lunedì 21 febbraio 2011

Ciò che si respira qui ha un diverso sapore!


Sbarcati ad Alice spring, usciti dall’aeroporto la prima cosa che si nota in questo posto è lo sbalzo termico ed atmosferico. Ci saranno stati quaranta gradi più o meno, fortunatamente però l’aria non è così umida, il tutto, l’ambiente, la flora, la fauna (scarafaggi … come in tutta l’Australia) avevano una certa armonia, e si affrontavano con una certa discrezione.
Ci sediamo in parte all’uscita dell’aeroporto e nell’attesa del pulmino che ci avrebbe portato in ostello contemplo il paesaggio, che senza ombra di dubbio nascondeva qualcosa di mistico, lo si poteva percepire.
Nonostante intorno a me riuscivo ancora a sentire quella sicurezza della “civilizzazione” e dei servizi ad essa connessi, a parte la ricezione del cellulare un po’ capricciosa, c’era una strana atmosfera intorno a me. Non so se fosse per l’entusiasmo di ciò che mi attendeva e le aspettative che avevo dei prossimi giorni, ma era come se in questo posto del mondo, l’uomo non regnasse più incontrastato. Percepivo come se le case, l’aeroporto sperduto nel mezzo del nulla e tutta la città di  Alice Springs, fossero una piccola concessione di madre natura che volontariamente aveva deciso di ospitare un po’ di umani nella sua zona. Questa percezione di supremazia dell’ambiente, di piccolezza nei suoi confronti, mi seguirà per tutta la permanenza, e darà a questo viaggio un tocco di magia che spero rimanga impresso nella mia memoria per sempre.

Mentre sono seduto a contemplare ciò che mi circonda seduto su un caldissimo marciapiede, in quella già calda mattina, il nostro pulmino arriva sfrecciando. Si ferma e dal posto di guida salta fuori l’autista, un ragazzo sui trentacinque. Non si può non notare il suo fortissimo accento e il modo in cui termina tutte le sue frasi. Un lamento rauco che suona quasi come un yhaey. Un tipico australiano da country road come te lo aspetti, guida con il finestrino aperto per far spazio al suo braccio tatuato poggiato al sole e il cappello in testa.
Guida e chiacchiera senza pensare troppo alla strada fino all’arrivo in ostello. Il suo collega che sembra anche essere suo parente, forse il fratello maggiore, ci riceve alla reception. Ha un’aria più autoritaria ma lo stesso modo di parlare e stile di portamento del (forse) fratello. Anche lui poggiato con un braccio alla reception, anche lui con un’immancabile cappello, ci spiega un paio di cose, terminando le frasi con il solito lamento strano e ogni volta che finiva una frase chiedendoci “are you with me?” come per chiarire il punto. Questo stile Aussie Aussie farà di loro due dei miei personaggi preferiti di questo viaggio, battuti solamente dalla nostra guida durante le escursioni.

L’ostello è carino, ha una bella piscinetta un po’ lercia ad esser sincero, ma che fa da cornice al muro azzurro e il prato verde su cui le stanze affacciano. E’ carino, il clima è perfetto e oggi è un giorno chillout. Approfittiamo delle lavatrici per lavare i vestiti dopo più di una settimana, rubiamo il detersivo nella sala dello staff senza dare troppo nell’occhio, e sistemiamo un paio di cose per i prossimi tre giorni nel deserto per poi andare a rilassarci a bordo piscina. Dividiamo la stanza con una ragazza olandese incontrata nel pulmino, un po’ riservata, e continuamente ossessionata dal rifare la valigia, o meglio il back pack. Un soggetto che per quanto l’abbiamo conosciuta sembrava non fare troppo la differenza se ci fosse o meno …

Nel pomeriggio facciamo un giro ad Alice spring , una città nel deserto per metà popolata da aborigeni, che fanno ghetto e spesso inveiscono contro l’uomo bianco brandendo in mano una bottiglia di vino o birra. Non sono per niente cattivi, ma quando sono tanti sei sempre un po’ titubante dall’andare a prelevare al bancomat. Ma come ho già detto non sono cattivi, era solo una precauzione. Sono tranquillissimi e spesso se ne stanno per le loro, solo che alcuni esagerano con l’alcol costringendo la polizia a sbatterne al fresco qualcuno, come mi è capitato di vedere. Presero una signora e la misero nel retro dei loro furgoncini fuoristrada molto simili a quelli usati dagli accalappia cani. Mi sa che c’è ancora un po’ di discriminazione nei confronti degli aborigeni che in un primo momento quasi mi sembrava di capire, ma nei prossimi giorni imparerò un attimo ad avvicinarmi alla loro cultura grazie agli insegnamenti della nostra guida.

Chiusa questa piccola parentesi sulla strana integrazione ai margini di questa cittadina, il centro è tipicamente un posto turistico, si stà bene, è tranquillo, non c’è rumore in giro, la voce e i saluti di un paio di passanti e le chiacchiere dei turisti fermi nei vari barettini con balconcino e ombrelloni sul viale soleggiato per fermarsi in relax e mangiare. Ci fermiamo in uno di questi ed ordiniamo. Tra le varie pietanze bene o male conosciute leggo un accattivante camel hamburger, inspirato dalla curiosità mi accerto alla cassa che fosse hamburger di cammello e non un nome inventato tanto per ragioni di marketing e lo ordino accompagnandolo con una cocacola che mi aiutasse a digerire e a nascondere il sapore nel caso la carne di cammello facesse schifo … non si sa mai. Divorato il mio panino dal sapore un po’ più forte e selvaggio, ma buono, andiamo alla ricerca di un cappello che ci protegga nei prossimi tre giorni dalle insolazioni, poi andiamo a fare la spesa.

Dentro il supermercato, mi rendo conto di un altro piccolo problema, nel deserto avevamo scorte di cibo, tanta acqua, dei biscotti extra ed avevamo addirittura comprato dei super economici ma tattici instant noodle nel caso quello che passasse la casa non fosse abbastanza, considerando le camminate di chilometri e chilometri che ci attendevano sotto il sole. Insomma avevamo tutto, ma io avevo un problema … Osservavo tutta quella roba che giaceva dentro il mio cestino della spesa e la immaginavo all’uscita dal supermercato in una scomoda busta di plastica … qualcosa non mi tornava…
Tutti i miei vestiti, saponi dentifrici lenti e tutto il resto era pressato nella orsa come avevo fatto durante lo spring break, donando a quello zaino, l'unica valigia che mi portavo dietro, la consistenza del piombo … 

Una domanda mi sorge spontanea, dove diavolo metto tutta stà roba se ho un solo zaino? Come faccio?

Mi blocco tra gli scaffali del supermercato, cercando di capire come risolvere questo piccolo particolare...dovevo assolutamente avere lo zaino libero per il deserto! Non avevo alternative, ma esso era attualmente pieno di vestiti e varie cianfrusaglie pressate insieme per formare un compatto blocco di granito! Non c’è modo di piazzarci dentro quattro litri e mezzo d’acqua, cibo, crema anti ustioni, macchinetta fotografica e altre cianfrusaglie.
E mò? Come cavolo risolvo?, penso bloccato davanti allo scaffale dei biscotti. La mia mente inizia a sfogliare un immaginario catalogo che conteneva tutte le possibili soluzioni per trovare un’ economica allocazione alternativa a quello che attualmente si trovava nello zaino e che potesse tenerle al sicuro nell’impolverato e spartano retro di un furgoncino che ci avrebbe portati a spasso nel deserto.
Le idee passano veloci per la mente, come fogli di carta usati, inutili, il catalogo idee di Riccardo stava per esaurirsi, quando un immagine mi appare limpida e chiara! 
Certo! Perché non ci ho pensato prima!
Mesi prima avevo visto che qui in Australia, come suppongo in tutti i supermercati del mondo, vendono delle borse frigo semplici, cubiche, fatte in tela, dall’aspetto non troppo fragile, ciò che sembra l’ideale per adattarsi alla traslazione totale del contenuto del mio zaino e tenere i vestiti che non mi serviranno per i prossimi tre giorni, perfetto!
Inizio a vagare per il supermercato con un obbiettivo ben chiaro, neanche le gommose della Haribo riescono a distrarmi. Trovo quella borsa, due dollari e mezzo, awesome! La famosa cool bag, è mia! Per i prossimi tre giorni affronterà il deserto, e pensandoci bene è il sogno di ogni borsa frigo, anzi l’ambizione più grande di ogni borsa frigo, attraversare il deserto!

 
Conscio che stò per realizzare il sogno di quella fortunata struttura quadrata in tela impermeabilizzata l’acquisto ed ecco che ho la mia valigia con una storia e una missione da compiere!
Un piccolo problema risolto dico agli altri alla cassa con il sorriso mentre mi guardano come se fossi diventato più scemo del solito.

In ostello rialloco tutti gli indumenti nella nuova cool bag, facendo una cernita di ciò che devo mettere nello zaino da avere sempre con me e ciò che linvece sarà custodito dalla cool bag. Chiacchiero con Antonio per fare un check di cosa potrebbe mancarci e ci rendiamo conto che la cosa più essenziale per noi due, grandi utilizzatori di lenti a contatto, ci manca, non abbiamo nulla per poterci mettere e togliere le lenti velocemnte ovunque ci trovassimo. Scocciati dall’idea di dover ritornare in centro, lasciamo gli altri a riposare ed andiamo a comprare una simil Amuchina.

Tornati e finito il check ci godiamo una cenetta nel bel pub annesso al nostro ostello, il fratello maggiore, quello della domanda “Are you with me?” si esibiva con la sua band con le cover dei più famosi artisti rock, ed ammetto che non era neanche tanto male. Purtroppo, anche quando andremo a dormire, circa l’una, la loro band è ancora in piena attività ed il pubblico li acclama … suppongo che non ci siano molte alternative per i residenti su come passare la serata ad Alice Spring … ma cazzo noi dovremmo dormire! In stanza con Jonas non riusciamo a trattenere le risate quando ad un certo punto danno il meglio di loro e sembrava di sentire la band come se si stesse esibendo esattamente dentro la nostra stanza, per la gioia di chi ha il sonno leggero…
Fortunatamente siamo ancora una volta esausti, e dopo un po’, quella musica diventa il sottofondo del mondo dei sogni. La mattina ancora una volta sveglia presto, l’aria inizia già a scaldarsi con le prime luci del sole, con lo zaino e la mia borsa frigo adibita a trolley siamo pronti a partire per il deserto, Marta corre indietro per dire alla reception che aveva scordato il suo cellulare in stanza, appena in tempo … peccato che ormai a metà strada, dopo un paio d’ore percorse nel più sperduto nulla, mi farà notare che in bagno c’era uno spazzolino, il mio …

domenica 20 febbraio 2011

Great ocean road










La strada scorre fluida sotto di noi. Mentre osservo i paesaggi che si impongono ai lati delle nostre auto realizzo perché quella strada è considerata un monumento nazionale! La Great ocean road venne costruita dopo la prima guerra mondiale, col triplo intento di dedicare un monumento ai caduti di quella guerra, per connettere con un tratto stradale quelle zone dall’alto valore paesaggistico che sud il Victoria possiede e infine per dare lavoro ai reduci di guerra che tornati in patria trovavano difficoltà nel riallocarsi.

La strada sembra senza fine, percorre dolcemente il tratto litoraneo, con alcuni tratti nell’entroterra. Le curve non sono mai troppo brusche, e la velocità non è mai troppo alta. Sembra di esser seduti davanti un maxy schermo che proietta le immagini di un percorso nella natura, in cui la camera sfreccia rapida tra paesaggi surreali. Una delle esperienze di guida più rilassanti che abbia mai fatto!

Sono ancora un po’ pensieroso per quello che il signore che tagliava il prato ci aveva detto poco prima, ma ormai c’era poco da fare, la strada non permette di andare troppo veloci, quindi non ci resta che goderci il paesaggio e arrangiarci quando sarà ora di capire se arriveremo per tempo o no. Per lo meno non c’è troppo traffico per strada e questo mi tranquillizza, essendo stata quella la più grande fregatura descrittaci dal tizio.

I segnali sui lati della strada, oltre che avvertire del fatto che in Australia si guidi a sinistra 
Iniziano a diventare familiari. Intravediamo l’imbocco per la prima delle due attrazioni che primeggiano su tutte le altre. Parcheggiamo le auto e percorriamo un sentiero un po’ in discesa che dal parcheggio si divincola tra i cespugli e ci conduce in un posto deve si può ammirare il London Brinde. Un faraglione in pietra, una volta composto da due archi, che ricordavano la famosa costruzione nel centro di Londra.
La forza e l’usura del mare però hanno fatto collassare il pezzo che connetteva la punta più estrema con la terra ferma, questo mentre alcuni turisti si trovavano a visitare il posto. Furono costretti ad attendere l’intervento degli elicotteri per poter tornare sulla terra ferma. Per questo ormai il nome London bridge è solo un ricordo di come fosse quel posto prima ed è stato rimpiazzato dal nome ( originario) London Arch.

Nonostante tutto la struttura ha ancora il suo fascino!
La scogliera alla nostra destra precipita netta per una trentina di metri fino ad incontrare la sabbia che poco più avanti si unisce al mare e fa da cornice al London bridge che li, in mezzo al mare sembra ergersi aspettando la sua fine, che inesorabilmente arriverà a causa di quella stessa forza che lo ha creato, l’oceano.
Resto affascinato dalla bellezza di quanto la casualità delle forze della natura possano portare alla creazione di tali strutture, e quanto inesorabilmente, e spietatamente, come le hanno create, le stesse forze le distruggeranno. Respiro la brezza marina che insaporisce l’aria, gusto quell’istante e mi rendo conto che, tra molti anni, quel posto non esisterà più! Mi rallegro di esser arrivato per tempo, ed inizio ad immortalare quella struttura condannata a sparire.



Dopo aver fotografato, ammirato, gustato ed apprezzato quel posto, ci rimettiamo in auto, siamo ormai prossimi ad uno dei posti più famigerati d’Australia, stiamo per vedere uno scorcio di quello che abbiamo imparato a conoscere come Australia guardando le cartoline, leggendo guide turistiche, o semplicemente sfogliando qualche libro fotografico dei più bei posti al monto. Decisamente i Dodici apostoli sono una dei quelle meraviglie che più le osservi più vorresti che il tempo si fermasse per poter restare li ad ammirarle all’infinito. Purtroppo anche loro sono destinati ad essere distrutti dal mare, ormai ne sono rimasti in piedi solo otto, se non ho visto male …


Ci sediamo in un bel posto in cui la vista è esattamente su quei mistici faraglioni ed Elena tira fuori una bottiglia di vino rosato, quel vino aveva lo stesso colore del tramonto che ci apprestavamo ad ammirare. Sembrava quasi che la luce del sole di quel momento fosse stata intrappolata in quella bottiglia di vetro trasparente e tenuta insieme dall’acqua. Perfetto! Uno dei tramonti più suggestivi mai visti, mi giro in torno, guardo i miei amici e guardo quel paesaggio, lo strano rumore delle onde in lontananza che aggrediscono quelle creazioni dal nome così sacro la cui colorazione passa da un giallo paglierino ad un rosato man mano che il giorno si accinge a lasciare strada alla notte. Si respira qualcosa di magico in quel posto ed ancora una volta, ringrazio il cielo di esserci venuto prima che la natura si riprendesse una delle sue più belle creazioni.


Il sole sembra cadere sempre più in fretta man mano che la sua sagoma si avvicina all’orizzonte, ci dirigiamo verso le nostre auto. Ormai siamo prossimi ad Apollo bay, pensavamo, un po’ stremati dalla lunga ed intensa giornata. Il tempo però ci riservava ancora una piccola sorpresa. Ormai erano quasi le dieci di sera, quando finalmente tra curve della strada scarsamente illuminate dai nostri fari si intravede da lontano qualche sporadica luce che indica la presenza di qualche costruzione. E’ Apollo bay, la baia del dio del sole greco stava però per farci un piccolo scherzo. Affamati individuiamo il nostro ostello, che decidiamo di raggiungere dopo per dedicarci ora alla ricerca disperata di qualcosa di aperto per poterci nutrire. La città è buia, ma sulla strada principale notiamo l’unico locale rimasto aperto, una pizzeria che stava per chiudere. Parcheggiamo speranzosi di poter prendere qualcosa da mettere sotto i denti. Appena spegniamo le auto, non facciamo neanche in tempo ad approcciarci alla maniglia per poter scendere che il cielo sembra aprirsi, riversando in terra una quantità di pioggia degna di una tempesta tropicale. Non abbiamo alternative. Ci buttiamo fuori dall’auto per riversarci nella pizzeria. Sono fradicio, sembrava che avessi corso attraverso una doccia aperta al massimo, miseriaccia! Per di più sono rimasti 3 ultimi impasti, non possiamo neanche permetterci il lusso di scegliere che dimensione di pizza volere, nulla, ci arrendiamo al nostro inesistente potere d’acquisto e prendiamo su quello che resta. Andiamo in ostello, e dopo aver razionato quei pezzi di pizza ci regaliamo una doccia prima di poter andare a dormire. Noi ragazzi avevamo una stanza diversa da quella delle ragazze. Con noi vi erano due sconosciuti, uno dei quali ho rischiato di uccidere a causa della mia scaletta che poggiata in modo precario sul mio letto a castello ha pensato bene di cadere nel modo più rumoroso possibile, di piatto sul pavimento a pochi centimetri dal volto di questo povero sconosciuto. Dopo quel tonfo disastroso lui si sveglia di colpo, con espressione un po’ incazzosa. Osserva la scala a 10 centimetri dal suo cuscino e si volta verso di me. Io non ho mezza voglia di perdere tempo in scuse gli faccio un cenno con le braccia per dirgli, ‘che ci posso fare, stì letti a castello so fatti male!’ e mi stendo a dormire. Per un attimo resto quasi scioccato dal fatto che se la scala lo avesse colpito probabilmente lo avrei accoppato … ma poi ripenso al suo visto spaventato al rumore del tonfo metallico che gli cade a pochi centimetri dall’orecchio e non riesco a trattenere le risate.

Il dolce risveglio con scotch fingers della Arnold inzuppati nel caffè latte mi da energia per affrontare un’altra lunga giornata in cui la meta finale prevista è ancora Melbourne, da dove proseguiremo il nostro viaggio per il red center australiano.

L’ultimo tratto presenta un panorama molto diverso, la vastità delle aree viste in precedenza viene rimpiazzato da un paesaggio in cui la strada scorre vicino a degli strapiombi che separano il mare e le montagne.



Ci fermiamo in una zona che a pochi passi dal parcheggio permette di vedere dei Koala e numerosi pappagalli.
Purtroppo pioviggina e nonostante la bellezza di quegli animali, che non fanno altro che dormire, la nostra permanenza è limitata. Proseguiamo con la nostra tabella di marcia. Facciamo alcune soste per permettere a Marta e Sara di fotografare i numerosi cartelli che indicano la presenza degli animali più peculiari d’australia, come Koala, Canguri e … mucche…
Decidiamo anche di fare una piccola sosta ad un faro, la sua figuara era abbastanza suggestiva da meritare una visita e un paio di foto.
Mentre guido seguendo Antonio che temerario continua con la sua corsa senza sostituzioni, noto che bruscamente decide di cambiare tragitto, mette la freccia e svolta verso una località che non riesco a leggere a causa del traffico che relativamente mi teneva impegnato. Percorriamo un paio di chilometri per questa stradina asfaltata in mezzo agli alberi e realizzo dove siamo diretti Bells Beach! La spiaggia del film Point Break!
Il film non merita troppe descrizioni, ed onestamente non è neanche un gran bel film, ma la scena finale si inspira a questa spiaggia. Dopo averlo visto un paio di settimane fa ci eravamo prefissati di farci un salto, in fondo Bells Beach è una selle spiagge più famose per il surf, quindi perché no?

Arrivati lì, c’era un vento freddo e il sole andava e veniva dietro le nubi che ogni volta ci minacciavano con piccoli scrosci d’acqua. Mentre tutti prendevano il necessario per sedersi tranquilli sulla spiaggia per fare una sosta, mi guardo con Antonio e un sorriso nasce spontaneo sui nostri volti. In un modo un po’ spartano riusciamo ad infilarci il costume e raggiungiamo gli altri sulla scalinata che portava giù. Purtroppo il mare era di una calma piatta, e non abbiamo potuto vedere le onde che tanta fama danno a quella piccola spiaggia. Scattiamo un paio di foto e senza pensarci due volte, nonostante fossimo colpiti dal freddo di quel vento che pungeva la pelle decidiamo di tuffarci! Sara immortala il momento, anche lei infreddolita.

Prendiamo una rincorsa lunghissima e ci gettiamo in quelle acque gelide. Antonio inciampa e finisce in acqua con un tuffo rovinoso che lo immerge nel gelo un po’ prima di quello che si aspettasse, non si farà nulla. Il contatto con l’acqua è paragonabile ad un tuffo in una piscina piena d’aghi. La temperatura dell’oceano era bassissima e l’acqua sin da subito iniziava a pungere. Nuotiamo un po’ sperando di abituarci a quel freddo, ma dopo alcuni minuti non ne possiamo più e desistiamo. Abbiamo fatto la nostra cazzata giornaliera, è ora di riscaldarsi nuovamente … ovviamente appena usciti dall’acqua il sole scompare dietro le nubi prolungando la nostra agonia fino alle auto, ma non importa, ci diamo il cinque infreddoliti e siamo fieri che anche a Bells beach possiamo mettere il segno di spunta.

Ci fermeremo nuovamente a Torquay, per sistemare i conti, mangiare e riassestarci un secondo, oggi fa freddo ed andare in giro in costume ancora umido non è una rande idea. Con Antonio decidiamo di tornare alle auto per cambiarci, sperando di trovare uno dei tanto comuni e puliti bagni pubblici che sono disseminati in Australia, ma ancora una volta la fortuna non ci assiste. Presi per sfinimento e quasi assiderati, decidiamo di farlo a modo nostro, alla Aussie! Non curanti che le auto fossero parcheggiate in centro, proprio a fianco di una delle strade più frequentate di quella zona, copriamo i finestrini alla buona con degli asciugamani e a turno, ci cambiamo. Vedere dalle fessure non troppo piccole la gente che passava vicino all’auto mentre mi cambiavo mi metteva fretta, molta fretta … Speriamo non passi nessun poliziotto, o che nessuno degli asciugamani caschi giù, pensavo mentre frettolosamente cercavo di infilare una gamba nei pantaloni…
Fortunatamente, in maniera impeccabile uscirò dall’auto con un bel paio di pantaloni lungi che iniziavano già a far circolare nuovamente il sangue alle gambe.
Poco dopo ripartiamo per direzione Melbourne. Poco prima avevo sentito Mariagiulia per telefono e quell’ancgelo di donna ci offriva un posto per dormire, in fondo come ci faceva notare dovevamo prendere l’aereo alle 5 di mattina, non valeva la pena prendere un’ostello, ma la poveretta non so se immaginava di dover ospitare sei trasantatissimi desperados.

Arrivati a Melbourne continuo in auto a seguire Tony ma ad un certo punto il traffico diventa troppo intenso. Decidiamo di separarci e ritrovarci trovarci a St Kilda per gustare l’ultimo tramonto in riva al mare tutti insieme. Mentre per strada facevo il massimo per non perdere comunque di vista l’auto guidata da Antonio uno strano ottimismo conquista me e Sara mentre alla radio ascoltiamo un pezzo fantastico che purtroppo non ho preso giù! Alziamo a tutto volume e con i finestrini abbassati iniziamo ad attirare l’attenzione di tutti gli automobilisti e passanti.
C’è chi ride nel vederci che balliamo nei modi più assurdi e divertiti quei ritmi australiani, chi ci saluta col il gesto di You Rock! E chi ci asseconda. Un altro piccolo momento di delirio …

Cercando in tutti i modi di capire come arrivare a quel posto attraversiamo ponti a pagamento, senza pagare ovviamente, imboccando bruscamente incroci all’ultimo secondo e cambi di direzione improvvisi. Finalmente St Kilda! Un ultimo tramonto tutti insieme è il giusto modo di terminare quel viaggio bellissimo!

Tornati in centro  usufruiamo dell’ostello preso da Alice e Giada, quella sera ci saremmo separati, le due ragazze all’ingresso in ostello saranno accompagnate da altri 7 loschi soggetti che usufruiranno di tutti i servizi, tra cui doccia, elettricità e io perfino un caffè in cucina, come fossimo normali ospiti paganti, ma non importa, ancora una volta facciamo all’australiana!

Passiamo la serata in centro cercando un posto tranquillo in cui prendere una birra, ma alla fine ci troveremo a vagare un po’ qua e la alla ricerca di un posto aperto tra i posti migliori proposti da Mariagiulia, che nel frattempo ci aveva raggiunti.

Ormai è quasi mezzanotte, la magia stà per finire. Salutiamo Alice che reincontreremo a Sydney e con un abbraccio fortissimo saluto Giada. Tornerà in Italia tra pochi giorni. La sua presenza mi ha addolcito il semestre. In fondo è grazie a lei se ho conosciuto tutti gli altri. Lei è stato il mio primo contatto qui a Sydney e purtroppo anche la prima ad andare via. Un ultimo abbraccio forte sperando di rivederla presto in Italia e ci rimettiamo in auto. Mariagiulia cerca di richiamare la mia attenzione facendomi notare i punti di riferimento da seguire domattina, o ancora una volta meglio dire frà poche ore, per riuscire a raggiungere l’aereoporto passando per il centro città per prender su Jonas. Io però ho la mente impegnata, sono stanco e un po’ triste, la prima parte del viaggio era finito e avevamo perso una di noi. Piadina tornava in Italia ed io iniziavo già a sentire la tristezza che da lì mi avrebbe accompagnato per i prossimi 2 mesi, in cui lentamente tutti quanti sarebbero andati via.

Assonnati arriviamo a casa di Mary, un bilocale abbastanza grande per viverci come faceva lei assieme alla sua coinquilina. Lei da manuale arrangia le altre 6 persone alla buona. Io ancora rattristito ripeto mentalmente i punti di riferimento che domani mattina mi saranno indispensabili per non perderci dentro Melbourne, questo modo riesco a non pensare al saluto di poco prima e finalmente a prendere sonno.
Dopo un paio d’ore la sveglia ci richiama tutti all’ordine. Mariagiulia gentilissima come poche persone al mondo ci prepara sei caffè, in una moka da uno, alias rifà il caffè per sei volte di fila, un angelo! Quel caffè farà si che io riesca ad essere sufficientemente sveglio per ricordare strada e gestire il traffico, apparte un paio di semafori, in maniera impeccabile. Arriviamo in aereoporto, lasciamo le auto e ci imbarciamo. Destinazione Alice Spring, red center arriviamo!

mercoledì 16 febbraio 2011

Rotolando verso sud


Nel tornare nella main land passiamo tutto il viaggio sulla prua del traghetto, io osservo l’oceano che tanto innocuo sembra se osservato dal ponte di una robusta nave lunga 50 metri. Chi sa quali squali ci saranno sotto di noi, penso, mente osservo le onde calme poco prima di infrangersi contro la parte anteriore della chiglia della nave.
La stanchezza un po’ si sente, anche oggi sveglia presto, ma il sole brilla in poppa, Sara ed Antonio continuano ad ascoltare “Che fico” di Pippo Franco, ormai non esisteva più musica oltre quella. Che i grandi del rock mi perdonino…


Dopo il viaggio di ritorno in bus, in cui disperatamente assumevo le posizioni più assurde per trovare una posizione in cui appisolarmi, sfortunatamente invano arriviamo ad Adelaide. Affittate le auto, due Hunday saranno le nostre alleate per circa un migliaio di chilometri. Incontriamo Jonas, un ragazzo tedesco, amico di Alice che si unirà a noi per questa traversata. Purtroppo niente radioline questa volta, nessun nome in codice e poca interazione tra le due auto, ma ci divertiremo lo stesso, ne sono sicuro.

Antonio, dopo aver recuperato la mobilità del dito infortunato entra nel team di guida, ancora una volta assieme a me, Giulio e Marta. Per uscire da Adelaide gli faccio da copilota, sedute dietro abbiamo Marta, Sara e Giada. Elena ci chiama dall’altra auto per informarci che anche qui si può collegare l’ipod in una porta usb nascosta sotto il bracciolo centrale. E vai! Ancora una volta un po’ di buona musica ci farà compagnia.

Adelaide, nonostante fosse una cittadina alquanto morta, aveva un traffico piuttosto intenso e spesso le rotonde si affrontavano affidandosi all’istinto o temporeggiando percorrendole più volte per capire quale uscita imboccare.

Ogni tanto riuscivo a consultare il cellulare per capire dove fossimo, ma fortunatamente avevo portato un atlante stradale che ci indicasse la strada, infatti per la stragrande maggioranza del tempo i malefici marchingegni elettronici a cui troppo spesso ci affidiamo non avevano segnale, lasciandoci completamente isolati nel bel mezzo del nulla, quella cartina molto minimal sarà la nostra unica bussola e fonte di sicurezza quando percorreremo tratti completamente deserti.


La prima tappa era studiata per percorrere il grande pezzo che ci separa dalla vera tratta panoramica del nostro viaggio. Oggi vogliamo raggiungere Mt Gambier, una cittadina a circa 500km a sud di Adelaide costruita ai piedi di un vulcano ormai estinto nel cui cratere si è formato un lago che a determinate ore del giorno presenta una colorazione azzurra intensa. 
Passiamo serenamente metà del tragitto a chiacchierare, prenderci in giro, ascoltando musica, canticchiando come degli idioti alcune delle canzoni che ci sipirano di più ed ammirando quei paesaggi immensi fatti di colline che si stendono fino all’orizzonte, nei quei tratti in cui il grano è maturo sembra quasi di percorrere la strada che porta in paradiso, circondati da un colore giallo dorato che arriva fin dove l’occhio si perde.





Quì un piccolo momento di delirio in auto


Purtroppo a metà strada avviene il cambio di guidatori, ormia mi stavo abituando all’idea di fotografare in modo spensierato e fare quattro chiacchiere con le ragazze dietro, senza dovermi curare della guida, ma infondo era giustò così, quando il servizio chiama c’è poco da fare ci scambiamo di auto con Elena e via vado al posto di guida della seconda auto…
Nella nuova postazione il clima è un po’ diverso, Giulio è crollato in un sonno profondo, mentre Alice e Jonas parlano tra loro di discorsi iniziati probabilmente ore prima. Io mi immergo nella musica che passa la radio ed ammiro quelle distese di alberi e vigneti disseminate in quei territori vastissimi. 
In alcuni punti si incontrano distese di pini piantati artificialmente, che purtroppo non ho fotografato, tutti in fila che si estendono maestosi. Mi riportano alla mente un flashback di un annetto fa, facendomi credere per un attimo che stessi nuovamente guidando tra i tratti di foresta che attraversammo in Germania nel mio viaggio precedente da Bologna fino ad Amsterdam con dei cari amici. Dopo una sessantina di chilometri il paesaggio cambia nuovamente e le indicazioni sembrano iniziare a segnalare la nostra meta sempre più vicina, Mt Gambier 100km, … 50km,  … 20km, … ci siamo.


La cittadina, di origini francesi, è abbastanza tranquilla, ci fermiamo ad un supermercato e ad un bottle shop. Compriamo della carne e qualcosa da bere, vogliamo un altro barbecue!
Cerciamo di capire dove fosse il nostro campeggio e dopo la ricerca disperata di qualche passante in quel posto semi deserto riusciamo finalmente a capire che è dopo il lago sulla cima del vulcano.
La strada imbocca una ripida salita che ci porta al cratere, da lì, la strada serpeggia all'estremità dei suoi bordi, diretti nel posto in cui passeremo la notte ammiriamo sulla nostra sinistra la maestosità di quell’enorme “buco” che lascia intravedere il suo interno granitico dove a metà l’acqua ne fa da padrona, regnando su ciò che un tempo era la tana del fuoco.
Mentre di sfuggita ammiro, con un occhio alla strada, quel paesaggio, cerco di immaginare come debba essere all’alba …

Arrivati nel nostro campeggio ci sistemiamo nei bungalow che avevamo prenotato. Ci arrangiamo in modo da sistemare anche Jonas e mentre le ragazze preparano un po’ la tavola noi andiamo a cuocere una quantità industriale di carne degna dei banchetti regali dei tempi dei rè scozzesi, siamo affamati!

L’accensione del barbecue è stata una piccola sorpresa, che un po’ ci ha fatto strizzare le chiappe. Le griglie erano lastre uniformi e costruite su un piano in cemento, e sotto di loro vi era solo un piccolo spazio  di una quindicina di centimetri d’altezza per raggiungere le valvole del gas. Attivato tutto, provo più volte da lontano a far partire la fiamma, ma l’interruttore elettronico non và, bene! Penso affamato e deciso a far partire quel coso il più presto possibile.
Mi avvicino cercando con un’accendino di dare fuoco a quel gas che lentamente usciva dal tubo sotto la griglia, nel modo più rapido possibile, ma niente.
La fame si fa sentire … spegniamo la valvola e diamo un’occhiata, tutto sembra ok … Decidiamo di riprovarci, chiedo ad Antonio di riaprire al minimo, cosciente del fatto che è meglio non prendere il fuoco alla leggera. Accendo la fiamma dell’accendino ed inizio ad avvicinarla all’erogatore, così che non appena fossi stato alla minima distanza indispensabile per far partire la combustione, il gas avrebbe fatto il resto.
La teoria mi sembrava giusta, il problema era stato il fatto che avevo sottovalutato il modo in cui quel barbecue era costruito. La piastra di ferro piatta sopra e la piccola imboccatura sotto facevano si che il gas rimanesse bloccato tra le due, creando una bella camera chiusa che in pochi secondi si riempì di gas. Mi abbasso un secondo per cercare di vedere dove fossero gli erogatori, scorgo il più vicino, purtroppo l’ultimo di tutto il tubo e quando finalmente il gas esce anche da quel piccolo forellino, il resto di quel piccolo spazio tra tubo e piastra era ormai pieno di gas. La fiamma del accendino inizia a muoversi per l’aria che esce dal piccolo foro ‘ok stà arrivando il gas’, penso. Appena noto che la fiammella è ormai innescata tiro fuori la mano, ‘abemus fuoco’, penso, osservando la fiamma che sola sbuca da quel piccolo buco nel tubo d’acciaio. Jonas ed Antonio osservavano pochi centimetri dietro di mè, quando ad un tratto la fiamma inizia ad espandersi rapidamente, dando fuoco al resto del gas intorno. Una fiammata sbuca veloce da quell’angusto spazio. Io, Tony, Jonae e Giulio facciamo un balzo in dietro e all’unisono esclamiamo
‘O fuck!. spaventati da quella reazione inattesa.
Dopo quel attimo la fiamma riprende la sua normale forma e tra due risate iniziamo a dare una pulita per piazzare la carne.

Dopo un po’ Elena ci raggiunge per cuocere anche un po’ di verdure, Giulio rivive l’esperienza dell’accensione di poco fa in prima persona, deve esserci qualcosa di difettoso in questi così ci diciamo. Elena si mette a cuocere le verdure, ustionandosi ancora una volta come ormai tradizione vuole.

Dopo cena, lo stomaco è pieno, e la stanchezza inizia a farsi sentire, sono ormai le tre, il tempo è volato. Propongo l’idea del lago all’alba, sapendo che avrei trovato pochi sostenitori, ma alla fine Giada Alice e Jonas decidono di venire anche loro. L’idea che la sveglia sarebbe stata da lì a neanche tre ore un po’ mi pesa, ma poi penso:
“Percho no! Infondo di tempo per dormire ne avrò, una volta tornato alla routine della vita quotidiana.”
Chiedo alle ragazze se gentilmente potevano svegliarmi la mattina, vista la mia incapacità di reagire a qualsiasi sveglia elettronica, ed andiamo a dormire.
 
La mattina dopo, o meglio dire dopo un paio d’ore, mi risveglio con Alice che già pronta con voce bassa continua a chiamarmi dalla porta della stanza dei ragazzi:
“Ricky! … Ricky! … Ricky!”
Continuava a sussurrare cercando di non svegliare gli altri. Non so da quanto tempo fosse lì, povera , ma la ringrazio per avermi regalato uno dei risvegli meno traumatici della mia vita, nonostante le poche ore di sonno ben visibili sul mio volto. Anche Jonas si sveglia appena si accorge che è ora, Giada è già fuori ad attenderci. Prendiamo l’auto e ci dirigiamo al lago.
Effettivamente, il lago di mattina era un’altra cosa. L’aria fresca, quasi fredda direi, il silenzio e l’acqua di un colore azzurro intenso che andava schiarendosi di minuti in minuto, fino ad assumere la definitiva colorazione azzurra intensa. Non era niente di paragonabile alla maestosità di vedere delle otarie o a quello che ancora ci aspettava nel viaggio, ma era una piacevole sorpresa, scoprire quella piccola meraviglia in una città scelta solo per dormire. Dopo un’oretta passata ad osservare il sole sorgere torniamo in auto e col sorriso torniamo a dormire. Sono ancora le 7, abbiamo un paio d’ore prima che gli altri si sveglino.



Ripresi i nostri averi e risistemati, andiamo a saldare il conto, facendo sgattaiolare Jonas fuori senza farlo vedere alla reception. Lui non aveva prenotato, essendosi aggiunto all’ultimo momento. Pensiamo bene che essendoci adattati ad usare otto letti per nove persone non fosse indispensabile rendere nota la sua presenza alla reception. Ancora una volta Alice ed Elena affrontano i pagamenti ed escono vittoriose con un conto per otto persone, viva gli italiani!
 


Facciamo un altro salto al lago per fare un altro paio di foto e ci rimettiamo in viaggio.

  




Questa volta la nostra sosta notturna sarà ad Apollo bay, sono circa due ore e mezzo di macchina da dove siamo ora, ce la possiamo prendere comoda e fermarci a vedere quello che la  parte sud del Victoria ha da offrire, stupende scogliere stile costa meridionale inglese, ma dal colore rossastro al posto del classico grigio calcareo. 
Le due cose più famose in assoluto sono nei pressi di Port Campbell, li vedremo i dodici apostoli, un nome romantico  dato a dei faraglioni che si ergono tra la scogliera e l’oceano ed il London bribge, con un po’ (molta) di fantasia, una copia naturale del famoso ponte che attraversa il Tamigi nel centro di Londra.

Consci di avere tutto il tempo del mondo ci fermiamo in una spiaggia che ci ispira, Jonas si unisce a me ed Antonio sin da subito all’idea di tuffarsi. L’acqua è gelida, ma il posto è magnifico, e meritava assolutamente il battesimo del fuoco con un tuffo in quelle acque, infatti dopo pochi minuti anche le ragazze e Giulio si tuffano senza troppe preoccupazioni. Ripensandoci ora non vorrei che gli altri ci avessero usati come cavie per vedere se si sopravviveva a quel tuffo o se qualche animale sconosciuto attendesse dei poveri sprovveduti che si buttassero in mare…
Quando il freddo dell’acqua inizia a far male torniamo al sole in spiaggia. Tra le varie chiacchiere ricordiamo che ormai è quasi Natale, ma in verità a noi sembra Giugno, e iniziamo a far viaggiare i ricordi del precedente Natale…




Ci rimettiamo in viaggio per rispettare la tabella di marcia, che mirava ad arrivare ai dodici apostoli per il tramonto. Per strada ci fermiamo nuovamente nei pressi di Port Fairy per mangiare la torta che le ragazze avevano tenuto per una tarda colazione.


Sulla spiaggia incontriamo un piccolo e vivacissimo Juck russel, non ricordo il suo nome inciso sulla medaglietta, ma ricordo che era veramente un gran bel cagnetto ed un gran rompi balle che veniva a scavare buche praticamente sotto di noi, prediligendo in particolar modo giochicchiare con Sara e scavare sotto il posto di Alice e tra le gambe di Antonio. Quel simpatico cagnetto ci terra compagnia per quell’oretta che ci soffermeremo a vedere il cielo che diventa ancora una volta grigio con le nuvole che si avvicinano dal mare. Poco prima di rimetterci in auto Marta, Sara e Giada decidono di dedicare la canzone preferita del nostro main driver Antonio con tanto di stacchetto. Lui dal canto suo interpreta la  parte del fico da “manuale”.


A Port Fairy ci fermiamo a mangiare del fish and chips in una specie di fast food poco fuori dal centro città. Marta, intanto, per la prima volta usa l’auto che Antonio aveva guidato ininterrottamente fino ad allora, per il breve tragitto necessario alla ricerca di una toilette per le ragazze. Antonio è un po’ titubante al pensiero di restare a mangiare mentre loro vanno in auto alla ricerca di un posto che la signora del locale ci aveva indicato con indicazioni alquanto superficiali. Ma alla finetutto manda giù quella  porzione di fish and chips che presentava una quantità spropositata di patatine e si tranquillizza.
Ogni tanto qualche scroscio di pioggi richiama l’attenzione e ci impensierisce, ma azzardo ancora una volta una previsione metereologica fatta ad occhio e mi convinco che ci sarà sole, non so se fosse la mia convinzione di guardare le nuvole, vedere dove andassero e cercare di interpretarle sulla base del puro istinto, o puro ottimismo, ma alla fine l’importante era che il sole apparve per davvero poco dopo.

Ci rimettiamo in viaggio dopo questa lunga sosta, e cerchiamo di imboccare la strada di Port Campbell chiedendo indicazioni ad un tizio che fuori casa sua era intento a tagliare il prato. Al ritorno Antonio sembra sconfortato, quel uomo gli aveva detto che non ce l’avremmo mai fatta ad arrivare alla nostra meta designata per dormire, Apollo bay, per tempo, la strada può essere trafficata e non troppo scorrevole.
Ma noi siamo fiduciosi e da lì, a Port Campbell inizia la Great ocean Road, quindi qualsiasi cosa accadrà, sarà un successone!













mercoledì 9 febbraio 2011

Otarie, Wallaby, Sabbia ed Anziani


Dopo colazione e quattro chiacchiere riusciamo infilarci in auto operativi poco prima delle 9. La musica di Sara mi tiene sveglio al voltante, mentre cerco di trovare la direzione per Seal bay, gli occhi sono puntati sul conta chilometri. La Hertz maledetta ha un contratto su quell’isola che non avevo mai visto, per i due giorni dell’affitto sono permessi solo 200Km, i chilometri in eccesso vengono saldati in seguito … il costo non è non tanto, tipo una cosa come 2 dollari ogni 10 km,  ma comunque un’assurdità.

Arrivati a Seal bay, il mio sogno per quella giornata si realizza! Volevo vedere due cose su Kangaroo Island, i pinguini e le otarie. La prima aspettativa ieri è andata male, ma oggi, il tempo è più caldo, il sole ogni tanto sbuca dalle nuvole e siamo perfino riusciti a svegliarci presto. Oggi sono  sicuro che ci saranno le otarie a Seal Bay.

Dopo aver pagato l’ingresso per l’area protetta, 10 dollari per percorrere un passerella che porta sulla spiaggia, la visita sulla sabbia, quasi prossimi al bagnasciuga aveva un prezzo extra, credo 20 dollari in più, un prezzo inutile, visto che sulla spiaggia si era comunque poco più vicini di dove eravamo noi in passerella. Per strada faccio poco caso allo scheletro di balena appositamente posizionato tra le dune per dare un po’ di atmosfera (?) solo Antonio mi convince a strappargli una foto tanto per...

Penso sempre più che gli australiani per quanto riguarda la natura siano dei master, ma non mi spiego perché debbano cadermi con queste trovate stile Jurassik park...

Arrivati in fondo, i miei occhi si illuminano, la vista è bellissima. Saremo sì e no a 4 metri, d'altezza e ad una ventina di metri dal mare e potevamo vedere tutta la spiaggia. A una ventina di metri da noi, loro! Una famiglia di una cinquantina di leoni marini australiani, per lo più tutti intenti a sonnecchiare o prendere il sole.

Diamo una letta alle informazioni che ci sono state date alla reception, e scopriamo che quegli animali che sembrano pigri e nulla facenti, passano 3 giorni , senza dormire, in mare aperto, a caccia di pesce, cercando di procurarsi la più grande quantità di cibo possibile e scappando alle orche o squali, per poi tornare a riva, dormire, digerire, e godersela. 
Una vita un po’ simile a quella di ogni studente universitario insomma. Periodi insonni e super intensi durante gli esami alternati a periodi di pura attesa, in cui lo sforzo massimo è svegliarsi per andare a lezione. Forse non la vita di tutti gli studenti, ma quella di molti che conosco, me incluso.

Quelle che sembrano delle bellissime palle di lardo che goffamente si muovono sulla sabbia, si rivelano invece nuotatori provetti che scattano in acqua come fossero pesci e si divertono a fare body surfing come i più comuni australiani! 

Molte, troppe parole servirebbero a descrivere quella spiaggia e quello che provavo nel vedere quelle panciute creature giocare tra loro e dormire. Forse questi video potranno aiutarmi a ricordare quella loro eleganza nascosta da un aspetto pigro e assonnato


                       ------------------------------------------------------------------------------------------------


Dopo una mezz’oretta in cui cerco di immortalare il più possibile quelle paffute creature,, e in cui benedico lo zoom che mi permette di scattare foto come fossi a due metri da loro, decidiamo che ne abbiamo abbastanza, e’ ora di andare! Le mosche continuano a darci fastidio, ma non importa, per quei 30 minuti sembrava ancora una volta di essere in una trasmissione della della National geografic, e le mosche erano solo un piccolo prezzo da sopportare.

Ci dirigiamo verso Vivonne bay, il sole è ormai coperto da nuvole che diventano sempre più aggressive. In barba alle mosche decidiamo di fermarci a mangiare sulla spiaggia dopo un tratto in auto degno dei più bei paesaggi litoranei che io abbia mai fatto, guidare su quest’isola è fantastico! Una strada sterrata su un promontorio, costeggia la spiaggia e ci porta ad un parcheggio, dove poi proseguendo a piedi si raggiunge la sabbia.


 

Io ed Antonio ancora una volta non ci pensiamo due volte, ed in barba all’acqua gelida, al cielo grigio ed alle onde che ci sbattevano addosso come schiaffi presi al gelo delle notte invernali ci tuffiamo.
 Non importa del freddo non c’era nulla che ci avrebbe fermati (a parte gli squali). Ispirati dalle “foche” viste poco prima, decidiamo di provare anche noi a fare body surfing. Aspettiamo un’onda che ci sembri abbastanza grande per regalarci qualche emozione e via, iniziamo a nuotare il più velocemente possibile, fino a quando non avverti la sensazione che l’oceano ti solleva dal normale livello del mare. Da quel momento, se prima hai nuotato bene, se prima hai raggiunto una velocità sufficiente per prendere l’onda nel modo giusto e hai fatto il possibile per trovarti al posto giusto al momento giusto, bhè allora, in quel momento, quando senti una forza che dallo stomaco ti solleva e ti spinge in avanti, allora li, per un’attimo, ti sembra di volare! 

Il corpo è sull’onda, il mare un po’ più un basso. Tendi a cadere in avanti, ma aiutandosi con le mani arrivi in un punto in cui le due correnti che formano le onde si incontrano.
In quel punto, per un attimo sei nel posto migliore che l’oceano possa offrire, allargo le braccia, e con un urlo pieno di gioia plano sull’onda per pochi secondi, prima che lei inizi a risucchiarmi nella sua risacca, il posto peggiore che l’oceano ha da offrire. Quella risacca che se ti prende ti tiene sotto per un po’…

Dopo le prime volte in cui bevo un sacco mi abituo ad assecondare le forzaedel mare e, finchè le mie di forze non mi abbandonano, riesco a provare e riprovare quel brivido per un bel po’ di volte. Antonio mi guarda ridendo come un bambino, anche lui entusiasta inizia a padroneggiare la tecnica, ma siamo esausti e io non sento più i miei piedi tanto che faceva freddo, però siamo felicissimi! Siamo ancora una volta come due bambini.
Dopo ancora un paio di onde, decidiamo di tornare a riva, ormai i miei piedi sono ghiacciati, camminare diventa quasi fastidioso.

Passeremo un’oretta sulla spiaggia a dormire per riprenderci dallo shock della sveglia di questa mattina. Le mosche però sono troppo fastidiose, imbragandomi come una mummia, riesco a trovare un modo per non sentire le loro zampette maledette camminarmi ovunque sul corpo .
 
Quasi tutti dormono, Alice non stà ferma un secondo, va dalla spiaggia al suo asciugamano, suppongo che le mosche non le diano pace.
Giada legge la sua guida per Bangkok, da li a pochi giorni ci avrebbe salutati per tornare in Italia, facendo scalo in quella città mistica. Un po’ la invidio, mi manca casa e il mio gruppo di amici bolognesi che rendono le lezioni un posto in cui andare col sorriso. Un po’ vorrei tornare, ma ormai ho fatto la mia scelta e fino ad ora ammetto che in Australia non sono stato poi tanto male, vorrei solo poter portare qui una decina di persone,poi sarebbe perfetto, ma fa niente.

Un po’ mi rattrista perdere Piadina, buona compagna di triennale siamo finiti per reincontrarci dove? in Australia…a volte il mondo è proprio piccolo, ripenso ora…
 
Tornati in auto, sono le 4 del pomeriggio, abbiamo ancora un paio d’ore di luce. I chilometri hanno sforato quota duecento, amen. Decidiamo di tornare indietro, senza arrivare all’estremità ovest dell’isola. Sul tragitto decidiamo di fermarci a Little Sahara e fare anche un salto al Murray lagoon, perché no, infondo sono sulla strada del ritorno.

Little Sahara, è un nome ovviamente dato per esigenze di marketing, ma arrivati sul posto la vista è stranissima. La strada per raggiungere il posto partiva da una piccola traversa sterrata poco segnalata, che si staccava dalla strada principale, si infilava nella boscaglia e superando sentieri accidentati, guidando a zig zag per evitare che le buche facessero urtare la coppa dell’olio col terreno accidentato, un paio di piccoli brivido da fuoristrada non guastano mai.

Una volta arrivati, il vuoto. Quella boscaglia fitta spariva, davanti a noi delle dune di sabbia circondate dalla foresta. Era come essere in un buco, sembrava letteralmente un buco nella foresta dove la sabbia si fermava per coprire e dominare l’area. Di corsa con Sara ed Antonio scaliamo la duna principale, più in parte alcuni ragazzi , i primi incontrati su quest’isola, avevano affittato delle tavole di legno per surfare giù da quella duna che si ergeva alta e ripida. 


 Una volta che Giulio mi raggiunge ci viene la malsana idea di provarci anche noi, un piccolo problema però ci affliggeva, non avevamo le tavole! Giulio prova a sedersi sull’asciugamano, io lo spingo per un attimo per vedere se riusciva a prendere velocità, ma nulla, l’attrito della sabbia era troppo forte. Ancora più ignoranti decidiamo allora di buttarci con il corpo, ma ancora una volta il risultato è un tonfo sordo dello stomaco sulla sabbia.
Ma non demordiamo!

Decidiamo di provarci l’ultima volta, nel modo più stupido che potevamo immaginare, rotolando su un fianco. Per primo va lui, si stende su un fianco, allunga le braccia, si copre il volto , e giù! Dopo una decina di metri si ferma, un po’ stordito di solleva e traballante mi fa il segno d’ok, poi si rimette a sedere. 
Va bene, che figata, penso. Vado anche io! Adotto la pessima tecnica che tiene le braccia vicino al corpo e mi butto.
La sabbia mi si infila ovunque, sento i colpi della duna che mi picchiano sui fianchi, sui reni ed in petto, le braccia amplificano ancor di più gli impatti. Aia porca miseria.!che cacchio di idea di merda, penso mentre precipito. Gli occhi sono serrati per non far entrare sabbia, bum bum bum, cazzo picchia forte stà sabbia, è l'unico pensiero che riecheggiava nella mia mente mentre immerso nel buio per occhi chiusi cerco di capire quanto manca alla fine di quella pessima idea. Mi sento colpire in ogni punto, ma non riesco a fermarmi, la sabbia è troppo ripida. Che idea del cazzo! Penso. Spero di fermarmi il più presto possibile. Dopo un po’ finalmente la pendenza è minore, riesco ad allargare le braccia e freno. Apro gli occhi e … non capisco un cazzo!
 
 Sono quasi ai piedi della duna, mi sento una merda, tutto gira, provo ad alzarmi per cercare con lo sguardo gli altri, ho un fortissimo senso di nausea, come se dovessi vomitare, mi sollevo fisso gli altri che dall’alto mi guardano, la duna sembra oscillare, faccio il cenno di ok, poi crollo sulla sabbia per riprendermi da quello stato …
Era come essere ubriachi marci, ma senza aver bevuto nulla. Nausea, tutto gira e la sensazione di voler semplicemente spegnere tutto il corpo per non sentire nulla. A fatica e a carponi torno su, ormai stò quasi bene, il senso di nausea si affievolisce e la testa non gira più. Anche Elena  vedendo che eravamo sopravvissuti decide di buttarsi e a fine corsa anche lei esprimerà la sua idea su quanto la nostre fosse stata proprio una pessima idea.

 Questa è la nostra fotosequenza, purtroppo non ho quella di Giulio! Che idioti!
















Tornati in auto, passo 10 minuti a cercare di togliere la sabbia che ormai era in ogni punto. Sperando di poterci permettere un tuffo alla laguna ci dirigiamo verso Murray. I

l nome laguna avrebbe dovuto farci capire qualcosa, rimaniamo delusi alla vista di quel luogo inospitale e vivamente sconsigliato alla balneazione che sembrava proprio essere l’habitat perfetto per i coccodrilli.

Scatto due foto per dover di cronaca, infondo per essere una laguna aveva il suo fascino,  prima di tornare alle auto.

Andando a piedi verso la laguna sono dovuto tornare in auto perche avevo dimenticato la mia macchina fotografica, su quel sentiero stretto tra la boscaglia, avevo visto un canguro, o probabilmente un wallaby, date le dimensioni, passarmi proprio davanti. Speravo di poterlo reincontrare al ritorno per fotografarlo, ma di lui nessuna traccia. 


In compenso però Sara intravede una specie di istrice, non ricordo quale fosse il nome dell’animale, ma insomma quella specie di riccio che se ti avvicini troppo ti spara gli aculei. Non curanti delle sue doti balistiche io ed Antonio cerchiamo di raggiungerlo per fotografarlo, ma il piccolo essere scappa via agilmente tra gli alberi e si nasconde sotto un tronco che spuntava dal terreno, non avendo la minima intenzione di  spostarlo gliela diamo vinta e troniamo alle auto.



Al ritorno il cielo si ingrigisce, e da buon uccello del malaugurio Antonio esclama, guarda la infondo, sembra i cielo stia cadendo, secondo me ci becchiamo un diluvio. Passeremo mezz’ora in balia di piogge torrenziali e vento che ci colpiranno in pieno, l’auto procede a 5 km orari, non si vede nulla, poi tutto d’un colpo stop, niente più pioggia… "che razza di clima!" sembriamo pensare tutti…


Tornati in ostello parcheggio l’auto, alcuni vanno a fare la spesa con l’auto di Giulio, Antonio va a farsi una doccia anche Giada e Sara, anche io ho bisogno di acqua che mi tolga tutta la sabbia che ho in dosso. Dopo una doccia veloce e rigenerante decido di mettermi a dormire un attimo per recuperare un po’ di energie. Dopo neanche 5 minuti sento che ancora una volta il cielo stà cadendo in terra sotto forma di gocce enormi. Neanche il tempo di appisolarmi che il vecchietto dell’ostello fa irruzione nella nostra stanza ed inizia a farfugliare qualcosa con Antonio, lui mi chiama innervosito, sembrava volesse infilargli l’asciugamano attorno alla bocca per azzittirlo. Il vecchietto mi avverte che l’auto deve essere parcheggiata nel giusto senso di marcia altrimenti in Australia prendi la multa. Lo ringrazio e gli dico che la sposto appena smette di piovere. Antonio, in parte segue la conversazione ancora scocciato da quell’irruzione. Il vecchietto mi guarda ed esclama:
“No!Now!”
“What sorry?” Gli chiedo stupito da quell’imposizione.
Lui insiste a dire che devo spostarla, come se avessi parcheggiato sopra qualcosa di prezioso, lo guardo e vedo il suo sguardo determinato a farmi spostare l’auto ora!
“But it’s raining so bad!” cerco di spiegargli, ma lui non demorde.
Per evitare di sbraitargli contro qualcosa del genere, ‘sono cazzi miei se mi prendo la multa, non hai niente di meglio da fare maledetto vecchio!’, mi dirigo verso la porta e sotto il balcone guardo il cielo che viene giù come se si fosse rotto. Il vecchio mi raggiunge e mi mette pressione. Penso al confort che c’era nel lettino nel quale mi ero appena steso per riposarmi, al tepore post doccia, e alla pace del sentire l’acqua che scorre mentre sotto le lenzuola ci si appisola.

“GO!” mi irrita ancor di più.
Mi volto verso di lui e con un’occhiata gli faccio capire di non rompere!
Lui continua, come fosse una cosa personale, non ne posso più, ripenso alla pace che hanno le otarie per calmarmi, ma ancora una volta la voce di quel’uomo mi disturba. Per evitare un litigio, tiro un respiro che sembra proprio dire:
 ‘ma quanto rompi!’.
Corro il più velocemente possibile verso l’auto, faccio inversione, e la parcheggio proprio davanti la porta di casa, ma in senso corretto, ‘voglio vedere se è contento di avermi rotto così tanto adesso!’.
Scendo dall’auto con calma, visto che dava proprio sul balcone di casa, gli faccio un cenno con la testa ed un ‘thank’s’ dichiara conclusa la “conversazione”.
Torno a letto, bagnato nuovamente come dopo la doccia, Antonio mi guarda e ride. Io mi volto dall’altro lato e torno a pensare alle foche viste poche ore prima …

La sera sarà tranquilla, riconsegnamo l’auto, giochiamo all’amico del giaguaro, un gioco in cui alice sembra avere una predisposizione naturale, ed Antonio un senso competitivo degno di una finale da mondiale. Vedendo il nostro stile un po’ alla lupo e villani, esclamerà che con noi non c’è proprio modo di giocare a quel gioco, mi faccio due risate nel vedere che ormai ci avevamo preso gusto a mischiare il gioco dei lupi il giaguaro, con crescente indignazione da parte di Antonio … hahaha
Finiamo la serata nel tepote di quei lettini a castello, domani sveglia presto ancora una volta. Si torna sul continente, la great ocean roat ci aspetta!