e chi sa, in quella spiaggia da sul mare aperto, qualche squaletto potrebbe essere in agguato. Ma tra Manly e Shally vi è una piscina illuminata scavata tra i gli scogli. Io ed Antonio ci guardiamo … E’ perfetta! Antonio corre indietro per la stradina che porta a Shally a recuperare un asciugamano che aveva visto abbandonato su una panchina, non voglio sapere di chi fosse, ma sembrava in buone condizioni. Io sono già in acqua quando arriva. E’ gelida, quando si tuffa fa un urlo degno di William Wollace.

Torneremo a casa infreddoliti ma felici. Il giorno dopo staremo bene, e quest’avventura si è dedicata uno spezzone dei miei racconti.

Tornando al barbecue, Davide ci tratta sempre bene, poco da dire, Giada, non piadina, l’altra, diciamo piadina 2, porta una sua amica spagnola, simpatica , ci sono tutti, anche Federico, le sue presenze sembrano ormai apparizioni. La serata finisce relativamente presto tra chiacchiere e qualche gag. Salutiamo Davide, che noi sapremo di rivedere al nostro ritorno e con Alice, Andrea, Antonio, Giada e la sua amica andremo nuovamente al terribile Lansdome Hotel, il pub più lercio di Sydney, il nostro pub! C’è musica dal vivo, ma quella serata terminerà in un modo impensato … Andremo a dormire tardissimo, quasi all’alba.
Al risveglio abbiamo l’aereo, in concomitanza io ed Antonio esclameremo: Che mattina di merda! Siamo due coglioni! Hahaha e ci metteremo a ridere.

Riusciamo per tempo a dirigerci all’Unilodge, e da lì taxi per l’aeroporto. Si parte! Melbourne e sud Australia, stiamo arrivando! Crollerò a dormire non appena sento l’aereo che dopo l’accelerazione si leva in volo. Il risveglio sarà traumatico …

Nuovo viaggio, ma che serata!


Ormai l’organizzazione del nuovo viaggio viene quasi naturale, le ragazze sanno già dove vogliono andare, le mete sembrano fantastiche, anche ora a ripensarci mi entusiasma l’idea di aver fatto un viaggio di quel tipo. Melbourne, Adelaide, Kangaroo Island, poi giù in auto per tornare a Melbourne sulla Great ocean road. Per poi volare ancora da lì fino ad Alice spring per fare una full immersion nel centro rosso d’Australia. Un viaggio che promette quanto meno tanto da raccontare … sin troppo per me che cerco di scrivere tutto senza tralasciare alcun dettaglio.

Ci incontriamo un paio di volte ancora per prenotare ciò che ci serve. Io e Tony prenotiamo dopo, siamo in bolletta, e troveremo un modo per gestirci il tutto. Per quei giorni torneremo a mangiare pane e acqua per recuperare ogni singolo dollaro. Ma siamo sicuri che ne varrà la pena.

Pensiamo bene di progettare le soste per  il tragitto che faremo in auto, le ragazze hanno progettato le tratte, ma in auto ci conviene un attimo sapere dove andremo a dormire. Decidiamo di spezzettare il viaggio in questo modo: Adelaide-Mont Gambier, una cittadina non male in cui ci fermeremo a dormire, poi una sosta ad Apollo bay ed in fine Melbourne.  Cerchiamo degli ostelli ed è tutto pronto. Da allora aspetteremo ardentemente quel giorno mangiando pane e acqua.

Nei giorni successivi ci sbragheremo tra sole, spiaggia, poco cibo e molte chiacchierate con Graziano sul nostro balcone. I discorsi con lui finiscono sempre in politica, discorsi esistenziali o su come conquistare il mondo. Il tutto sempre accompagnato con una buona maxx dry, la birra più economica, e delle risate che sdrammatizzino le conversazioni troppo profonde.
Antonio spesso finisce col guardarci come se fossimo scemi che parlano di cose su cui non hanno il minimo controllo, ma ci piace così spesso ci si ride anche su, ma a volte ci si piange. Non la pensiamo proprio allo stesso modo quindi a volte finiamo a fare discussioni accese in cui se non presento gli esatti dati wikipedia a quel disgraziato ogni volta non mi crede, questo mi innervosisce molto, anche perché spesso anche lui viene fuori con numeri e cagate varie, ma li prendo per buoni e ci discuto sopra anziché dire che sono falsi, un minimo di fiducia mi sembra dovuta. Comunque così si tratta con lui, e alla fine non vi è nessun altro che mi faccia venire voglia di parlare di cose serie su un balcone con una birra. Mi mancherà anche lui quando andrà via.

Una sera usciamo a ballare in uno dei tanti posti dove si può entrare gratis, il Sidebar. A fine serata non ci va di andare a dormire e ci mettiamo sul marciapiede dall’altra parte della strada di fronte a casa nostra. Siamo Io, Antonio e lui. Iniziamo le nostre noiosissime, ma piacevoli conversazioni sull’Italia, parliamo di tutto, Eni, Mafia, università, lega nord, argomento che adoro trattare per vedere come pensa un leghista, ci rido ancora su … Non ci fermiamo sul superficiale, anzi ogni volta parliamo sin troppo di dettagli. Ma quella sera, le nostre conversazioni erano destinate a troncarsi di colpo.
Mentre parlavamo, un ragazzo scende dalla porta di casa nostra si dirige sicuro verso di noi. Era l’inizio di una serata degna di una scena da “Paura e deliro a Las Vegas”.
Il ragazzo inizia dicendo:
-Scusate ragazzi, ma io abito proprio dove c’è quella finestra…-
Non fa in tempo a finire la sua frase che noi tre iniziamo con una serie di “I’m sorry” falsi, che avremmo meritato l’oscar. Non ci avevamo fatto caso, e pensavamo il ragazzo ci venisse a chiedere di stare zitti, giustamente. Ma non era così. Lui continua con un:
-No, No zitti un secondo, sapevo che avrete risposto così! Volevo proporvi uno scambio, voi mi offrite un paio di sigarette, che Grazi gestiva parsimoniosamente dato il loro costo, e io porto giù un paio di birre, e chiacchieriamo insieme un po’. Non riesco a dormire-
Accettiamo lo scambio, essendo la richiesta alquanto singolare. Gli porgiamo una sigaretta e lui va verso casa. Grazi esclama:
-Guarda qui un nuovo modo per inculare le sigarette!-
Lo fisso e gli do ragione, non credevamo minimamente che il ragazzo sarebbe tornato con delle birre, al massimo si sarebbe fumato la sua sigaretta sul balcone mandandoci allegramente a cagare. Ma non fa niente era stato un modo alquanto originale per fregarci.
Dopodue minuti, invece, vediamo il giovane tornare giù con una cassa da sei birrette. Si siede di fronte a noi e con indifferenza accende la sigareta e ci guarda. Noi lo guardiamo. Dopo un paio di secondi di smarrimento, gli chiediamo.
- Sei australiano?-
Alla risposta affermativa di quest’ultimo, tutto si spiega. Iniziamo a chiacchierare del più e del meno, di noi e di lui. Scopriamo che fa teatro e che la sua parte preferita è immedesimare il cattivo di turno. Ci fa sorridere, a tutti piace fare il cattivo, però ha un po’ la faccia da cane bastonato per poter fare il cattivo. Ma va bene, inizia a simulare un’interpretazione di un discorso da duri … non aggiungo altro.
Ad un certo punto nel mezzo di questa interpretazione da oscar, … , attraversa la strada un tizio, pelato, tutto vestito in nero, con un pull over nero, e scarpe anfibie nere anche queste. Uno stile misto tra il punk e la bohemien francese. Ci guarda e farfuglia qualcosa che mi sembra di aver capito come un “nice chat room” ma detto un po’ a presa in giro. Il ragazzo australiano, non mi ricordo come si chiamasse nonostante avesse passato 10 minuti a ripetere i nomi di noi 4 facendo non poca fatica con Graziano, il ragazzo fa “why don’t you join us if you like it?”
E questo personaggio si siede anche lui vicino a noi, nell’incredulità mia, di Tony e di Graziano, i due iniziano a chiacchierare.

L’attore si fissa con una canzone di Joe Cocker ( A Little Help From My Friends ) e ci mostra sul suo iPhone la versione di Woodstock del 1969. Insiste perché noi cogliessimo la magia di quel momento … noi non facciamo che vedere un uomo fatto, che canta bene, ma la magia … diciamo che l’abbiamo finta perché smettesse di insistere. Il nuovo tizio osserva e commenta con un –bullshit- non gradiva il genere e i due discutono per un po’.

Chiediamo al nuovo arrivato cosa faccia per cambiare topic. Si descrive come un’artista che dipinge su superfici ampie e solide, tipo muri o porte. Gli chiediamo cosa avesse dipinto e lui ci racconta che sono 2 anni che prova a finire il quadro di quando si è lasciato con la sua ragazza, nel muro della sua camera… Ci insospettiammo un secondo e gli chiediamo cosa facesse per vivere. La risposta resta sempre la stessa. Gli chiediamo se venisse chiamato per dipingere e lui risponde, che era proprio così. Crediamo ancora per un secondo alla sua storia, finche non gli chiediamo quanto prendesse per le sue opere in media. Lui si scopre con una risposta che suonava molto come, “la tariffa normale”. Alla fine dei conti l’artista dipingeva muri in monocolore, tipo bianco, giallo, rosa chiaro e così via. Si insomma era un imbianchino, un imbianchino che si sapeva vendere evidentemente molto bene dal punto di vista di marketing, ma con tutto il rispetto … artista è un’altra cosa.

Proseguiamo con le conversazioni e ad un certo punto iniziamo a parlare delle spiagge del west australia, da dove proveniva  il ragazzo delle birre. Ci risponde che lui non ama molto la spiaggia e il nostro “artista” lo prende in giro dicendogli che non le amava perché lui è bianchiccio, è mezzo inglese di sicuro, con quella pelle il mare gli fa male!
La risposta del ragazzo ci lascia a bocca aperta. Mai trovato in una situazione del genere. I due si fissano, e il ragazzo risponde con un “Exactly!”. Poi aggiunge, infatti mia madre è morta di melanoma. Noi restiamo di stucco, la gaffe del tipo era stata clamorosamente grande! Ma la ciliegina sulla torta l’aggiunge la sua seconda frase:
- Ed oggi anche mio padre se n’è andato, sono solo ora.-
Nel silenzio generale noi ci fissiamo, anche i grilli e le civette sembravano aver sentito quelle parole, e si erano ammutolite. Noi iniziamo a ripetere a turno, “sorry man”, “i’m sorry for your lost “, e altre frasi di circostanza.
”L’artista” dopo aver provato a salvare la sua posizione con discorsi del tipo la vita è strana, un attimo ci sei uno dopo non ci sei, o anche “ora devi andare avanti, loro ti osservano”. Capisce che ormai ha toppato di brutto, e ci saluta.

Il ragazzo invece ci invita a casa sua a bere qualcos’altro. Noi siamo imbarazzatissimi, dirgli di no dopo che ci dice queste cose ci sembra poco gentile, mentre sul balcone ci offre un rum e cola, che tra l’altro io detesto, iniziamo a diffidare della veridicità di ciò che ci aveva detto, infondo era un attore a cui piace fare il cattivo …
Gli chiedo:
-Scusami, amico, ma se tuo padre se n’è andato oggi, tu sei qui, cioè sembra un po’ strano, non è vero?-
Non intendevo offenderlo, ma diciamo che in occasioni di lutto uno fa il possibile per esser vicino alla persona che se n’è andata! Che diavolo ci faceva stò tizio a Sydney nell’appartamento vicino al nostro con altri coinquilini, anziché prendere il primo volo per chi sa dove, per vegliare sui suoi cari?
Era una domanda lecita. La sua risposa mi lascia sempre più credere nella balla … Mi risponde:
- Cosa dovrei risponderti ora? Sono qui e basta-
Per non tirarla per le lunghe gli dico che io intendevo che la vita era strana un attimo ci sei un attimo dopo non ci sei più, un po’ come l’artista. Ma non era affatto quello che intendevo. Il ragazzo entra in casa e si sdraia sul divano accendendo della musica un po’ strana. Noi tre sul balcone ci guardiamo stupefatti, decidiamo di andare via.
Ci avviciniamo a lui e lo salutiamo con un bye man! Ma Graziano, conclude il tutto dandogli una pacca sulla spalla ed esclamando “Night man! Don’t think too much!”. Io ed Antonio appena sentiamo quel “non pensare troppo” stiamo per scoppiare a ridere, Graziano ci vede e inizia a trattenere le risate anche lui, in fondo avevamo bevuto un pò. Facciamo appena in tempo ad uscire da casa sua e chiudere la porta di casa nostra, che era esattamente di fronte, che crolliamo a terra a ridere come degli idioti.

Ovviamente non credevamo affatto alla morte di suo padre, e forse era falsa anche quella della madre. Ma la follia di quella serata ci lasciava straniti. Questa è l’Australia, estranei per strada che fanno gli imbianchini artisti e attori che ti offrono una birra in cambio di quattro chiacchiere.
Che serata assurda!