mercoledì 16 febbraio 2011

Rotolando verso sud


Nel tornare nella main land passiamo tutto il viaggio sulla prua del traghetto, io osservo l’oceano che tanto innocuo sembra se osservato dal ponte di una robusta nave lunga 50 metri. Chi sa quali squali ci saranno sotto di noi, penso, mente osservo le onde calme poco prima di infrangersi contro la parte anteriore della chiglia della nave.
La stanchezza un po’ si sente, anche oggi sveglia presto, ma il sole brilla in poppa, Sara ed Antonio continuano ad ascoltare “Che fico” di Pippo Franco, ormai non esisteva più musica oltre quella. Che i grandi del rock mi perdonino…


Dopo il viaggio di ritorno in bus, in cui disperatamente assumevo le posizioni più assurde per trovare una posizione in cui appisolarmi, sfortunatamente invano arriviamo ad Adelaide. Affittate le auto, due Hunday saranno le nostre alleate per circa un migliaio di chilometri. Incontriamo Jonas, un ragazzo tedesco, amico di Alice che si unirà a noi per questa traversata. Purtroppo niente radioline questa volta, nessun nome in codice e poca interazione tra le due auto, ma ci divertiremo lo stesso, ne sono sicuro.

Antonio, dopo aver recuperato la mobilità del dito infortunato entra nel team di guida, ancora una volta assieme a me, Giulio e Marta. Per uscire da Adelaide gli faccio da copilota, sedute dietro abbiamo Marta, Sara e Giada. Elena ci chiama dall’altra auto per informarci che anche qui si può collegare l’ipod in una porta usb nascosta sotto il bracciolo centrale. E vai! Ancora una volta un po’ di buona musica ci farà compagnia.

Adelaide, nonostante fosse una cittadina alquanto morta, aveva un traffico piuttosto intenso e spesso le rotonde si affrontavano affidandosi all’istinto o temporeggiando percorrendole più volte per capire quale uscita imboccare.

Ogni tanto riuscivo a consultare il cellulare per capire dove fossimo, ma fortunatamente avevo portato un atlante stradale che ci indicasse la strada, infatti per la stragrande maggioranza del tempo i malefici marchingegni elettronici a cui troppo spesso ci affidiamo non avevano segnale, lasciandoci completamente isolati nel bel mezzo del nulla, quella cartina molto minimal sarà la nostra unica bussola e fonte di sicurezza quando percorreremo tratti completamente deserti.


La prima tappa era studiata per percorrere il grande pezzo che ci separa dalla vera tratta panoramica del nostro viaggio. Oggi vogliamo raggiungere Mt Gambier, una cittadina a circa 500km a sud di Adelaide costruita ai piedi di un vulcano ormai estinto nel cui cratere si è formato un lago che a determinate ore del giorno presenta una colorazione azzurra intensa. 
Passiamo serenamente metà del tragitto a chiacchierare, prenderci in giro, ascoltando musica, canticchiando come degli idioti alcune delle canzoni che ci sipirano di più ed ammirando quei paesaggi immensi fatti di colline che si stendono fino all’orizzonte, nei quei tratti in cui il grano è maturo sembra quasi di percorrere la strada che porta in paradiso, circondati da un colore giallo dorato che arriva fin dove l’occhio si perde.





Quì un piccolo momento di delirio in auto


Purtroppo a metà strada avviene il cambio di guidatori, ormia mi stavo abituando all’idea di fotografare in modo spensierato e fare quattro chiacchiere con le ragazze dietro, senza dovermi curare della guida, ma infondo era giustò così, quando il servizio chiama c’è poco da fare ci scambiamo di auto con Elena e via vado al posto di guida della seconda auto…
Nella nuova postazione il clima è un po’ diverso, Giulio è crollato in un sonno profondo, mentre Alice e Jonas parlano tra loro di discorsi iniziati probabilmente ore prima. Io mi immergo nella musica che passa la radio ed ammiro quelle distese di alberi e vigneti disseminate in quei territori vastissimi. 
In alcuni punti si incontrano distese di pini piantati artificialmente, che purtroppo non ho fotografato, tutti in fila che si estendono maestosi. Mi riportano alla mente un flashback di un annetto fa, facendomi credere per un attimo che stessi nuovamente guidando tra i tratti di foresta che attraversammo in Germania nel mio viaggio precedente da Bologna fino ad Amsterdam con dei cari amici. Dopo una sessantina di chilometri il paesaggio cambia nuovamente e le indicazioni sembrano iniziare a segnalare la nostra meta sempre più vicina, Mt Gambier 100km, … 50km,  … 20km, … ci siamo.


La cittadina, di origini francesi, è abbastanza tranquilla, ci fermiamo ad un supermercato e ad un bottle shop. Compriamo della carne e qualcosa da bere, vogliamo un altro barbecue!
Cerciamo di capire dove fosse il nostro campeggio e dopo la ricerca disperata di qualche passante in quel posto semi deserto riusciamo finalmente a capire che è dopo il lago sulla cima del vulcano.
La strada imbocca una ripida salita che ci porta al cratere, da lì, la strada serpeggia all'estremità dei suoi bordi, diretti nel posto in cui passeremo la notte ammiriamo sulla nostra sinistra la maestosità di quell’enorme “buco” che lascia intravedere il suo interno granitico dove a metà l’acqua ne fa da padrona, regnando su ciò che un tempo era la tana del fuoco.
Mentre di sfuggita ammiro, con un occhio alla strada, quel paesaggio, cerco di immaginare come debba essere all’alba …

Arrivati nel nostro campeggio ci sistemiamo nei bungalow che avevamo prenotato. Ci arrangiamo in modo da sistemare anche Jonas e mentre le ragazze preparano un po’ la tavola noi andiamo a cuocere una quantità industriale di carne degna dei banchetti regali dei tempi dei rè scozzesi, siamo affamati!

L’accensione del barbecue è stata una piccola sorpresa, che un po’ ci ha fatto strizzare le chiappe. Le griglie erano lastre uniformi e costruite su un piano in cemento, e sotto di loro vi era solo un piccolo spazio  di una quindicina di centimetri d’altezza per raggiungere le valvole del gas. Attivato tutto, provo più volte da lontano a far partire la fiamma, ma l’interruttore elettronico non và, bene! Penso affamato e deciso a far partire quel coso il più presto possibile.
Mi avvicino cercando con un’accendino di dare fuoco a quel gas che lentamente usciva dal tubo sotto la griglia, nel modo più rapido possibile, ma niente.
La fame si fa sentire … spegniamo la valvola e diamo un’occhiata, tutto sembra ok … Decidiamo di riprovarci, chiedo ad Antonio di riaprire al minimo, cosciente del fatto che è meglio non prendere il fuoco alla leggera. Accendo la fiamma dell’accendino ed inizio ad avvicinarla all’erogatore, così che non appena fossi stato alla minima distanza indispensabile per far partire la combustione, il gas avrebbe fatto il resto.
La teoria mi sembrava giusta, il problema era stato il fatto che avevo sottovalutato il modo in cui quel barbecue era costruito. La piastra di ferro piatta sopra e la piccola imboccatura sotto facevano si che il gas rimanesse bloccato tra le due, creando una bella camera chiusa che in pochi secondi si riempì di gas. Mi abbasso un secondo per cercare di vedere dove fossero gli erogatori, scorgo il più vicino, purtroppo l’ultimo di tutto il tubo e quando finalmente il gas esce anche da quel piccolo forellino, il resto di quel piccolo spazio tra tubo e piastra era ormai pieno di gas. La fiamma del accendino inizia a muoversi per l’aria che esce dal piccolo foro ‘ok stà arrivando il gas’, penso. Appena noto che la fiammella è ormai innescata tiro fuori la mano, ‘abemus fuoco’, penso, osservando la fiamma che sola sbuca da quel piccolo buco nel tubo d’acciaio. Jonas ed Antonio osservavano pochi centimetri dietro di mè, quando ad un tratto la fiamma inizia ad espandersi rapidamente, dando fuoco al resto del gas intorno. Una fiammata sbuca veloce da quell’angusto spazio. Io, Tony, Jonae e Giulio facciamo un balzo in dietro e all’unisono esclamiamo
‘O fuck!. spaventati da quella reazione inattesa.
Dopo quel attimo la fiamma riprende la sua normale forma e tra due risate iniziamo a dare una pulita per piazzare la carne.

Dopo un po’ Elena ci raggiunge per cuocere anche un po’ di verdure, Giulio rivive l’esperienza dell’accensione di poco fa in prima persona, deve esserci qualcosa di difettoso in questi così ci diciamo. Elena si mette a cuocere le verdure, ustionandosi ancora una volta come ormai tradizione vuole.

Dopo cena, lo stomaco è pieno, e la stanchezza inizia a farsi sentire, sono ormai le tre, il tempo è volato. Propongo l’idea del lago all’alba, sapendo che avrei trovato pochi sostenitori, ma alla fine Giada Alice e Jonas decidono di venire anche loro. L’idea che la sveglia sarebbe stata da lì a neanche tre ore un po’ mi pesa, ma poi penso:
“Percho no! Infondo di tempo per dormire ne avrò, una volta tornato alla routine della vita quotidiana.”
Chiedo alle ragazze se gentilmente potevano svegliarmi la mattina, vista la mia incapacità di reagire a qualsiasi sveglia elettronica, ed andiamo a dormire.
 
La mattina dopo, o meglio dire dopo un paio d’ore, mi risveglio con Alice che già pronta con voce bassa continua a chiamarmi dalla porta della stanza dei ragazzi:
“Ricky! … Ricky! … Ricky!”
Continuava a sussurrare cercando di non svegliare gli altri. Non so da quanto tempo fosse lì, povera , ma la ringrazio per avermi regalato uno dei risvegli meno traumatici della mia vita, nonostante le poche ore di sonno ben visibili sul mio volto. Anche Jonas si sveglia appena si accorge che è ora, Giada è già fuori ad attenderci. Prendiamo l’auto e ci dirigiamo al lago.
Effettivamente, il lago di mattina era un’altra cosa. L’aria fresca, quasi fredda direi, il silenzio e l’acqua di un colore azzurro intenso che andava schiarendosi di minuti in minuto, fino ad assumere la definitiva colorazione azzurra intensa. Non era niente di paragonabile alla maestosità di vedere delle otarie o a quello che ancora ci aspettava nel viaggio, ma era una piacevole sorpresa, scoprire quella piccola meraviglia in una città scelta solo per dormire. Dopo un’oretta passata ad osservare il sole sorgere torniamo in auto e col sorriso torniamo a dormire. Sono ancora le 7, abbiamo un paio d’ore prima che gli altri si sveglino.



Ripresi i nostri averi e risistemati, andiamo a saldare il conto, facendo sgattaiolare Jonas fuori senza farlo vedere alla reception. Lui non aveva prenotato, essendosi aggiunto all’ultimo momento. Pensiamo bene che essendoci adattati ad usare otto letti per nove persone non fosse indispensabile rendere nota la sua presenza alla reception. Ancora una volta Alice ed Elena affrontano i pagamenti ed escono vittoriose con un conto per otto persone, viva gli italiani!
 


Facciamo un altro salto al lago per fare un altro paio di foto e ci rimettiamo in viaggio.

  




Questa volta la nostra sosta notturna sarà ad Apollo bay, sono circa due ore e mezzo di macchina da dove siamo ora, ce la possiamo prendere comoda e fermarci a vedere quello che la  parte sud del Victoria ha da offrire, stupende scogliere stile costa meridionale inglese, ma dal colore rossastro al posto del classico grigio calcareo. 
Le due cose più famose in assoluto sono nei pressi di Port Campbell, li vedremo i dodici apostoli, un nome romantico  dato a dei faraglioni che si ergono tra la scogliera e l’oceano ed il London bribge, con un po’ (molta) di fantasia, una copia naturale del famoso ponte che attraversa il Tamigi nel centro di Londra.

Consci di avere tutto il tempo del mondo ci fermiamo in una spiaggia che ci ispira, Jonas si unisce a me ed Antonio sin da subito all’idea di tuffarsi. L’acqua è gelida, ma il posto è magnifico, e meritava assolutamente il battesimo del fuoco con un tuffo in quelle acque, infatti dopo pochi minuti anche le ragazze e Giulio si tuffano senza troppe preoccupazioni. Ripensandoci ora non vorrei che gli altri ci avessero usati come cavie per vedere se si sopravviveva a quel tuffo o se qualche animale sconosciuto attendesse dei poveri sprovveduti che si buttassero in mare…
Quando il freddo dell’acqua inizia a far male torniamo al sole in spiaggia. Tra le varie chiacchiere ricordiamo che ormai è quasi Natale, ma in verità a noi sembra Giugno, e iniziamo a far viaggiare i ricordi del precedente Natale…




Ci rimettiamo in viaggio per rispettare la tabella di marcia, che mirava ad arrivare ai dodici apostoli per il tramonto. Per strada ci fermiamo nuovamente nei pressi di Port Fairy per mangiare la torta che le ragazze avevano tenuto per una tarda colazione.


Sulla spiaggia incontriamo un piccolo e vivacissimo Juck russel, non ricordo il suo nome inciso sulla medaglietta, ma ricordo che era veramente un gran bel cagnetto ed un gran rompi balle che veniva a scavare buche praticamente sotto di noi, prediligendo in particolar modo giochicchiare con Sara e scavare sotto il posto di Alice e tra le gambe di Antonio. Quel simpatico cagnetto ci terra compagnia per quell’oretta che ci soffermeremo a vedere il cielo che diventa ancora una volta grigio con le nuvole che si avvicinano dal mare. Poco prima di rimetterci in auto Marta, Sara e Giada decidono di dedicare la canzone preferita del nostro main driver Antonio con tanto di stacchetto. Lui dal canto suo interpreta la  parte del fico da “manuale”.


A Port Fairy ci fermiamo a mangiare del fish and chips in una specie di fast food poco fuori dal centro città. Marta, intanto, per la prima volta usa l’auto che Antonio aveva guidato ininterrottamente fino ad allora, per il breve tragitto necessario alla ricerca di una toilette per le ragazze. Antonio è un po’ titubante al pensiero di restare a mangiare mentre loro vanno in auto alla ricerca di un posto che la signora del locale ci aveva indicato con indicazioni alquanto superficiali. Ma alla finetutto manda giù quella  porzione di fish and chips che presentava una quantità spropositata di patatine e si tranquillizza.
Ogni tanto qualche scroscio di pioggi richiama l’attenzione e ci impensierisce, ma azzardo ancora una volta una previsione metereologica fatta ad occhio e mi convinco che ci sarà sole, non so se fosse la mia convinzione di guardare le nuvole, vedere dove andassero e cercare di interpretarle sulla base del puro istinto, o puro ottimismo, ma alla fine l’importante era che il sole apparve per davvero poco dopo.

Ci rimettiamo in viaggio dopo questa lunga sosta, e cerchiamo di imboccare la strada di Port Campbell chiedendo indicazioni ad un tizio che fuori casa sua era intento a tagliare il prato. Al ritorno Antonio sembra sconfortato, quel uomo gli aveva detto che non ce l’avremmo mai fatta ad arrivare alla nostra meta designata per dormire, Apollo bay, per tempo, la strada può essere trafficata e non troppo scorrevole.
Ma noi siamo fiduciosi e da lì, a Port Campbell inizia la Great ocean Road, quindi qualsiasi cosa accadrà, sarà un successone!













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