Quando Cook perché ubriaco sbaglia il nome della città la storia è già scritta!
Che caldo! L’aria è satura, dura e densa … fa caldissimo … che cacchio succede? Mi sento in forno … una verdura che viene cotta al vapore, ma ho sonno, provo a non pensarci, esco dal sacco a pelo e provo a riaddormentarmi … nulla da fare … qui, non si dorme. Ma che cacchio succede? Provo a focalizzare le immagini ma non ci riesco a intravedere nulla oltre che un blu intenso … sono ancora troppo assonnato per capire, poi realizzo … sono in tenda e il sole è sorto. La temperatura sembra quella dei giorni delle estati leccesi peggiori … quel caldo afoso che ti da fastidio anche respirare. Ma che ore sono? Guardo l’orologio che anche lui stanco mi sembra dire “che vuoi?” Sono le 6.30! Miseriaccia! Così presto? Mi rassegno che tornare a dormire è impossibile. Infondo oggi la sveglia doveva essere alle 7, si va a Fraser. Se volete vedere delle belle immagini dell’isola … non contate sulle mie foto … il sole sarà in aria solo per pochi minuti ancora, il tempo per mandare la temperatura della tenda prossima alla temperatura di fusione dell’acciaio e poi sparire tra le nubi.
Esco a fatica dalla tenda, le mille cerniere erano state intelligentemente chiuse bene. Visita ai bagni del camping che ti svegliano con una dolce musichetta che va 24 ore su 24, doccia veloce e già sento Elena che ci sgrida … siamo in ritardo come nostro solito … il pullman è già fuori quando azzannando un biscotto prendo su la macchina fotografica, la tracolla e corro per evitare una sbrigliata da Ele J La scusa stavo chiudendo il Van mi salva dal linciaggio e mi permette di scamparmela con solo una leggera occhiata.
L’autista del bus è un pazzo! Guida a velocità folle tra le stradine che portano al “molo” del traghetto. Ci dice di osservare fuori che si potrebbero avvistare dei canguri, ciò mi da la forza di tenere gli occhi spalancati … ovviamente di canguri non se ne sono visti, ma almeno riesco ad essere pienamente consapevole della follia di quell’autista che non accenna a rallentare nemmeno quando il motore grida pietà e la strada diventa più difficile.
Nel frattempo racconta alcune storie sull’isola e su Hervey. Racconta che Cook voleva dare il nome a uno dei membri del suo equipaggio alla città. Quest’ultimo si chiamava appunto Harvey, ma essendo il capitano sempre ubriaco ha sbagliato a scrivere il nome mettendo una “E” al posto della “”A … ma ormai il nome era già stato ufficializzato quando gli venne fatto notare l’errore. Che fantastico capitano folle doveva essere Cook, penso.
Arrivati stranamente sani al cosidetto “molo”, uno spiazzo di cemento in cui ci sono mezzi 4x4 e tante persone in fila ad attendere il traghetto che li proti a Fraser ma che come noi è in ritardo.
Il viaggio è un po’ da profughi, fuori una lieve pioggia, porca vacca! Dentro tanta gente trova un modo per mettersi comoda, essendo tutte le sedie occupate ci si stipa un po’ sul corridoio in stile viaggi della speranza Bologna Lecce sui Trenitalia durante il periodo natalizio. Chi lavora non manca occasione di farsi odiare passando in mezzo alla gente dicendo che non ci si può sedere per terra perché loro devono passare … se non avessero avuto tutti un rispettabilissimo panzone da birra ci sarebbero passati benissimo, penso io.
Arriviamo a Fraser, il tempo non è il massimo le nuvole sono fitte e pioviggina, ma è solo quella pioggerella fastidiosa che si mixa un po’ con l’ aria umida del posto.
Saliamo su un altro pullman che ci porterà a fare un giro per l’isola. L’autista accenna un saluto simpatico, ma il sonno e il tempo fanno si che riceverà una risposta non più entusiasta di un “Hey!”. In compenso però il suo stile di guida ci sveglia tutti e mi fa pensare che doveva essere il fratello più spericolato del primo autista, definisce il tragitto che ci apprestiamo a fare come “a bit bumpy e YAAAHYYYY!” quell’esclamazione però mi rallegra e mi mette di buon umore.
L’autista racconta alcune delle peculiari caratteristiche della foresta. Fa notare che Fraser è l’unico posto al mondo dove la foresta pluviale cresce sulla sabbia e che quest’ultima è l’unica cosa di cui l’isola è composta. Questa peculiarità rende i suoi alberi tanto pregiati, perché super resistenti all’acqua e salsedine, tanto che l’isola rischiava di essere deforestata per la grande domanda di quel tipo di legno finche non venne protetta e gli alberi ripiantati. Tanto per darvi un’idea, il legno usato per costruire il canale di Suez veniva da quest’isola, o almeno così ci racconta il capo.
Affascinati dal racconto arriviamo alla prima meta. Si và a vedere appunto questa magica foresta, e lasciatemi dire, mai tale aggettivo fù più appropriato. Appena addentrati nel sentiero un profumo fresco e dolciastro ti circonda. Il verde è il colore maestro e la sabbia sotto i piedi rende il tutto un insieme surreale.
La camminata vicino a un torrente mi affascina e mi rilassa. La sensazione è perfetta, Marta mi fa notare che la pioggerella aggiunge quel tocco di perfezione a una foresta pluviale. Le do ragione, anche se la pioggia mi bagna l’obbiettivo gli occhi ci vedono ancora benissimo, e un posto di un verde così verde non l’avevo mai visto. E il profumo mi piace tantissimo.
La camminata prosegue costeggiando il torrente. Si chiacchera si fanno un paio di domande all’autista cowboy pazzo. Poi si torna all’autobus.
Il viaggio continua e un altro “youhuuuu” sfugge all’autista mentre si sobbalza tra le buche della strada, con salite e discese ripide e curve strette mi chiedo come faccia quel pulmann 4x4 a tenere tanto bene la strada.
Nel mentre interrotto solo da buche particolarmente profonde il cowboy ci racconta che Fraser originariamente aveva un altro nome. Un nome aborigeno che stava a significare “paradiso in terra dove gli dei scendevano” o qualcosa del genere ma che è stato gentilmente spazzato via dagli occidentali per Fraser. Fraser mi sembra di aver capito che fosse il nome di una donna un po’ fuori di testa che dopo aver perso marito e bambino, forse venduto, sull’isola è tornata sulla terra ferma ed ha iniziato a raccontare la storia di ciò che gli era successo rendendola sempre più ricca di nuovi particolari e fatti fasulli, fino a creare molte storie sulle sfortune passate. La donna passava la vita raccontandole in giro per l’Australia riscuotendo anche un discreto successo. Alla sua morte i parenti vollero creare un monumento in suo favore, ma il governo non glielo permise perché lei in fondo non aveva fatto nulla per l’Australia. Sicchè dopo varie ricerche sempre i parenti si accorsero che tutte le storie non erano altro che derivanti da un'unica storia di base ambientata su un isola, appunto Fraser. Così proposero di dare il suo nome all’isola, questa volta il tributo fù concesso. Così l’isola dal nome aborigeno venne chiamata Fraser, cosa abbia fatto quella donna per gli aborigeni da dare il suo nome alla loro isola sacra però me lo chiedo ancora ....
Dopo la foresta facciamo una sosta ristoro dove il buffet sembra manna dal cielo, la fame è tanta, e le coscette di pollo non sono male …
Una volta rifocillati ricomincia il viaggio. L’autista annuncia che prenderemo l’autostrada per andare a vedere una nave arenata a riva e una specie di sasso di sabbia.
Credevo di aver capito male quando viene nominata l’autostrada. A Fraser? Poi i miei dubbi vengono chiariti. L’autostrada non è altro che il bagnasciuga, la spiaggia di Fraser viene usata come autostrada a due corsie, con tanto di segnali e limiti di velocità … credevo di non potermi più stupire delle autostrade australiane, ma ho imparato che il detto mai dire mai è incredibilmente vero.
Arriviamo al “sasso” un pezzo di roccia sabbiosa che sorge vicino la spiaggia i suoi colori sono bellissimi, ma poco altro da aggiungere. Facciamo 2 gag con Giulio. Un paio di foto e due risate, anche se il tempo non è dei migliori e sono un po’ assonnato l’umore è buono, e questo è ciò che importa.
Al ritorno ci fermiamo a quello che suppongo possa essere la foce del ruscello visto in precedenza nella foresta. Temerari io, Giulio e Davide decidiamo di percorrerlo al contrario, mentre gli altri ci seguono sulla passerella. L’acqua è gelida, e in alcuni punti si rischia di sprofondare fino al collo, un esperienza poco piacevole. Decido di seguire altre persone prima di me quanto meno per tenere asciutta la macchinetta. La traversata è divertente, vedere davide che ogni tanto mette il piede nella buca sbagliata e bagarsi, e io e Giulio che camminiamo tenendo su il costume per evitare di bagnarlo, visto che non ci sarà il sole a tenerci caldi, rende lo spettacolo un po’ equivoco, mi sento come una vecchietta che si tuffa in mare ma che cerca di non bagnarsi i capelli haha.
Arriviamo alla fine del tratto sicuro. Il ponticino della passerella sopra di noi ci ricongiunge con gli altri. Lì Antonio decide di venire giù anche lui. Scende le scale e vedere la sua espressione stufata e del gene “E no … e che diavolo!” dopo essere sprofondato con una gamba in una conca creata dalle correnti bagnandolo fino a metà corpo e rendendo totalmente vana la sua decisione di non risalire il torrente con noi per non bagnarsi, non ha prezzo.
Torniamo al bus per dirigerci alla prossima metà, il lago McKenzie. Ma prima ci fermiamo a vedere la nave arenata, nulla di speciale, se ci fosse stato il sole forse sarebbero uscite un paio di foto decenti, ma nemmeno quello.
Ripartiamo e l’autista ci avverte di stare attenti ai dingo una volta arrivati al lago, ma non se ne vedrà nemmeno uno, purtroppo.
Arrivati al lago le nuvole sono ancora in cielo, ma il cielo accenna una schiarita.
L’aria è fresca e la vista di quel lago blu scuro davanti a noi, circondato da una sabbia bianca e pura come poche al mondo e subito dietro la fitta e densa foresta tropicale dove praticamente tutto al suo interno potrebbe ucciderti, creano un’atmosfera eccezionale
Passo alcuni minuti ad osservale il lago, ogni tanto qualche raggio di sole lo rischiara e mette in risalto i suoi colori originali, un cristallino limpido nei primi metri e un blu intenso nel centro dovuto ai resti della vegetazione che fanno si che l’acqua non permei tra le miriadi di fessure che la sabbia offre formando così il famoso lago McKenzie. Bellissimo!
Dopo alcuni minuti di osservazione reciproca mi convinco che un bagno in quel posto sia una delle cose più fantastiche che si possano fare. Come se avesse pensato la stessa cosa, Davide viene verso di me e mi propone di tuffarci.
L’acqua è gelida, non si riesce a fare un ingresso soft, occorre buttarsi tutto d’un colpo, altrimenti il freddo ti fa desistere dall’idea. Antonio si unisce a noi, ci fermiamo un secondo sulla riva, un ultimo istante di osservazione a quell’acqua così pulita, ma allo stesso tempo inquietante. Un respiro, una corsa veloce verso la zona più profonda e si è già sott’acqua.
Il gelo è solo al primo impatto, dopo un po’ una sensazione di benessere ti avvolge, il fresco inizia ad essere assimilato e tutto il corpo si rimette in moto. Nuotare nel lago McKanzie è stato fantastico, l’acqua era pesante, si faceva una fatica immonda per stare a galla, ma allo stesso tempo la pace di quel posto, la tranquillità di quelle acque e il colore bianco della sabbia che circonda tutto il lago trasmettevano una sensazione di benessere che sarei rimasto lì per ore. Se non fosse che l’autista ci aveva dato un ora di pausa e il sole continuava a nascondersi timidamente dietro le nubi.
Una volta uscito si stava benissimo. Raccolgo un po’ di sabbia per mia zia che le colleziona da tutto il mondo, pensando che quella di questo lago non poteva mancarle. Qquel bagno e quel posto avevano qualcosa di magico da trasmettere. Uso un contenitore di plastica per gomme da masticare, afferro una manciata di sabbia e la osservo, mentre bianca e luminosa scorre dalla mia mano in quel barattolo dove resterà per molto tempo.
Il viaggio è ormai giunto al termine, un'altra corsa, un altro “yhayyy” per le strade improvvisate di Fraser, e il bus ci riporta al molo. Ci reimbarchiamo e torniamo ad Harvey, in mare aperto si intravedono dei delfini in lontananza, ma si riesce a malapena a scorgere una o due pinne che fendono la superficie.
Tornati al nostro camping facciamo quattro chiacchere, ma siamo tutti un po’ esausti, andiamo a dormire? Ma chè! Decidiamo di andare a cenare in un posticino sulla strada che da sulla riva…ma la ricerca si fa ardua sono le 9 e tutti iniziano a chiudere! Porca miseria!!! La fame inizia a crescere a dismisura, in extremis troviamo un ultimo posticino aperto prendiamo dei piatti col pesce, ma non è il massimo. Abituato a Lecce, di solito i locali sul mare servono sempre dell’ottimo pesce fresco o quanto meno di buona qualità indipendentemente che si sia in un posto di lusso o meno. Mi aspettavo lo stesso da un posto che dà sull’oceano pacifico … ancora una volta l’Australia mi lascia perplesso.
Decidiamo di continuare la serata su un terrazzino che da sulla spiaggia. Le ragazze hanno il loro vinello, noi una scorta praticamente illimitata di birre fresche collocate nella bara di ghiaccio. Si chiacchera si beve, si ride. Alle spalle il buio intenso che solo l’oceano può avere, davanti un gruppo di 8 persone che se la ride. Che bellezza.
Le ragazze decidono di andare a dormire, ma il problema è che abbiamo una sola chiave per il camping. Così Marta e Elena ci assicurano che sarebbero rimaste sveglie e di non preoccuparci. Povere, non sapevano che non avevamo la minima intenzione di terminare la serata così presto.
Restiamo noi 4 e la bara di ghiaccio. Dopo aver notato che alcune birre erano rimaste calde perché tenute fuori dal ghiaccio da delle sottilette kraft con la scritta zero grassi mi rendo conto che la purezza del nostro scrigno era stato violato dalle donne…con un gesto di rivoluzione e indipendenza, le afferro, con un gesto che imita il discobolo le lancio verso l’oscurità dell’oceano. L’immagine di quel formaggio con 0 grassi che vola verso il buio con la luna che ne riflette alcuni riflessi prima che la sua traiettoria si perda nel buio fa scoppiare un’ applauso. Questi sono i piccoli gesti che mi ricordano che sono nato uomo, un formaggio fat free che viola la zona sacra della birra merita di essere punito! Non faccio lo stesso col resto dei prodotti che non fossero birra perché nessuno di loro mi sfida con scritte del tipo zero grassi, zero calorie o zero zuccheri. Loro possono restare, ma una sottiletta fat free in uno scrigno pieno di birra è una chiara dichiarazione di guerra J
La serata si sposta in un bruttissimo locale poco più avanti al nostro Van. Il posto è squallido, ma sembra essere l’unica cosa aperta in questa città, restiamo un po’ cerchiamo un po’ in giro qualcosa di interessante, ma alla fine riusciamo a combinare ben poco. Siamo abbastanza stanchi per decidere di tornare. Elena e Marta si fanno trovare sveglie, povere, ci aprono il portone e vanno a dormire appena parcheggiamo il Van.
In fine andiamo a letto anche noi con la stessa disposizione della notte prima. Io, Davide e Antonio in tenda, Giulio con Elena e Marta nel Van bianco (Grande Giulio), e Giulia, Alice e Giada nell’altro.
La mattina la sveglia è con il sole, un lieve malditesta mi accompagna come spesso capita nelle mattinate che seguono grandi serate. Noi ragazzi della tenda approfittiamo dell’orario mattutino per piazzarci in piscina e rilassarci finche tutti gli altri non si svegliano. Infondo la partenza per Rockhampton è ancora lontana si partirà a mezzogiorno circa. Percorrendo 400Km in 5 ore a quanto suggerisce google ma forse saranno meno …
C’è ancora tempo per rilassarsi un po’.
Giulio esce dal Van, chiede a Marta perché dobbiamo svegliarci e quando lei le risponde che non dovevamo farlo torna a letto, ma dopo 2 minuti torna fuori vestito impeccabile, jeans e maglietta abbinati, scarpe ben legate e portamento fiero e va in bagno, poi torna in Van a dormire. Da quel momento Giulio diventerà il Principe.
Intanto anche le ragazze si uniscono a noi, il sole oggi si fa sentire, creme solari protezione 30 e via ci si rimette a giacere sulla sdraia. Ad un certo punto noto una cosa…Tony…ho fissato il mirino. Il poveretto si stava rilassando vicino la piscina con dietro le ragazze … perfetto penso. Unico problema! A fianco a lui Alice ha l’iPhone acceso che suona un po’ di musica, devo spostarlo, ma purtroppo nel farlo tutti notano che stò per combinare qualcosa. Faccio finta di nulla ma Tony, che mi conosce mi tiene sott’occhio, come per farmi capire che appena azzardo qualcosa lui se ne accorge … hehehe … penso ….
Cammino lento attorno alla piscina sempre con lo sguardo della futura vittima a tenermi d’occhio , fingo indifferenza e alzo la testa, incrocio lo sguardo del vigilantes che capisce che stò per fare qualcosa. Ora o mai più penso. Scatto veloce verso il bordo piscina opposto, salto, e mentre sono in aria noto l’espressione dell’uomo ormai in trappola che si rende conto di quello che stà per succedergli ma che ormai non può più scappare. La sua espressione accenna una smorfia che si prepara all’ondata di freddo imminente. Hahaha me la rido mentre impattando contro l’acqua con l’aiuto delle braccia alzo un’ondata che travolge il povero Tony hahahahaha la sua espressione simile a quella del giorno prima quando era scivolato nella conca del torrente mi regala sempre soddisfazioni. Le sue smorfie hanno reso il povero malcapitato una delle vittime preferite dei miei scherzetti.
Dopo un po’ le ragazze vanno in spiaggia, noi invece decidiamo di fare qualcosa di molto più importante, andare a rifornire la scorta di ghiaccio necessaria per il prossimo giorno. E giacchè acquistare una nuova cassa di birra e del vino. Per quanto ci riguardava potevamo restare senza benzina o senza cibo, ma non sia mai che restassimo senza qualcosa da bere. Unico dispiacere di tutto il viaggio è stato il fatto che le ragazze non avessero voluto affidarsi alla nostra esperienza per gestire l’alcool, ogni volta finiva che noi uomini eravamo perfettamente coperti per la serata mentre le ragazze lo finivano sempre prima.
Ci ritroviamo dopo un po’ sulla spiaggia, al ritorno un tizio ci chiede se potevamo dargli una mano a prendere un piccolo opossum sull’albero. Davide sale e porta giù la minuscola creatura che inizia a muoversi sulla sua maglia come fosse un albero. E’ la prima volta che vedo un opossum così piccolo, e devo dire che è davvero un animaletto amabile, nonostante Elena ne sia terrorizzata perché crede velenosi J.
Passiamo dal supermarket dove le ragazze provvedono a comprare qualcosa da mangiare, grazie al cielo c’erano loro a tenerci in forze, altrimenti come detto prima avremmo vissuto con fish and chips e birra per tutta la vacanza.
Partiamo e cerchiamo di uscire dalla città, e in quel momento mi rendo conto che non era solo Cook a essere ubriaco, ma anche gli australiani quando anno messo le indicazioni stradali facendo di tutto per rendere l’uscita dalla città più ardua possibile, nessun cartello che indicasse Rockhampton, giriamo in tondo per una decina di minuti prima di fermarci nuovamente in centro per raccogliere le idee e riuscire finalmente a dirigerci in quella che speriamo essere la direzione giusta. Ciao Harvey, ciao Fraser, ciao sottilette con 0 grassi. La sosta è stata piacevole e il viaggio è appena iniziato.
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