lunedì 21 febbraio 2011

Ciò che si respira qui ha un diverso sapore!


Sbarcati ad Alice spring, usciti dall’aeroporto la prima cosa che si nota in questo posto è lo sbalzo termico ed atmosferico. Ci saranno stati quaranta gradi più o meno, fortunatamente però l’aria non è così umida, il tutto, l’ambiente, la flora, la fauna (scarafaggi … come in tutta l’Australia) avevano una certa armonia, e si affrontavano con una certa discrezione.
Ci sediamo in parte all’uscita dell’aeroporto e nell’attesa del pulmino che ci avrebbe portato in ostello contemplo il paesaggio, che senza ombra di dubbio nascondeva qualcosa di mistico, lo si poteva percepire.
Nonostante intorno a me riuscivo ancora a sentire quella sicurezza della “civilizzazione” e dei servizi ad essa connessi, a parte la ricezione del cellulare un po’ capricciosa, c’era una strana atmosfera intorno a me. Non so se fosse per l’entusiasmo di ciò che mi attendeva e le aspettative che avevo dei prossimi giorni, ma era come se in questo posto del mondo, l’uomo non regnasse più incontrastato. Percepivo come se le case, l’aeroporto sperduto nel mezzo del nulla e tutta la città di  Alice Springs, fossero una piccola concessione di madre natura che volontariamente aveva deciso di ospitare un po’ di umani nella sua zona. Questa percezione di supremazia dell’ambiente, di piccolezza nei suoi confronti, mi seguirà per tutta la permanenza, e darà a questo viaggio un tocco di magia che spero rimanga impresso nella mia memoria per sempre.

Mentre sono seduto a contemplare ciò che mi circonda seduto su un caldissimo marciapiede, in quella già calda mattina, il nostro pulmino arriva sfrecciando. Si ferma e dal posto di guida salta fuori l’autista, un ragazzo sui trentacinque. Non si può non notare il suo fortissimo accento e il modo in cui termina tutte le sue frasi. Un lamento rauco che suona quasi come un yhaey. Un tipico australiano da country road come te lo aspetti, guida con il finestrino aperto per far spazio al suo braccio tatuato poggiato al sole e il cappello in testa.
Guida e chiacchiera senza pensare troppo alla strada fino all’arrivo in ostello. Il suo collega che sembra anche essere suo parente, forse il fratello maggiore, ci riceve alla reception. Ha un’aria più autoritaria ma lo stesso modo di parlare e stile di portamento del (forse) fratello. Anche lui poggiato con un braccio alla reception, anche lui con un’immancabile cappello, ci spiega un paio di cose, terminando le frasi con il solito lamento strano e ogni volta che finiva una frase chiedendoci “are you with me?” come per chiarire il punto. Questo stile Aussie Aussie farà di loro due dei miei personaggi preferiti di questo viaggio, battuti solamente dalla nostra guida durante le escursioni.

L’ostello è carino, ha una bella piscinetta un po’ lercia ad esser sincero, ma che fa da cornice al muro azzurro e il prato verde su cui le stanze affacciano. E’ carino, il clima è perfetto e oggi è un giorno chillout. Approfittiamo delle lavatrici per lavare i vestiti dopo più di una settimana, rubiamo il detersivo nella sala dello staff senza dare troppo nell’occhio, e sistemiamo un paio di cose per i prossimi tre giorni nel deserto per poi andare a rilassarci a bordo piscina. Dividiamo la stanza con una ragazza olandese incontrata nel pulmino, un po’ riservata, e continuamente ossessionata dal rifare la valigia, o meglio il back pack. Un soggetto che per quanto l’abbiamo conosciuta sembrava non fare troppo la differenza se ci fosse o meno …

Nel pomeriggio facciamo un giro ad Alice spring , una città nel deserto per metà popolata da aborigeni, che fanno ghetto e spesso inveiscono contro l’uomo bianco brandendo in mano una bottiglia di vino o birra. Non sono per niente cattivi, ma quando sono tanti sei sempre un po’ titubante dall’andare a prelevare al bancomat. Ma come ho già detto non sono cattivi, era solo una precauzione. Sono tranquillissimi e spesso se ne stanno per le loro, solo che alcuni esagerano con l’alcol costringendo la polizia a sbatterne al fresco qualcuno, come mi è capitato di vedere. Presero una signora e la misero nel retro dei loro furgoncini fuoristrada molto simili a quelli usati dagli accalappia cani. Mi sa che c’è ancora un po’ di discriminazione nei confronti degli aborigeni che in un primo momento quasi mi sembrava di capire, ma nei prossimi giorni imparerò un attimo ad avvicinarmi alla loro cultura grazie agli insegnamenti della nostra guida.

Chiusa questa piccola parentesi sulla strana integrazione ai margini di questa cittadina, il centro è tipicamente un posto turistico, si stà bene, è tranquillo, non c’è rumore in giro, la voce e i saluti di un paio di passanti e le chiacchiere dei turisti fermi nei vari barettini con balconcino e ombrelloni sul viale soleggiato per fermarsi in relax e mangiare. Ci fermiamo in uno di questi ed ordiniamo. Tra le varie pietanze bene o male conosciute leggo un accattivante camel hamburger, inspirato dalla curiosità mi accerto alla cassa che fosse hamburger di cammello e non un nome inventato tanto per ragioni di marketing e lo ordino accompagnandolo con una cocacola che mi aiutasse a digerire e a nascondere il sapore nel caso la carne di cammello facesse schifo … non si sa mai. Divorato il mio panino dal sapore un po’ più forte e selvaggio, ma buono, andiamo alla ricerca di un cappello che ci protegga nei prossimi tre giorni dalle insolazioni, poi andiamo a fare la spesa.

Dentro il supermercato, mi rendo conto di un altro piccolo problema, nel deserto avevamo scorte di cibo, tanta acqua, dei biscotti extra ed avevamo addirittura comprato dei super economici ma tattici instant noodle nel caso quello che passasse la casa non fosse abbastanza, considerando le camminate di chilometri e chilometri che ci attendevano sotto il sole. Insomma avevamo tutto, ma io avevo un problema … Osservavo tutta quella roba che giaceva dentro il mio cestino della spesa e la immaginavo all’uscita dal supermercato in una scomoda busta di plastica … qualcosa non mi tornava…
Tutti i miei vestiti, saponi dentifrici lenti e tutto il resto era pressato nella orsa come avevo fatto durante lo spring break, donando a quello zaino, l'unica valigia che mi portavo dietro, la consistenza del piombo … 

Una domanda mi sorge spontanea, dove diavolo metto tutta stà roba se ho un solo zaino? Come faccio?

Mi blocco tra gli scaffali del supermercato, cercando di capire come risolvere questo piccolo particolare...dovevo assolutamente avere lo zaino libero per il deserto! Non avevo alternative, ma esso era attualmente pieno di vestiti e varie cianfrusaglie pressate insieme per formare un compatto blocco di granito! Non c’è modo di piazzarci dentro quattro litri e mezzo d’acqua, cibo, crema anti ustioni, macchinetta fotografica e altre cianfrusaglie.
E mò? Come cavolo risolvo?, penso bloccato davanti allo scaffale dei biscotti. La mia mente inizia a sfogliare un immaginario catalogo che conteneva tutte le possibili soluzioni per trovare un’ economica allocazione alternativa a quello che attualmente si trovava nello zaino e che potesse tenerle al sicuro nell’impolverato e spartano retro di un furgoncino che ci avrebbe portati a spasso nel deserto.
Le idee passano veloci per la mente, come fogli di carta usati, inutili, il catalogo idee di Riccardo stava per esaurirsi, quando un immagine mi appare limpida e chiara! 
Certo! Perché non ci ho pensato prima!
Mesi prima avevo visto che qui in Australia, come suppongo in tutti i supermercati del mondo, vendono delle borse frigo semplici, cubiche, fatte in tela, dall’aspetto non troppo fragile, ciò che sembra l’ideale per adattarsi alla traslazione totale del contenuto del mio zaino e tenere i vestiti che non mi serviranno per i prossimi tre giorni, perfetto!
Inizio a vagare per il supermercato con un obbiettivo ben chiaro, neanche le gommose della Haribo riescono a distrarmi. Trovo quella borsa, due dollari e mezzo, awesome! La famosa cool bag, è mia! Per i prossimi tre giorni affronterà il deserto, e pensandoci bene è il sogno di ogni borsa frigo, anzi l’ambizione più grande di ogni borsa frigo, attraversare il deserto!

 
Conscio che stò per realizzare il sogno di quella fortunata struttura quadrata in tela impermeabilizzata l’acquisto ed ecco che ho la mia valigia con una storia e una missione da compiere!
Un piccolo problema risolto dico agli altri alla cassa con il sorriso mentre mi guardano come se fossi diventato più scemo del solito.

In ostello rialloco tutti gli indumenti nella nuova cool bag, facendo una cernita di ciò che devo mettere nello zaino da avere sempre con me e ciò che linvece sarà custodito dalla cool bag. Chiacchiero con Antonio per fare un check di cosa potrebbe mancarci e ci rendiamo conto che la cosa più essenziale per noi due, grandi utilizzatori di lenti a contatto, ci manca, non abbiamo nulla per poterci mettere e togliere le lenti velocemnte ovunque ci trovassimo. Scocciati dall’idea di dover ritornare in centro, lasciamo gli altri a riposare ed andiamo a comprare una simil Amuchina.

Tornati e finito il check ci godiamo una cenetta nel bel pub annesso al nostro ostello, il fratello maggiore, quello della domanda “Are you with me?” si esibiva con la sua band con le cover dei più famosi artisti rock, ed ammetto che non era neanche tanto male. Purtroppo, anche quando andremo a dormire, circa l’una, la loro band è ancora in piena attività ed il pubblico li acclama … suppongo che non ci siano molte alternative per i residenti su come passare la serata ad Alice Spring … ma cazzo noi dovremmo dormire! In stanza con Jonas non riusciamo a trattenere le risate quando ad un certo punto danno il meglio di loro e sembrava di sentire la band come se si stesse esibendo esattamente dentro la nostra stanza, per la gioia di chi ha il sonno leggero…
Fortunatamente siamo ancora una volta esausti, e dopo un po’, quella musica diventa il sottofondo del mondo dei sogni. La mattina ancora una volta sveglia presto, l’aria inizia già a scaldarsi con le prime luci del sole, con lo zaino e la mia borsa frigo adibita a trolley siamo pronti a partire per il deserto, Marta corre indietro per dire alla reception che aveva scordato il suo cellulare in stanza, appena in tempo … peccato che ormai a metà strada, dopo un paio d’ore percorse nel più sperduto nulla, mi farà notare che in bagno c’era uno spazzolino, il mio …

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