domenica 28 novembre 2010

The best way to predict your future is to create it! Part 4 of 7

Running in the Paradise Day 1

La nebbia ci fa paura oggi. Le distese di nebbia stile Val Padana non sono proprio il miglior preavviso per poter arrivare ad Airlie beach in tempo per prendere il traghetto. Sono le sei e mezza di mattina e il silenzio della gente che dorme lascia tutto il tempo alla mia testa di pensare che se continuiamo così ci mettiamo più di due ore ad arrivare, perdendo quindi il traghetto, facendo niente altro che accrescere l’ansia.
Fortunatamente dopo una quarantina di minuti la nebbia sembra alzarsi, una sensazione di libertà e spazio mi rassicura, la strada è scorrevole, il traffico non è intenso e Davide ha un ritmo velocissimo, fa da apripista perfetto, tiene una media dei 120 e Horny chicken fa quasi fatica a stragli dietro. Ma va bene così penso, recupereremo il tempo perso nella nebbia ed abbiamo una chance di arrivare per tempo.

Ci ricordiamo che non sappiamo bene dove salpa la nave che ci porterà alle Withsundays. Telefoniamo e scopriamo che il molo è 10 km oltre Airlie. Bene … l’ultimo tratto di strada si districa tra delle colline, la strada è piena di curve e spesso costeggia piccoli strapiombi, Davide nonostante abbia notevolmente ridotto la velocità continua a dettare il passo ad un ritmo che va ben oltre la soglia di sicurezza per quelle strade, Gallina pazza tiene bene la strada, Antonio invece fa un po’ più fatica a stargli dietro con il volante di Horny Chicken che trema pesantemente ad ogni frenata e tener lo stesso ritmo di Davide è praticamente impossibile, gli informiamo via radio che la nostra monoposto non è in forma e che dobbiamo tenere il ritmo più lento, vadano avanti loro e ci informino quando la strada è più tranquilla per poter schiacciare un po’ con l’accelleratore. Ormai avevamo adottato una tecnica di sorpasso militare. Quando trovavamo di fronte mezzi pesanti o auto con caravan o barche a rimorchio il van di testa superava con un po’ di fatica il tardone di turno, nel mentre il secondo van attendeva in coda. Il van che completava il sorpasso andava poi avanti per un km e avvertiva il socio rimasto dietro se la strada e il traffico davano il tempo anche al secondo di superare. Ormai eravamo padroni di questa tecnica e ogni nostosorpasso che purtroppo impiegava più di un minuto per essere completato, le nostre galline avevano il culo pesante, era comunque svolto in relativa sicurezza.

Dopo la tratta montana riusciamo ad arrivare al molo, scarichiamo il necessario, lasciamo un van al parcheggio, ma ci ricordiamo che non abbiamo un pallone ne un fresbee ne racchettoni… un sacco di alcol, un sacco di cibo e successivamente sotto la supervisione di Giulio, 3 bare piene fino all’orlo di ghiaccio. Il desiderio di Giulio e le sue bare di ghiaccio è stato esaudito. Il suo volto ha un aria fiera e soddisfatta e gli occhi spalancati fanno trapelare la soddisfazione che il ragazzo stava provando quando in alcuni momenti di tentazione apriva quegli scrigni e vedeva le sue scorte di birra immerse in quei cubi di ghiaccio ... il principe aveva il suo tesoro, e ne era veramente felice.

Davide propone di fare un salto indietro ad Airlie per provare a comprare i racchettoni o un pallone e un fresbee e soprattutto cosa più importante, la menta per i Mojito! Io mi ricordo che i miei infradito mi avevano appena tradito il giorno prima e mi offro di andare con lui, nel mentre gli altri gestivano un po’ il carico, Davide con motore rombante si affianca, abbiamo fretta e le sue sgasate  mettono fretta. Il van viene scaricato in un tempo record stile pit stop di formula1. Salto su è il ragazzo parte senza perdere tempo…i dieci km dal molo ad Airlye li facciamo in 15 minuti che credo di aver fatto in apnea… Il van è super a sinistra , Davide usa le marce ridotte per far si che Gallina pazza abbia un buona ripresa per superare senza scupoli ogni tipo di mezzo ci si parasse davanti. Io lo lascio concentrato, abbiamo fretta e continuando a guardare la strada, pregavo. A sinistra vi era solo un pericolante guard rail come divisorio tra l’asfalto e la vegetazione della collina che ripida finiva in mare. Pregavo, non respiravo e pensavo…maledette infradito e maledetti mojto…

Arriviamo sani e salvi a Airlie abbiamo ancora 30 minuti prima dell’orario di partenza, ci fiondiamo a cercare la menta, cerchiamo di spiegare alla cassiera che  non la troviamo , inizialmente lei ci mostra il succo di menta, e ovviamente sconfortati decliniamo il prodotto, prendiamo un surrogato di succo alla fragola, almeno potevano ancora provare a fare in Caipirosca, ma alla cassa la seconda cassiera mentre gli dicevamo dove andavamo e che ci spiace non aver trovato la menta per il mojto, la ragazza relativamente giovane solleva lo sguardo e si illumina, MOJITO? MINT? Ooooooo yeah! Of course , now i know” non curante della coda dietro di noi corre via verso il banco frigo strillando qualcosa alla sua collega che ci guarda sorridente, torna dopo un minuto in cui chiunque avreppe poturo arraffare qualunque cosa e andare via, nessuno si è scomposto. Sembrava quasi normale concedere a due poveretti il diritto di non creare caos per permettergli di godersi un mojito in spiaggia … La ragazza torna, ha in mano un pacchettino verde, io e Davide osserviamo quel verde intenso con gli stessi occhi che aveva Giulio guadrando il suo monte di ghiaccio. Avevamo la menta, corro in un negozio a comprare dei racchettoni, fresbee, infradito e chiedo anche se avevano un costume, richiesto all’ultimo minuto, troviamo tutto, tranne il costume, ci sentiamo degli eroi, ma per non fallire sul più bello dobbiamo arrivare in tempo.
La strada è trafficata ad Airlie, io e Davide ci guardiamo, e come veterani di guerra non curanti delle pallottole ci facciamo un cenno, e ci buttiamo nel traffico, un paio di clacson, e un po’ di strizza ma riusciamo a raggiungere il nostro van. Col lastessa tecnica aggressiva , stile autista romano, ci buttiamo in strada , clacson, ma nulla di grave, abbiamo fretta la strada è per noi e deve essere addentata. Abbiamo gli occhi di due paramedici che portano un organo da trapiantare in una scatoletta, la nostra però conteneva della menta fresca , dei racchettoni e un fresbee. Stesso stile di guida dell'andata, stessa apnea e stesse preghiere che mi avevano fatto arrivane sano e salvo ad Airlie. Riusciamo ad arrivare in tempo e vittoriosi, un bravi da parte degli altri ci ripaga del rischio corso. Nonostante tutta la fatica per arrivare in tempo, la tizia che affittava mute protettive anti cubo meduse, e gli strumenti per fare snorkeling è lenta come poche cassiere al mondo, sembra non gliene freghi nulla che suo marito, il capitano della nave, stia sbottando contro di noi e altri turisti aspettano solo che noi saliamo… Mentre guardo il suo modo di fare i conti, che consisteva nello scrivere per ogni persona lo stesso tipo di calcolo fatto per la precedente, stesso importo , stessa procedura. Solo che la nostra piccola genietta trascrisse i risultati per 9 volte anzicche scrivere una volta sola dicendo questo è quanto costa a testa…va bhè, se penso che ho fatto la strada pregando per arrivare in tempo mi viene da strangolarla, lo stanzino dove fa i conti è caldissimo, sembra una sauna naturale, mi affretto a pagare la mia parte ed aiuto gli altri a caricare tutto alla meno peggio sulla barca che ci portera su whiteheven, la spiaggia più bella di tutto l’arcipelago, la prescelta di 60 isole definite uno dei posti più belli al mondo.

Siamo tutti stanchi, ma tutti guardiamo il cielo che con nuvoloni grigi incute terrore…lo sguardo di Elena è triste osserva il grigiume verso cui ci indirizziamo, Tony e Davide si godono il meritato riposo dopo due ore di guida col cuore in gola. Io resto un po’ sveglio a chiaccerare con gli altri e a godermi le oscillazioni di quella barchina di 7 metri che affronta l’oceano senza troppi timori. E' lo stipo di imbarcazione da sbarco in normandia, rozza, rumorosa e intramente in acciaio, la prora della barca si abbassava a mo di ponte levatoio e i soldati ( noi) erano pronti all’imbarco e allo sbarco.
Il viaggio è lungo, ci vorranno due ore circa per arrivare alla nostra isola, gli altri turisti sulla nave, una famigliola con 2 bambie carinissime, alcuni anziani e un'altra coppia scendono in altre spiagge, la nostra è l’ultima meta. Intanto la pioggia inizia a diventare seria, porca vacca piove! Elena ha uno sguardo sconfortato, sembra dica che cavolo facciamo 2 giorni su un isola deserta senza ombrelli ne altro per proteggerci, solo 3 tende minuscole. Io ho più o meno lo stesso tipo di pensieri ma mi ricordo però che avevamo il telo verde, un telone 4 metri per quattro comprato come base della nostra tenda. È un telo impermeabile penso, ricordo che le ragazze avevano pensato di comprate dei cavi per stendere i panni, e penso che in qualche modo con l'aiuto degli alberi avremmo potuto creare una specie di protezione. Comunico a Elena l’idea, ma non la rassicuro molto, sono però sicuro che tutti staremo meglio se usiamo quei cavi per creare una specie di tetto vicino le tende. Nel frattempo siamo tutti a poppa, l’unica parte coperta della piccola imbarcazione si trova li, ora piove veramente tanto, osservo i nostri sguardi tristi ma una cosa ci regala nuovamente il sorriso. Giulia! Giulia dormiva profondamente, non importava che la barca sbattesse pesantemente di pancia sul mare, la pioggia scrosciante su di lei e il freddo, no! Lei era ancora a prua, distesa sotto l'acquazzone , viso al cielo, cappellino e occhi chiusi…dormiva, incurande dell’essere fradicia. Si sveglierà solo quando va barca bruscamente approccia la spiaggia di Whiteheven. Il capitano ci saluta dopo aver scaricato la nostra roba, pinne, cibo, una valigia nera super fashion piena di vari oggetti strategici e 12 damigiane di plastica da 15 litri piene d’acqua “potabile”. L'uomo dal volto provato dal mare ci osserva ed esclama con un sorriso “ ci vediamo fra due giorni, buona fortuna!” innesca la retro e se ne và.

Siamo in spiaggia, la pioggia è cessata per un attimo, ma ci sentiamo spiazzati. La spaiggia è bella, ma non c’è il sole, ci precipitiamo verso la zona attrezzata per il campeggio, e pensiamo subito…attrezzata?
Il posto aveva solo una serie di piccoli spiazzi dove piantare un tot di tende, un tavolo basso in legno e un solo bagno a una cinquantina di metri dal nostro punto…bene… capiamo subito che la situazione sarà selvaggia. Piazziamo le tende e parlo con Davide del telo da usare come tetto se piove. Il nostro McGiver tira fuori lo stesso coltellino delle ananas e inizia a segare un paio di rami, li piazza in contrasto con il tavolino piglia le corde e in 15 minuti aveva creato il riparo perfetto, che ci salverà la vita la sera seguente. Dovrebbe essere nominato a mio parere capo della protezione civile, il livello di efficienza è stato incredibile, un tempo di risposta minimo e la qualità della struttura era massima. Chapeau a Davide. La pioggia non era più così una minaccia. Il tempo di respirare un attimo e sentiamo dei rumori dietro la tenda più vicina alla spiaggia.
Ci voltiamo tutti ... E' un drago ... si un drago! Un lucertolone di 2 metri cammina indisturbato dietro le nostre taniche d’acqua. L’incredulità generale prende voce nell’espressione di Giulio che esclama in toscano “PORCA PHUTTANA RAGAZZI !”.
Io corro a prendere la macchinetta fotografica credendo che quella fosse una delle poche volte in cui avrei visto quel drago... ma in realta scopriremo che avevamo piazzato le tende proprio nel suo territorio, passeremo i successivi giorni a duellare con lui e la sua famiglia per fargli capire che quello ormai era diventato il nostro spazio.

Finito di piazzare il tutto, ci tuffiamo in mare. In teoria l’oceano in quelle zone non è tranquillo, ci sono squali e soprattutto le terribili Cubomeduse, meduse lunge anche fino a tre metri, capaci di uccidere un uomo in meno di tre minuti con il suo veleno urticante provocando paralisi dell'apparato respiratorio e l'arresto cardiaco. La specie più grande ha veleno urticante a sufficienza da uccidere sessanta persone. Per questo noi abbiamo affittato le tutine che mi piace chiamare tutine J.
Vediamo però che altra gente fa il bagno in mare, chiediamo ad un tizio che ci informa che non è proprio stagione per le meduse, che arrivano di solito verso novembre, non a fine settembre... ci sentiamo più tranquilli e ci tuffiamo. Non ci allontaniamo troppo dalla spiaggia, l’acqua è fresca , ma le nuvole con ci fanno godere appieno di quella nuotata, dopo pochi minuti torna a piovere. Torniamo alle tende e un'acquazzone tropicale ci libera dal sale, penso però che alla fine, se piove , sono già bagnato, tanto vale metter le mute J, che tanto ridicole sembrano e continuare a fare il bagno, magari con la maschera, Giulio è d’accordo e anche tutti gli altri ci seguono. Il bello è che una volta indossate queste mute superaderenti, mi sento come nel film robin hood  un’ uomo in calzamaglia…ridicolo, ma almeno protetto. Mi fa sorridere il fatto che le ragazze una volta indossato questo tessuto spesso 1millimetro si sorprendono del fatto ce non tengano caldo e desistono dall’idea di farsi ancora il bagno. Io e Davide invece siamo super incattiviti e decidiamo da amanti del mare di fare un po’ si snorkeling, indossiamo pinne e maschera e vediamo cosa aveva da offrire quella spiaggia. Ci allontaniamo dagli altri e andiamo seguendo la costa dal lato dove la sabbia termian e iniziano gli scogli, si vedono dei coralli e alcuni pesci, ma l’acqua è un po’ offuscata, decidiamo di cercare di riprovare a venirci domattina con la macchinetta di Elena che fa delle bellissime foto sott’acqua.

Torniamo alle tende e apprtiamo alcuni ritocchi al telo protettivo per far si che l’acqua scoli in un punto perfetto dove non da fastidio a nessuno. Facciamo due risate con gli altri e riavvistiamo il  lucertolone che tranquillissono fende la pioggia con la sul lingua biforcuta.

Gli occhi di Elena sono ancor a un po’ tristi, anche se adesso aveva una specie di tetto dove ripararsi. Effettivamente il posto sotto le tempeste tropicali non è il massimo della bellezza. Tony intanto sfida nuovamente se stesso gonfiando il materassino, che confermera ore dopo di essere bucato…regalando un meraviglioso risveglio accompagnato da mal di schiena e scricchiolii articolari vari.
Passano pochi minuti e fortunatamente le piogge tropicali sono si potenti , ma non durano molto. Un ora dopo il cielo si schiarisce e qualche raggio di sole timidamente sbuca a scaldarci la pelle. Le ragazze ne approfittano per provare a godersi un po’ di sole.
Mi soffermo ad osservare la bellezza di quel posto. Il mare è azzurro limpido, il sole illumina una sabbia cristallina, che ad ogni passo emette un rumore gommoso, come se si stesse camminando su frammenti di gomma, noi eravamo al lato estremo della spiaggia. Da un lato un bellissimo arcobaleno vene fuori dietro gli scogli e le piante, i raggi riflessi colorati contrastano le nuvole nere all’orizzonte. Dall’altro lato la sabbia bianca come la carta riflette il sole che si accinge a calare, l’aria è fresca , sa di pioggia e sale, la sensazione è veramente quella del paradiso. Si sentono le voci degli altri che ridono, mentre ormai tutte le imbarcazioni ormeggiate al largo spariscono e portano via i pochi turisti che hanno sfidato la pioggia. Cala la sera e sulla spiaggia rimaniamo unicamente noi , un altro gruppo di ragazzi e delle persone più adulte ma che se ne tornano nelle loro tende, piantate ben lontano da dove siamo noi.

Mi preoccupo un attimo del livello di solitudine a cui siamo abbandonati, se mai sia succedesse qualsiasi cosa non abbiamo modo di chiamare nessuno, i cellulari non funzionano e non mi stupisco, ma mi aspettavo che almeno vicino ai bagni ci fosse stato un telefono d’emergenza per chiamare terra ferma, invece no … eravamo abbandonati li, per due giorni soli con noi stessi. Per fortuna siamo un gruppo con le palle, ogni uno compensa le carenze degli altri, le ragazze ci nutrono, noi scacciamo gli iguana e costruiamo i ripari.  Tipo primitivi, ma siamo belli così, abbiamo ancora la nostra parvenza di civiltà, un paio di cavi per stendere i vestiti e gli asciugamani che non si asciugheranno mai, i nostri fornelli a gas, le birre, del vino gli hamburger e le nostre digitali per immortalare ogni cosa.

Siamo belli così, penso. Sono felice, la pioggia è lontana il cielo inizia a mostrare le prime stelle. Decidiamo di cucinare in spiaggia, le ragazze, i nostri angeli di salvezza ci preparano hamburger e hotdog, mentre Davide taglia il lime e io spezzetto la menta per goderci un bel Mojito. Finiremo una bottiglia di rum del vino in bottiglia e tutta la cassa del cartone da 4 litri di vino fasullo fermentato con aiuto di uova e noccioline … la schifezza più assurda del mondo. Giulio è felicissimo, un po’ per l’alcol ed un po’ per la bellezza del cielo, guarda in alto ed esclama “ Io stò proprio bene, senti che bella questa sabbia, mi ci voglio rotolare” Ed inizia a rotolare a destra e sinistra in quella sabbia finissima che si attacca rapidamente ai tessuti e alla pelle ma fon la stessa fluidità sciavola via  … ha ragione penso, qui si stà proprio bene.

Davide và un attimo verso le tende per non ricordo quale motivo, e torna da noi preoccupato. Dice ragazzi … ho sentito dei rumori in tenda, andiamo a controllare … nessuna delle ragazze decide di segurici, noi dopo aver mangiato dovevamo dimostrare un po’ la nostra utilità non avendo la minima intenzione di lavare i piatti… andiamo a vedere cosa diavolo cè in quella tenda , prendiamo un bastone, sarà il rè lucertolone che si è infilato dentro? Apriamo lentamente la cerniera e con le torce cerchiamo di capire cosa diavolo ci sia. Sembra tutto fermo… muoviamo le stuoiette usate come materasso, ma nulla. Non faccio in tempo a pensare cosa avrà sentito Davide che vediamo davvero una roba nuoversi. Puntiamo la luce e …Cazzo un Sorcio ! Una pantegana, un ratto! E che ratto, sarà stato di 15 cm senza la coda stava lì al margine della tenda, un po’ intimidito e un po’ non curante della nostra presenza … ci viene in mente di prenderlo, ma poi pensiamo bene che se ci morde potremmo anche beccarci una brutta infezione e in quel posto non avevamo nulla per disinfettarci, a parte l’alcol del rum, e sinceramente preferisco risparmiarlo. Decidiamo di usare il bastone per scacciarlo dalla tenda…

Torniamo dalle ragazze e gli diciamo “ Ragazze cazzo c’era un sorcio!” la loro espressione mi sconcerta, sbigottito penso alla loro risposta. Avevamo appena visto un rè lucertolone passeggiare tra le tende poche ore prima e la loro risposta al fatto che un ratto grosso quanto la mia mano fosse entrato nella nostra tenda è “ Ma figuriamoci , lo dite apposta per spaventarci! “ Spaventarvi penso? Un ratto? Abbiamo affrontato un acquazzone, miliardi di api, un drago, nel mare ci sono squali e meduse e dovremmo spaventarvi con un sorcio? Non capisco il nesso. Gli raccontiamo l’accaduto ma le ragazze continuano a non crederci…ma che cazzo? Giulia dice che la storia di Davide che abbia sentito il sorcio mentre era di là fa acqua da tutte le parti … questa dichiarazione ancora oggi mi fa domandare come possa fare acqua il fatto che tornare in silenzio dicendo di aver sentito dei rumori nel bel mezzo della foresta possa fare acqua… bhò …

Davide poi, l’unico che nonostante amasse auto infierirsi del dolore nei modi più svariati, tipo saltare dalle scale e cadere di schiena, o tagliarsi con le conchiglie eccetera non è proprio il tipo che se ne esce con questo tipo di “scherzone”. Il fatto di essere andato in là aver scacciato un topo per davvero e tornare sperando in un grazie, ma ricevere un non è vero mi delude molto. Giulio allora propone una scommessa, io innervosito dal fatto di non essere creduto lo appoggio. La scommessa proponeva il nostro Rum che in australia costa circa 60 dollarazzi ( noi avevamo una bottiglia in più delle ragazze, che ne avevano voluta comprare solo mezza a metà con noi) se il topo non c’era. Se però vi erano tracce della sua presenza loro dovevano mostrarci le tette. Una scommessa per ridere, le avevamo viste tutto il giorno in costume, e sembrava una cosa simpatica. Però effettivamente la posta in gioco era troppo alta, era l’unica bottiglia di rum su tutta l’isola… Tony e Davide tergiversano. Marta viene a vedere, ma del topo nessuna traccia, il maledetto se n'era andato. La delusione di aver lavorato per loro e doverci perdere del rum ( $60 a bottiglia) mi scoccia. Tony e Davide sono i più innervositi dalla scommessa che effettivamente non avevano proposto ne accettato e si chiamano fuori. Giulio accetta la sconfitta e per far si che Tony e Davide si chiamassero fuori mette la sua parte di quella bottiglia più tutte le sue birre.

A quel punto rimanevo io con la mia coscienza, potevo tranquillamente chiamarmi fuori visto che Giulio si era assunto tutta la colpa di aver giocato il rum senza consulto. Però da me le scommesse sono sacre, se si perdono non si ritrattano. Da me, se un uomo non è disposto a battersi per la sua idea, o non vale niente l’idea o non vale niente l’uomo. Io ero convinto del fatto che le ragazze dovessero esserci riconoscenti per aver scacciato quel topo, l’idea di Giulio mi era sembrata divertente, anche se ci siamo lasciati prendere dalla convinzione che il topo avesse lasciato tracce avevamo scommesso forse una posta troppo alta. Ma ormai era fatta...l’idea valeva, aveva per me il suo perché …  restavo solo io … l’idea era salda. Le persone che non mantengono la parola mi sono sempre state sul cazzo, apprezzo Giulio che stesse sacrificando tutto, ok ho deciso salto dentro con lui anche io. Infondo magari con la luce si vedranno le tracce del topo … chiediamo un atto di clemenza e puntando anche la mia parte chiediamo solo di tirar fuori 4 birre per permetterci di bere qualcosa domani al tramonto. Sapevo che ormai avevamo perso, e mi innervosiva assai l’idea di aver lavorato ed averci anche perso qualcosa, ma almeno mi sentivo apposto con la coscienza di non aver lasciato il principe solo a dar via tutti i suoi averi.

La scommessa era comunque ormai degenerata, non vi era più nulla di divertente. Tony e David che si erano chiamati fuori e qualcuna delle ragazze non accettava la scommessa se non si definiva precisamente cosa significa rosicchiare come traccia … la situazione diventava troppo puntigliosa, una noia da burocrati...che cazzo penso... Anche le altre ragazze che ci avevano seguito nella scommessa iniziano un pò a stufarsi, decidono quindi di andare a dormire. Non era più divertente … peccato … le aiutiamo a portare via le cose e lasciamo la padella con l’unto in disparte, la puliremo domani. Cerco di fare il meno possibile e ancora un po’ scocciato per la perdita vado con Antonio e Davide a fare un giro sulla spiaggia per digerire il quintale di hamburger che avevamo mangiato.

Tornato in spiaggia a guardare le stelle e ad assopirmi nel silenzio di quel posto con Giulio, Tony e Davide. Il prince mi informa che alla fine la scommessa era stata annullata perché fuori dalla tenda il latte era tutto rosicchiato, le ragazze avevan creduto che il topo c'era. Solo che non vi erano tracce dentro la tenda che fossero ancora visibili con il buio. Avevano preferito disdire la scommessa avendo visto che comunque ormai non era più in un contesto divertente come voleva essere sin dall’inizio. Mi felicito della notizia e ci rimettiamo in spiaggia.
Continuiamo a dirci di quanto ci piaccia quel posto, facciamo due gag sul fatto di quanto non ci sia nulla attorno a noi, un'idea che effettivamente ci spaventa oltre che affascinarci.
Giulio ancora con le sue idee apprezzanti della bellezza del posto fa “ Ragazzi dormiano qua, non ho voglia di andare in tenda e qui stò proprio bene”…l’idea non è delle migliori, considerando la velocità con cui il tempo cambia qui, poi dormire all' agghiaccio non è il massimo…il silenzio che segue la sua affermazione è un chiaro segno di non condivisione, ma apprezziamo e condividiamo la passione con cui afferma – io stò proprio bene-.

Dopo poco andiamo anche noi a dormire, domani il tempo non sembra sarà brutto e io e Davide vogliamo andare a fare snorkeling. Col sorriso ci infiliamo tutti in tenda e tristemente ci accorgiamo che il nostro materassino è andato, sgonfio, mentre Tony dall’altra tenda si gode la sua stuoietta morbida noi 3 cerchiamo di trovare la posizione meno scomoda per dormire sulla superficie dura della tenda che lascia evincere chiaramente che pezzi di legno qua è là renderanno quella notte un incubo. Fortunatamente siamo esausti e un po’ brilli, e il sonno non manca a sopravvenire non appena tutti ci siamo sistemati e spegniamo la notra torcia.

sabato 27 novembre 2010

The best way to predict your future is to create it! Part 3 of 7


Horny Chicken e gallina pazza.

Il caldo del sole mattutino è un ottimo modo per svegliarsi presto la mattina…ma le ripercussioni si sentono quando in Van si percorre una strada 400 km. E’ sorprendente rendersi conto di quante idiozie si sparano per colpa del cervello ancora annebbiato e rintronato. Il viaggio è lunghissimo ci aspettano 400km da Harvey fino a Rockhampton.
Tony l’uomo delle sfide, dopo aver gonfiato il materasso a fiato 2 gg prima a spese della sua sensibilità facciale, decide di riprovare  una nuova sfida con se stesso. Guiderà per 300 km con il sole cocente che gli penetra dal finestrino e gli renderà il braccio destro di un colore rosso tramonto, prima di chiedere il cambio … un eroe …?

Durante i 300km gli faccio da copilota, facendo quattro chiacchere mentre dietro di noi Giulio e Davide si godono i comodi lettini dietro, e recuperano ore di sonno…
Nel delirio delle chiacchere senza senso, osservo la strada davanti a noi e la radiolina che ci fa parlare con l’altro Van, e noto che ci manca un nome in codice. Ogni viaggio che merita di essere definito tale è composto da gruppi di veicoli che si accomunano sotto un nome in codice, un gergo che li renda un branco! Questo l’ho imparato da mio zio, ex camionista ed amante del fuoristrada. Decido che i nostri due Van hanno bisogno di un nome in codice. Prendo la radiolina e comunico con le ragazze. I nomi scelti in partenza erano Rospo ipnotico e Gallina pazza. Il rospo ipnotico era il Van dei maschi, simboleggiava il livello alcolemico che avevamo intenzione di mantenere nei periodi in cui non si era alla guida. Gallina pazza era il Van delle ragazze. Tale nome non ha bisogno di spiegazioni … :p

Nel comunicare i nomi di battesimo, la superstizione femminile e la loro totale disaffezione a ciò che gli viene comunicato via radio, fa si che percepiscano solo la parola gallina, che ovviamente non gli è piaciuto ed ha necessitato una mediazione esplicativa.

Comunque dopo pochi minuti di chiacchiere con Tony pensiamo bene di rinominare Rospo ipnotico come Horny Chicken, suona più ganzo e coerente con Gallina pazza. Così il nostro Van divenne Horny Chicken, la gallina arrapata … anche tale nomenclatura non ha bisogno di spiegazioni.

Bene i nomi li abbiamo dati, e abbiamo percorso circa 150-200 Km… siamo fuori tempo e la spia della benzina inizia a raggiungere i livelli di attenzione. Arriviamo in una cittadina totalmente irrilevante, come tutte le atre qui attorno d’altronde, e composta da poche case che sorgono nei pressi dell’autostrada, tiriamo un sospiro di sollievo e comunichiamo a Gallina pazza la sete del nostro Van.
Vediamo due diversi distributori di benzina … entrambi chiusi … bene … non demordiamo, lasciamo le ragazze a fare una sosta visto che dovevano compare non so bene cosa e rifacciamo un giro del vicinato in cerca di informazioni. Vedo 2 ragazzi che camminano sul marciapiede, li affianchiamo e gli chiedo se c’è una pompa di benzina nelle vicinanze, nel farlo sollevo lo sguardo e incrocio quello del ragazzo più alto, lui gentilmente si volta e mi fissa …

Ringrazio il signore di aver avuto gli occhiali da sole in quel momento. Dietro di me Tony si lascia sfuggire una lieve risata che subito cerca di trattenere. Non riuscivo a capire dove dovevo guardare il ragazzo … i suoi occhi erano incredibilmente fuori asse … da noi si dice uno ti guarda e l’altro ti manda a fanculo … ma povero ragazzo lui era una versione advanced della forma di strabismo … non mi capacito come fosse possibile ma nessuno dei suoi due occhi fissava me … la sua risposta è stata gentilissima e io ho cercato di nascondere ogni cenno di risata.
Non sono solito deridere la gente per queste sfortune, ma la scena era talmente surreale, talmente impossibile, che l’ho trovata troppo assurda. Una città desolata nel mezzo del caldo, tutto sembrava chiuso, e per strada questo ragazzo, alto e piazzato che pedala una piccola bmx con a fianco un altro ragazzino, che si volta ti fissa e ha quello sguardo … non so come ho fatto a non ridere ma sembrava una scena da film post nucleare in cui i pochi superstiti annaspano per sopravvivere in posti desolati. Noi ci eravamo capitati proprio in mezzo.
Ringrazio i miei occhiali da sole che mi permettevano di non fissarlo in faccia per riuscire a mantenere un minimo di serietà. Lo ringraziamo per le informazioni e ripartiamo. Mi volto e fisso intensamente Tony che alla guida aveva un espressione rigida, una postura stoica e sguardo fisso in avanti, si volta  verso di me lentamente, mi fissa … e scoppiamo a ridere … mi sono sentito una merda per quel ragazzo, ma la situazione era troppo surreale per crederci e non ridere sarebbe stato un insulto al mondo e alla sua assurdità!

Avvertiamo le ragazze via radio che Horny chicken va un po’ più avanti a fare benzina. Loro ci dicono che finiscono il loro breack e ci raggiungono. Mentre vado a pagare, Davide si sveglia, e un urlo simile a quello di chi ha appena visto un oasi nel deserto mi richiama. Gli occhi di Davide sono luminosi, non sembra si sia appena svegliato, è gioioso e sorridente, cosa c’è? Penso … Torno al Van e Davide, occhi di falco, aveva visto una piccola pubblicità che mostrava l’affare della settimana, un ananas per 60 centesimi, ne prenderemo quattro … fantastico Davide!
Le ragazze non si vedono ancora. Accostiamo all’uscita della benzina per aspettarle, anche loro decidono di fare rifornimento … il più lungo della storia … dopo 15 minuti d’attesa sotto il caldo australiano e in ritardo penso, male, di chiedergli che stavano facendo … la risposta non mi è piaciuta …

Il tempo in cui horney chicken aveva girato in tondo in cerca di benzina, chiesto informazioni in una scena che neanche Tarantino avrebbe immaginato per uno dei suoi film, fatto benzina, comprato 4 ananas e atteso altri 15 minuti mentre l’orologio segnava un ritardo clamoroso, non era bastato alle ragazze per fare la loro pausa caffè… e la loro risposta era stata si stannò prendendo un caffè. Mentre il povero temerario Tony era alla guida da 3 ore senza sosta , senza liquidi, senza aria condizionata e con un braccio rosso carbone ardente …

Le comunicazioni radio si interruppero per un po’… ho capito che io a volte sono fisiologicamente particolare e in quei casi devo stare zitto … mai capacità di comprensione di me stesso è ancora arrivata ad essere più saggia di questa …

Dopo un po’ d’attesa ripartiamo. Dopo alcuni chilometri Davide tira fuori il suo super coltello, uno svizzero multifunzione, il tipo di oggetto che in mano a Mc Giver gli permetterebbe di creare un carro armato, attaccare l’Iraq, costruire una piattaforma petrolifera, una raffineria e rifornire la nave che costruirà per riportarlo a casa. Ma Davide, saggiamente, si limita ad estrarre la lama ed iniziare ad affettare l’ananas. Il suo profumo assale il Van, quell’aroma di ci avvolge e finalmente in un momento di pura ispirazione ci accorgiamo che l’aria condizionata non era rotta … ma semplicemente impostata su ‘automatico’… doveva essere proprio un automatico settato dagli Australiani… fuori un caldo assurdo e il massimo che tirava fuori era un ventino che definirei paragonabile al vento che fa un ventilatore durante le arsure Bolognesi. Passiamo al manuale e la temperatura interna inizia a diventare finalmente accettabile.

Nel mentre io da buon copilota penso bene che sia gentile rendere Tony partecipe del sapore dell’ananas, prendo una forchetta e gli porgo un pezzo, l’amico apprezza il gesto … ma gli stronzi dietro, due bastardi senza alcun sentimento  da camerati iniziano un processo di derisione che ancora ora io e Tony ci portiamo dietro … che bastardi …

Dopo circa 4 ore la pace regna nel Van le ragazze sono stanche di guidare, chiedono un cambio con Davide, e propongo anche io a Tony di rilassarsi un po’. Arrivava il buio e guidava da 4 ore, la sua sfida poteva esser ritenuta vinta. La pace, l’anarchia, il rutto libero e il disordine che regnava in Horny chicken venne interrotto. Rimischiamo gli equipaggi, ora non siamo solo uomini, dobbiamo contenerci, ma in compenso la presenza di Elena nel van ci permette di avere un senso decenza che renderà l’ultima ora di viaggio una piacevole guida canticchiando qualche pessima canzone degli 883… e io che credevo che piacessero solo a mia sorella … guardo nello specchietto retrovisore e noto Antonio ed Ele che canticchiano super inspirati le canzoni di Max Pezzali, da quel momento deciderò di far si che quel cd sia sempre nel van dove non mi trovo io …

Durante il tragitto in cui guido io mi becco un richiamo da Marta che dice che corro troppo … la strada si incupisce il buio ci avvolge, e a parte le sporadiche auto che superiamo o ci superano, mi rendo conto di quanto siamo veramente sperduti. Ma una volta arrivati a Rockhampton siamo ufficialmente ai tropici! Il tropico del capricorno fa da limite immaginario alle porte della citta…
Dopo un paio di inversioni di marcia e un paio di svolte improvvise riusciamo ad arrivare al nostro campeggio, siamo in ritardo e l’ufficio reception è chiuso … telefoniamo, e con voce un po’ scocciata il titolare ci dice di aspettare il custode …

Il custode! Un personaggio che merita un paio di righe. La sua figura sbuca dall’scurità dietro l’ufficio della reception, come se fosse sempre stato lì ed avesse solo atteso il momento migliore per fare un’entrata degna di nota. Ci fissa parlandoci inclinando un po’ la testa, ha un fortissimo accento australiano. Non so se fosse l’accento e la sua postura ricurva, ma a me sembrava un po’ brillo il tizio…
Comunque, ci dice di cercare un posto e piazzarci, poi la mattina sistemeremo. Andiamo a piedi Io Elena Tony e Giulio a dare un occhiata più avanti e una volta trovato il posto torniamo ai Van. Il bello è stato rivedere il custode che spuntava nuovamente dalla sua zona oscura, con lo stesso andamento e le ripetendo le stesse frasi di prima … si scuserà dicendo che credeva che fossimo un nuovo gruppo di persone … io ho solo la conferma che fosse bello brillo.

Spostiamo i Van, e ci piazziamo nella zona che ci piaceva di più, alias a 2 metri dai barbecue e da dove si può cucinare … Probabilmente il subconscio voleva indicarci che avevamo fame.
Quando prenotai questo camping , circa un mese fa, sapevo che serviva per una sosta tattica per riposarci e riprendere il viaggio il giorno dopo, quindi non feci troppo caso al nome: Riverside Camping. Il campo era proprio sulla riva del fiume, e aprendo la portiera del van le zanzare mi assalirono come se fossero state inviate a fare un banchetto degno dei matrimoni più gloriosi. Nel mentre vicino l’auto c’è un suono fastidiosissimo, un GRAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA continuo e forte. Nel mentre cerchiamo di capire cosa diavolo sia un esclamazione mi fece totalmente dimenticare l’avvertimento. Non so chi fosse stato il genio che lo avesse detto per primo, ma ormai si era sparsa la convinzione, assurda, che avessimo pestato una rana solo per metà e l‘animale stesse soffrendo atrocemente emettendo quel suono assordante … certo …
Fortunatamante non ho dato retta all’assurda idea di spostare il van per controllare se vi fosse la povera rana sotto una delle ruote ed ho preferito prendere la lampadina e seguire il suono. Alla fine il rumore proveniva dal nulla! O meglio dall’erba , il prato sembrava fatto con la classica Dicondra, il classico tipo d’erba dove una rana non può non vedersi! Ma il rumore era lì! Anche Giulio mi raggiunge e la sua esclamazione “Che cazzo c’è lì che fa un casino del genere?” anticipa i miei pensieri. Mi faccio pochi scrupoli e inizio a calciare fortissimo con la parte bassa della suola per terra. Sembravo un cretino, se mi avesse visto il custode, che sarebbe sbucato dall’ombra di un albero, probabilmente avrebbe pensato che fossi strano almeno quanto lui …. comunque la tecnica funziona, il suono sparisce, doveva esserci stato un tipo di grillo super incazzato australiano che però voleva minare il mio sonno … poveretto … ora è nel paradiso dei grilli a grillare quanto vuole.

Risolto il problema rumore atroce, le ragazze ci chiedono cosa mangiamo, se ci va bene una pasta con melanzane, io la pasta la sera non la mangio, esclamo. Poi mi rendo conto che ero un po’ troppo rompi coglioni e soprattutto che, al finire di quella frase le ragazze si bloccano, tutte! E, come se avessi innescato un ordigno nucleare, lo sguardo di tutte loro si blocca istantaneamente sulla mia piccola figura, che si sentiva come il povero grillo appena pestato, era come quando i terminator guidati da Skynet  incontrano Joe Connor e il loro obbiettivo è … Distruggerlo!
Prontamente disinnesco l’ordigno precisando subito “ No … dai va bene … non mi va di rompre i coglioni oggi … va benissimo la pasta!”

… L’aria riempie nuovamente i miei polmoni, il tempo ritorna a scorrere e le ragazze ritornano a frugare tra le loro cose come nulla fosse successo …  Fiù !!!… che scena … e mi rendo conto che l’ho scampata per un pelo…

Nel camping comunque i rumori sono ancora molti, il grillo è morto, ma si sentono rane al fiume e strani versi di uccellacci che continuano a gracchiare cattivissimi…cazzo di posto sono andato a pescare per campeggiare, mi rammarico.

Decidiamo di montare la tenda mentre le ragazze amorevolmente preparano, mi accorgo che mentre provo a fissare uno dei tiranti della tenda, ho qualcosa sulla mano che mi cammina. Abbasso la luce e una dannatissima raganella verde mi aveva scambiato per un divano… era lì comodamente appostata sulla mia mano e non si spostava … tutto quello che so sulle rane e che ti pisciano addosso brucia … la guardo pensando al da farsi, confabulo e realizzo che il mio braccio ha la conformazione di una bellissima catapulta naturale … ciao raganella!… la ritroveremo piazzata sul parabrezza di gallina pazza, da dove non si sposterà per un paio d’ore, non so se per colpa del volo o se per il calore del motore che le dava conforto.

Finita la tenda decido di correre in doccia prima dei ragazzi per non finire nuovamente come a Harvey dove quei bastardi erano sotto la doccia da 30 minuti e l’unica acqua rimasta per fare una doccia era… gelida … questa volta no, lo stronzo voglio farlo io gne gne gne confabulo … purtroppo queste docce non subivano il colpo d’acqua calda da 30 minuti e , purtroppo, anche Giulio e Tony, i maledetti di Harvey riescono a godersi la doccia, dovrò posticipare la mia vendetta.

Tornati dalle docce io e Giulio facciamo un salto alla zona barbecue/cucina dove le ragazze trafficavano con i fornelli pentole e coltelli, che tesori!
Notiamo però che Alice e Giulia sono li che guardano i fornellini a gas dei nostri Van cercando di accenderli. Ci avviciniamo per dargli una mano, non so da quanto tempo fossero lì, ma erano con questo foglio in mano che fissavano il fornelletto, una costruzione semplicissima, basilare, avviciniamo le mani ai fornelli e Giulia esclama ” Non toccate, leggete le istruzioni prima!” …        … “penso che Giulio avesse pensato la mia stessa cosa”. Fatto sta che fissiamo i due fornelli, uno a testa, 3 secondi dopo averli presi in mano  questo fornelletto da un kg con la sua piccola bomboletta di gas da mezzo litro inserita, lo osserviamo, lo poggiamo nella sua collocazione iniziale, premiano un gancetto che incastrava la bomboletta, giriamo il gas, scatta la scintilla e i due fornelletti si avviano. Le istruzioni sono per chi non ha fame, penso, faccio un sorriso a Giulia e torniamo ai nostri affari.

La cena comunque riesce in maniera divina, devo ammettere che le ragazze anche nelle situazioni più disparate siano riuscite  sempre a soddisfare la nostra fame, grandi! Beato chi se le sposa … hahaha :P

Alle 9.30 le luci del barbecue si disattivano in automatico, ma se quelli del camping pensano che questo basti a placarci si sbagliano di grosso… prendo la lampadina e la piazzo su una bottiglia vuota per illuminarci a mò di neon. Un piccolo tributo ai vecchi ricordi dei vari San lorenzi passati in spiaggia.
 Chiacchieriamo un po’, i rumori di vari animali ci accompagnano, sento qualcosa che mi cade nella schiena, alzo la testa e sopra di noi un maledettissimo pipistrello gigante staccava pezzi di rami e ci guardava … decidiamo che stà bene dove stà … e continuiamo le nostre chiacchiere, ormai un pipistrello di mezzo metro ci sembra normale …

Decidiadiamo di andare a dormire relativamente presto, il giorno dopo abbiamo ancora un po’ di chilometri da macinare. Dopo essere tutti tornati dal bagno notiamo che in tenda c’è una luce e due ombre che si muovono … parlano a bassa voce e ridacchiano … ma chi cacchio sono?
La luce all’interno cade sul materassino e un’ombra in movimento viene proiettata sulla parete della tenda. L’ombra mostra un barattolo e 2 figure sedute ad indiano. Una ha in mano un pezzo quadrato di qualcosa l’altra fissa la prima ombra mentre solleva un braccio che impugna qualcosa che sembra un coltello e lo dirige su un ombra posta al centro tra i due. Riemerge colando qualcosa e poi si posiziona sulla base quadrata nell’altra mano, mentre l’altra ombra esclama “ma quanta ce ne hai messa?” Noi capiamo e iniziamo a ridere, allora la seconda ombra esclama ancora “Cazzo ci hanno scoperto!”
Questa perla regalataci da Tony e Davide mente trafugavano nutella ci manda tutti a dormire col sorriso.

La mattina dopo il viaggio riprende per Makay. Alice però provvede a farci risparmiare una trentina di dollari passando dall’ufficio del camping per pagare e dichiarando che avevamo usato un solo spot e senza corrente … falso, ma eticamente giusto direi! Grande Alice!

Il viaggio per Makay dovrebbe essere di 350km circa 4ore e mezza secondo Google.
Cerchiamo la  direzione giusta e nel frattempo si chiacchiera tra i van con le radioline. Nelle 2 ore successive di viaggio l’aria condizionata ci prende per il culo, non si riesce a settare bene e il percorso sembra quasi una traversata nel sahara. Noto che il clima tropicale non differisce troppo dalle caldi giornate afose che si hanno a Ruffano, l’unica differenza e che qui ci sono 10000 tipi differenti di ragni, insetti, serpenti e così via che possono ucciderti in un nano secondo,

Decidiam di fermarci ad un’area di sosta che pubblicizza caffè gratuito … restiamo delusi quando scopriamo che era una trappola, del caffe neanche l’ombra … dopo una piccola pausa per sgranchirsi le gambe ripartiamo, ma dopo pochi chilometri Giulio ci informa che il motore non risponde come dovrebbe … passa dai 3000 ai 5000 giri in pochissimi attimi, la cosa è strana. Decidiamo di fermarci sperando che il caldo abbia fatto impazzire il contagiri e nulla più, apriamo il cofano, ma non capivamo nulla … era un motore vecchio di una decina d’anni, ma la mia esperienza si limita ad aver sostituito un carburatore e la marmitta dello scooter … non abbiamo la più pallida idea di cosa possa essere e mettere le mani a caso non sembra la cosa migliore da fare. Ci limitiamo a controllare l’olio e a guardare i vari componenti sperando in un miracolo …

Devo ammettere che Horny chicken fosse già malaticcia dalla prima volta che l’ho guidata … appena si frenava il manubrio vibrava pesantemente e ovviamente la frenata ne risentiva di brutto, per fermarsi occorrevano almeno 50 metri a velocità cittadina, il che rendeva i tragitti nel traffico molto stressanti …

Decidiamo di ripartire , faremo una sosta una cinquantina di km più avanti nell’unico distributore di benzina incrociato dopo un paio d’ore di viaggio. Ci rifocilliamo e ci diamo il cambio alla guida, mentre le ragazze vanno avanti Antonio sperimenta un mestiere che potrebbe fare in futuro, non si sa mai, il lavavetri. L’idea era pregevole, ma l’attuazione ha fatto si che ora sul nostro van vi fosse una melma fatta di moscerini, polvere e acqua… perdiamo dell’altro tempo aspettando che Tony rimedi al disastro, alla fine ripartiremo con un vetro che … se lasciavamo perdere era meglio …

Le ragazze nel frattempo ci avevano distaccato, l’orgoglio ci proibiva di chiamarle per chiedergli di aspettarci e per venti minuti abbiamo mantenuto il silenzio radio. Nonostante facessimo i 130 la sagoma di gallina pazza continuava a non vedersi. Il timore che possano aver sbagliato strada un po’ ci turba, decidiamo di lanciare un segnale via radio, se le ragazze sono nell’arco di 5km ci sentono … ma nulla … il silenzio. Con le mani fisse sul volante che vibra incrocio lo sguardo dei ragazzi allo specchietto, i nostri occhi parlano chiaro … dove sono? Decidiamo di perseverare nell’ignoranza e di non telefonargli…dopo un'altra decina di minuti di silenzio sentiamo Alice … suona un po’ preoccupata con un filo di voce esclama “ragazzi?! Dove siete!?”. Un sospiro di sollievo, intravediamo il verde di gallina pazza che sfreccia un po’ più avanti tra le sconfinate distesi di nulla che caratterizzano l’Australia. Per fortuna che il giorno prima Marta mi aveva accusato di guidare troppo veloce, penso. Poi mi ritorna in mente l’immagine di Antonio lava vetri e realizzo che probabilmente abbiamo perso un po’ troppo tempo in quella sosta…

Il viaggio prosegue tranquillamente arriviamo a Makay, attraversiamo una cittadina il cui aspetto sembra molto simile a quello una città balneare italiana ma una volta lì si percepisce una sensazione strana … nonostante il bell’aspetto delle strade circondate da palme la citta non sembra offrire nulla di speciale. Proseguiamo 4km più avanti e arriviano al nostro camping, Bucasia. Una volta scesi il posto è meglio di quanto mi aspettassi, il camping si affaccia sulla costa, una distesa di sabbia arancione e il mare sono davanti a noi. Non ci pensiamo due volte, chiudiamo i van, mettiamo i costumi e siamo in spiaggia. L’atmosfera è surreale, davanti a noi il bagnasciuga si articola con varie dune dove il mare non bagna la sabbia, a destra e sinistra una spiaggia modellata dal ritorno della marea e tutto attorno un silenzio bellissimo, siamo solo noi e poche altre persone su una spiaggia la cui fine non si riesce a vedere, bellissimo!

Chiediamo a due vecchietti se si può fare il bagno, dopo il camping a Rockhampton dove la guida consigliava altamente di tenersi alla larga dai fiumi per presenza di coccodrilli siamo ormai consapevoli che l’Australia nasconde sempre qualcosa che può ucciderti in pochi minuti dietro ogni angolo, ma quando ci viene confermato che il posto è sicuro, posiamo i nostri asciugamani e una corsa infinita ci porta verso il mare. L’acqua è bassa per molti metri, mi ricorda la spiaggia di San Giovanni dove ho trascorso molte delle mie vacanze estive, ed è stranamente tiepida.
Resteremo in spiaggia un’oretta, tra foto e un paio di gag, il sole inizia a calare e noi ragazzi andiamo a far scorta d’alcol per i due giorni che ci aspettano. La faccia della cassiera del liquor store che ci vede comprare una quantità di birre e vini per 9 persone per 2 giorni è alquanto divertita, infondo al negozio eravamo in 4 e tutta quella roba poteva essere tranquillamente solo per noi, due bottiglie di rum una cassa da 30 birre, dei sidri per le ragazze, credo 9 bottiglie di vino e un vino in cartone da 4 litri per i momenti di siccità dovrebbero bastare  sembra dicano gli occhi della cassiera mentre le diciamo di aspettare un secondo che forse prendiamo qualcos’altro …
Le ragazze intanto sono andate a comprare il cibo, grazie al cielo che loro pensano anche a questo, nel mentre decidiamo di farci una doccia e il solito duello per l’acqua calda vede Davide costretto a farla in un altro posto avendola noi finita tutta e costringendo noi stessi a finire sotto una pioggia d’acqua fredda. All’uscita un dolore inatteso mi parte dalla pianta del piede, abbasso lo sguardo e mi accorgo che le mie amate infradito mi avevano tradito, rompendosi esattamente il giorno prima delle Whitsundays, tre passi dopo esser uscito dai bagni, su una stradina di pietre. L’imprecazione era prossima, ma non avrebbe fatto finire quel dolore che si ha pestando i sassi a passo pesante e a piede scalzo … raccolgo la scarpa traditrice e torno al van.

Piantiamo la tenda e ci accorgiamo che l’albero sotto cui avevamo parcheggiato è il posto più amato da 2 opossum che se lo contendono in maniera piuttosto accesa, proviamo a spaventarli per farli andare via, ma uno di loro si sofferma a fissarmi con quegli occhioni enormi e intesi. Sembra pensare “ ma che vuole questo deficiente?” a vista di quello sguardo ho deciso di demordere e accettare il fatto che avremmo sentito i loro bisticci per tutta la notte.
Nel mentre le ragazze tornano ci deliziano con l’esibizione della carne appena comprata e con la notizia che dobbiamo aiutarle con il barbecue. Unico contributo alla cucina che noi ragazzi siamo stati in grado di dare è stato solo gestire la carne sui barbecue, non proprio pregevole, ma fino a quando le ragazze riescono a deliziarci con i loro piatti non vedevo ragione del perché interrompere la loro bravura.

Io e Giulio a fine barbecue decidiamo di fare un giro a Makay sperando di trovare qualcosa di interessante, ma la città è completamente deserta, solo poche face losche e un taxista rompi palle che, dopo essermi accostato un secondo per comprare due gomme da masticare nel mezzo di una strada vuota, mi viene a dire che non posso fermarmi vicino al marciapiede in quel punto, perché quello è il suo punto … il punto per i taxisti. Mi guardo intorno, non c’è nessuno, nemmeno un’anima e almeno 500 metri avanti e dietro il van c’è spazio libero per fermarsi, prima cosa penso ma che sfiga mi son proprio messo davanti al punto dei taxi ? Poi non riuscendo a vedere la gravità del gesto essendo la citta totalmente deserta, gli faccio va bhè dai vado un secondo al convinience store di fronte e torno tanto non c’è nessuno. A questa mia proposta il tizio si irrigidisce e ne fa una questione nazionale dicendomi, se non lo sposti sono costretto a chiamare qualcuno che lo porti via… giulio nel mentre è in van che vede la scena da fuori … mi girano un po’ le palle, ma non mi va di litigare con uno sfigatissimo taxista che tutto ciò che ha che lo faccia sentire realizzato è il suo stupido taxi point nel bel mezzo di una città deserta. Butto giù il rospo e questi pensieri che avrei potuto tranquillamente esporgli e poi probabilmente passato dei guai, risalgo sul van borbottanto qualche descrizione nei confronti di sua madre, faccio inversione alla prima rotonda più avanti essendo le due corsie separate da un’aiuola, mi fermo esattamente dalla parte opposta al suo fottuto taxy point e vado al mio convinience store. All’uscita mi osserva come per sfida, li ho la conferma che è un dannato sfigato a cui avrei voluto volentieri forare tutte e quattro le gomme. Risalgo in van raccontando il tutto a Giulio, che se la ride.

Tornati a Bucasia la luna è alta sulla spiaggia dove avevamo fatto il bagno poche ore prima, e i colori che offre sono veramente belli, andiamo a fare qualche foto e intravediamo la sagoma di Davide che è perso nei suoi pensieri. Giulio viene fuori con un’escalmazione bellissima e quanto mai sensata. Osserva Davide con aria incuriosita, poi si volta e mi chiede “ma Davide medita? E’ già la seconda volta che si mette a pensare un po’ in dispate” da li Davide è diventato per me il poeta in cerca di ispirazione.

Andiamo a dormire. La mattina dopo ci sveglieremo alle 6, il materassino aveva iniziato a sgonfiarsi, dei dannati uccellacci gracchiavano fastidiosamente, c’è la nebbia e mancano 200 km ad airlie beach da dove dobbiam prendere il tragetto alle 9, ma lo zainetto con il minimo indispensabile per le due notti di campeggio alle Whitsundays è pronto quindi si parte col sorriso anche se il sonno è tanto, faccio da copilota a Tony che temerario si è offerto nuovamente di guidare, gli tengo compagnia mentre gli altri dormono, non è cambiato molto da come tutto era iniziato, ma la vacanza continua …

sabato 16 ottobre 2010

The best way to predict your future is to create it! Part 2 of 7


Quando Cook perché ubriaco sbaglia il nome della città la storia è già scritta!

Che caldo! L’aria è satura, dura e densa … fa caldissimo … che cacchio succede? Mi sento in forno … una verdura che viene cotta al vapore, ma ho sonno, provo a non pensarci, esco dal sacco a pelo e provo a riaddormentarmi … nulla da fare … qui, non si dorme. Ma che cacchio succede? Provo a focalizzare le immagini ma non ci riesco a intravedere nulla oltre che un blu intenso … sono ancora troppo assonnato per capire, poi realizzo … sono in tenda e il sole è sorto. La temperatura sembra quella dei giorni delle estati leccesi peggiori … quel caldo afoso che ti da fastidio anche respirare. Ma che ore sono? Guardo l’orologio che anche lui stanco mi sembra dire “che vuoi?” Sono le 6.30! Miseriaccia! Così presto? Mi rassegno che tornare a dormire è impossibile. Infondo oggi la sveglia doveva essere alle 7, si va a Fraser. Se volete vedere delle belle immagini dell’isola … non contate sulle mie foto … il sole sarà in aria solo per pochi minuti ancora, il tempo per mandare la temperatura della tenda prossima alla temperatura di fusione dell’acciaio e poi sparire tra le nubi.

Esco a fatica dalla tenda, le mille cerniere erano state intelligentemente chiuse bene. Visita ai bagni del camping che ti svegliano con una dolce musichetta che va 24 ore su 24, doccia veloce e già sento Elena che ci sgrida … siamo in ritardo come nostro solito … il pullman è già fuori quando azzannando un biscotto prendo su la macchina fotografica, la tracolla e corro per evitare una sbrigliata da Ele J La scusa stavo chiudendo il Van mi salva dal linciaggio e mi permette di scamparmela con solo una leggera occhiata.

L’autista del bus è un pazzo! Guida a velocità folle tra le stradine che portano al “molo” del traghetto. Ci dice di osservare fuori che si potrebbero avvistare dei canguri, ciò mi da la forza di tenere gli occhi spalancati … ovviamente di canguri non se ne sono visti, ma almeno riesco ad essere pienamente consapevole della follia di quell’autista che non accenna a rallentare nemmeno quando il motore grida pietà e la strada diventa più difficile.

Nel frattempo racconta alcune storie sull’isola e su Hervey. Racconta che Cook voleva dare il nome a uno dei membri del suo equipaggio alla città. Quest’ultimo si chiamava appunto Harvey, ma essendo il capitano sempre ubriaco ha sbagliato a scrivere il nome mettendo una “E” al posto della “”A … ma ormai il nome era già stato ufficializzato quando gli venne fatto notare l’errore. Che fantastico capitano folle doveva essere Cook, penso.

Arrivati stranamente sani al cosidetto “molo”, uno spiazzo di cemento in cui ci sono mezzi 4x4 e tante persone in fila ad attendere il traghetto che li proti a Fraser ma che come noi è in ritardo.

Il viaggio è un po’ da profughi, fuori una lieve pioggia, porca vacca! Dentro tanta gente trova un modo per mettersi comoda, essendo tutte le sedie occupate ci si stipa un po’ sul corridoio in stile viaggi della speranza Bologna Lecce sui Trenitalia durante il periodo natalizio. Chi lavora non manca occasione di farsi odiare passando in mezzo alla gente dicendo che non ci si può sedere per terra perché loro devono passare … se non avessero avuto tutti un rispettabilissimo panzone da birra ci sarebbero passati benissimo, penso io.

Arriviamo a Fraser, il tempo non è il massimo le nuvole sono fitte e pioviggina, ma è solo quella pioggerella fastidiosa che si mixa un po’ con l’ aria umida del posto.
Saliamo su un altro pullman che ci porterà a fare un giro per l’isola. L’autista accenna un saluto simpatico, ma il sonno e il tempo fanno si che riceverà una risposta non più entusiasta di un “Hey!”. In compenso però il suo stile di guida ci sveglia tutti e mi fa pensare che doveva essere il fratello più spericolato del primo autista, definisce il tragitto che ci apprestiamo a fare come “a bit bumpy e YAAAHYYYY!” quell’esclamazione però mi rallegra e mi mette di buon umore.
L’autista racconta alcune delle peculiari caratteristiche della foresta. Fa notare che Fraser è l’unico posto al mondo dove la foresta pluviale cresce sulla sabbia e che quest’ultima è l’unica cosa di cui l’isola è composta. Questa peculiarità rende i suoi alberi tanto pregiati, perché super resistenti all’acqua e salsedine, tanto che l’isola rischiava di essere deforestata  per la grande domanda di quel tipo di legno finche non venne protetta e gli alberi ripiantati. Tanto per darvi un’idea, il legno usato per costruire il canale di Suez veniva da quest’isola, o almeno così ci racconta il capo.

Affascinati dal racconto arriviamo alla prima meta. Si và a vedere appunto questa magica foresta, e lasciatemi dire, mai tale aggettivo fù più appropriato. Appena addentrati nel sentiero un profumo fresco e dolciastro ti circonda. Il verde è il colore maestro e la sabbia sotto i piedi rende il tutto un insieme surreale.
La camminata vicino a un torrente mi affascina e mi rilassa. La sensazione è perfetta, Marta mi fa notare che la pioggerella aggiunge quel tocco di perfezione a una foresta pluviale. Le do ragione, anche se la pioggia mi bagna l’obbiettivo gli occhi ci vedono ancora benissimo, e un posto di un verde così verde non l’avevo mai visto. E il profumo mi piace tantissimo.
La camminata prosegue costeggiando il torrente. Si chiacchera si fanno un paio di domande all’autista cowboy pazzo. Poi si torna all’autobus.

Il viaggio continua e un altro “youhuuuu” sfugge all’autista mentre si sobbalza tra le buche della strada, con salite e discese ripide e curve strette mi chiedo come faccia quel pulmann 4x4 a tenere tanto bene la strada.

Nel mentre interrotto solo da buche particolarmente profonde il cowboy ci racconta che Fraser originariamente aveva un altro nome. Un nome aborigeno che stava a significare “paradiso in terra dove gli dei scendevano” o qualcosa del genere ma che è stato gentilmente spazzato via dagli occidentali per Fraser. Fraser mi sembra di aver capito che fosse il nome di una donna un po’ fuori di testa che dopo aver perso marito e bambino, forse venduto, sull’isola è tornata sulla terra ferma ed ha iniziato a raccontare la storia di ciò che gli era successo rendendola sempre più ricca di nuovi particolari e fatti fasulli, fino a creare molte storie sulle sfortune passate. La donna passava la vita raccontandole in giro per l’Australia riscuotendo anche un discreto successo. Alla sua morte i parenti vollero creare un monumento in suo favore, ma il governo non glielo permise perché lei in fondo non aveva fatto nulla per l’Australia. Sicchè dopo varie ricerche sempre i parenti si accorsero che tutte le storie non erano altro che derivanti da un'unica storia di base ambientata su un isola, appunto Fraser. Così proposero di dare il suo nome all’isola, questa volta il tributo fù concesso. Così l’isola dal nome aborigeno venne chiamata Fraser, cosa abbia fatto quella donna per gli aborigeni da dare il suo nome alla loro isola sacra però me lo chiedo ancora ....

Dopo la foresta facciamo una sosta ristoro dove il buffet sembra manna dal cielo, la fame è tanta, e le coscette di pollo non sono male …

Una volta rifocillati ricomincia il viaggio. L’autista annuncia che prenderemo l’autostrada per andare a vedere una nave arenata a riva e una specie di sasso di sabbia.
Credevo di aver capito male quando viene nominata l’autostrada. A Fraser? Poi i miei dubbi vengono chiariti. L’autostrada non è altro che il bagnasciuga, la spiaggia di Fraser viene usata come autostrada a due corsie, con tanto di segnali e limiti di velocità … credevo di non potermi più stupire delle autostrade australiane, ma ho imparato che il detto mai dire mai è incredibilmente vero.

Arriviamo al “sasso” un pezzo di roccia sabbiosa che sorge vicino la spiaggia i suoi colori sono bellissimi, ma poco altro da aggiungere. Facciamo 2 gag con Giulio. Un paio di foto e due risate, anche se il tempo non è dei migliori e sono un po’ assonnato l’umore è buono, e questo è ciò che importa.
Al ritorno ci fermiamo a quello che suppongo possa essere la foce del ruscello visto in precedenza nella foresta. Temerari io, Giulio e Davide decidiamo di percorrerlo al contrario, mentre gli altri ci seguono sulla passerella. L’acqua è gelida, e in alcuni punti si rischia di sprofondare fino al collo, un esperienza poco piacevole. Decido di seguire altre persone prima di me quanto meno per tenere asciutta la macchinetta. La traversata è divertente, vedere davide che ogni tanto mette il piede nella buca sbagliata e bagarsi, e io e Giulio che camminiamo tenendo su il costume per evitare di bagnarlo, visto che non ci sarà il sole a tenerci caldi, rende lo spettacolo un po’ equivoco, mi sento come una vecchietta che si tuffa in mare ma che cerca di non bagnarsi i capelli haha.

Arriviamo alla fine del tratto sicuro. Il ponticino della passerella sopra di noi ci ricongiunge con gli altri. Lì Antonio decide di venire giù anche lui. Scende le scale e vedere la sua espressione stufata e del gene “E no … e che diavolo!” dopo essere sprofondato con una gamba in una conca creata dalle correnti bagnandolo fino a metà corpo e rendendo totalmente vana la sua decisione di non risalire il torrente con noi per non bagnarsi, non ha prezzo.

Torniamo al bus per dirigerci alla prossima metà, il lago McKenzie. Ma prima ci fermiamo a vedere la nave arenata, nulla di speciale, se ci fosse stato il sole forse sarebbero uscite un paio di foto decenti, ma nemmeno quello.
Ripartiamo e l’autista ci avverte di stare attenti ai dingo una volta arrivati al lago, ma non se ne vedrà nemmeno uno, purtroppo.

Arrivati al lago le nuvole sono ancora in cielo, ma il cielo accenna una schiarita.
L’aria è fresca e la vista di quel lago blu scuro davanti a noi, circondato da una sabbia bianca e pura come poche al mondo e subito dietro la fitta e densa foresta tropicale dove praticamente tutto al suo interno potrebbe ucciderti, creano un’atmosfera eccezionale
Passo alcuni minuti ad osservale il lago, ogni tanto qualche raggio di sole lo rischiara e mette in risalto i suoi colori originali, un cristallino limpido nei primi metri e un blu intenso nel centro dovuto ai resti della vegetazione che fanno si che l’acqua non permei tra le miriadi di fessure che la sabbia offre formando così il famoso lago McKenzie. Bellissimo!

Dopo alcuni minuti di osservazione reciproca mi convinco che un bagno in quel posto sia una delle cose più fantastiche che si possano fare. Come se avesse pensato la stessa cosa, Davide viene verso di me e mi propone di tuffarci.
L’acqua è gelida, non si riesce a fare un ingresso soft, occorre buttarsi tutto d’un colpo, altrimenti il freddo ti fa desistere dall’idea. Antonio si unisce a noi, ci fermiamo un secondo sulla riva, un ultimo istante di osservazione a quell’acqua così pulita, ma allo stesso tempo inquietante. Un respiro, una corsa veloce verso la zona più profonda e si è già sott’acqua.

Il gelo è solo al primo impatto, dopo un po’ una sensazione di benessere ti avvolge, il fresco inizia ad essere assimilato e tutto il corpo si rimette in moto. Nuotare nel lago McKanzie è stato fantastico, l’acqua era pesante, si faceva una fatica immonda per stare a galla, ma allo stesso tempo la pace di quel posto, la tranquillità di quelle acque e il colore bianco della sabbia che circonda tutto il lago trasmettevano una sensazione di benessere che sarei rimasto lì per ore. Se non fosse che l’autista ci aveva dato un ora di pausa e il sole continuava a nascondersi timidamente dietro le nubi.

Una volta uscito si stava benissimo. Raccolgo un po’ di sabbia per mia zia che le colleziona da tutto il mondo, pensando che quella di questo lago non poteva mancarle. Qquel bagno e quel posto avevano qualcosa di magico da trasmettere. Uso un contenitore di plastica per gomme da masticare, afferro una manciata di sabbia e la osservo, mentre bianca e luminosa scorre dalla mia mano in quel barattolo dove resterà per molto tempo.

Il viaggio è ormai giunto al termine, un'altra corsa, un altro “yhayyy” per le strade improvvisate di Fraser, e il bus ci riporta al molo. Ci reimbarchiamo e torniamo ad Harvey, in mare aperto si intravedono dei delfini in lontananza, ma si riesce a malapena a scorgere una o due pinne che fendono la superficie.

Tornati al nostro camping facciamo quattro chiacchere, ma siamo tutti un po’ esausti, andiamo a dormire? Ma chè! Decidiamo di andare a cenare in un posticino sulla strada che da sulla riva…ma la ricerca si fa ardua sono le 9 e tutti iniziano a chiudere! Porca miseria!!! La fame inizia a crescere a dismisura, in extremis troviamo un ultimo posticino aperto prendiamo dei piatti col pesce, ma non è il massimo. Abituato a Lecce, di solito i locali sul mare servono sempre dell’ottimo pesce fresco o quanto meno di buona qualità indipendentemente che si sia in un posto di lusso o meno. Mi aspettavo lo stesso da un posto che dà sull’oceano pacifico … ancora una volta l’Australia mi lascia perplesso.

Decidiamo di continuare la serata su un terrazzino che da sulla spiaggia. Le ragazze hanno il loro vinello, noi una scorta praticamente illimitata di birre fresche collocate nella bara di ghiaccio. Si chiacchera si beve, si ride. Alle spalle il buio intenso che solo l’oceano può avere, davanti un gruppo di 8 persone che se la ride. Che bellezza.

Le ragazze decidono di andare a dormire, ma il problema è che abbiamo una sola chiave per il camping. Così Marta e Elena ci assicurano che sarebbero rimaste sveglie e di non preoccuparci. Povere, non sapevano che non avevamo la minima intenzione di terminare la serata così presto.

Restiamo noi 4 e la bara di ghiaccio. Dopo aver notato che alcune birre erano rimaste calde perché tenute fuori dal ghiaccio da delle sottilette kraft con la scritta zero grassi mi rendo conto che la purezza del nostro scrigno era stato violato dalle donne…con un gesto di rivoluzione e indipendenza, le afferro, con un gesto che imita il discobolo le lancio verso l’oscurità dell’oceano. L’immagine di quel formaggio con 0 grassi che vola verso il buio con la luna che ne riflette alcuni riflessi prima che la sua traiettoria si perda nel buio fa scoppiare un’ applauso. Questi sono i piccoli gesti che mi ricordano che sono nato uomo, un formaggio fat free che viola la zona sacra della birra merita di essere punito! Non faccio lo stesso col resto dei prodotti che non fossero birra perché nessuno di loro mi sfida con scritte del tipo zero grassi, zero calorie o zero zuccheri. Loro possono restare, ma una sottiletta fat free in uno scrigno pieno di birra è una chiara dichiarazione di guerra J

La serata si sposta in un bruttissimo locale poco più avanti al nostro Van. Il posto è squallido, ma sembra essere l’unica cosa aperta in questa città, restiamo un po’ cerchiamo un po’ in giro qualcosa di interessante, ma alla fine riusciamo a combinare ben poco. Siamo abbastanza stanchi per decidere di tornare. Elena e Marta si fanno trovare sveglie, povere, ci aprono il portone e vanno a dormire appena parcheggiamo il Van.
In fine andiamo a letto anche noi con la stessa disposizione della notte prima. Io, Davide e Antonio in tenda, Giulio con Elena e Marta nel Van bianco (Grande Giulio), e Giulia, Alice e Giada nell’altro.

La mattina la sveglia è con il sole, un lieve malditesta mi accompagna come spesso capita nelle mattinate che seguono grandi serate. Noi ragazzi della tenda approfittiamo dell’orario mattutino per piazzarci in piscina e rilassarci finche tutti gli altri non si svegliano. Infondo la partenza per Rockhampton è ancora lontana si partirà a mezzogiorno circa. Percorrendo 400Km in 5 ore a quanto suggerisce google ma forse saranno meno …

C’è ancora tempo per rilassarsi un po’.

Giulio esce dal Van, chiede a Marta perché dobbiamo svegliarci e quando lei le risponde che non dovevamo farlo torna a letto, ma dopo 2 minuti torna fuori vestito impeccabile, jeans e maglietta abbinati, scarpe ben legate e portamento fiero e va in bagno, poi torna in Van a dormire. Da quel momento Giulio diventerà il Principe.

Intanto anche le ragazze si uniscono a noi, il sole oggi si fa sentire, creme solari protezione 30 e via ci si rimette a giacere sulla sdraia. Ad un certo punto noto una cosa…Tony…ho fissato il mirino. Il poveretto si stava rilassando vicino la piscina con dietro le ragazze … perfetto penso. Unico problema! A fianco a lui Alice ha l’iPhone acceso che suona un po’ di musica, devo spostarlo, ma purtroppo nel farlo tutti notano che stò per combinare qualcosa. Faccio finta di nulla ma Tony, che mi conosce mi tiene sott’occhio, come per farmi capire che appena azzardo qualcosa lui se ne accorge … hehehe … penso ….
Cammino lento attorno alla piscina sempre con lo sguardo della  futura vittima a tenermi d’occhio , fingo indifferenza e alzo la testa, incrocio lo sguardo del vigilantes che capisce che stò per fare qualcosa. Ora o mai più penso. Scatto veloce verso il bordo piscina opposto, salto, e mentre sono in aria noto l’espressione dell’uomo ormai in trappola che si rende conto di quello che stà per succedergli ma che ormai non può più scappare. La sua espressione accenna una smorfia che si prepara all’ondata di freddo imminente. Hahaha me la rido mentre impattando contro l’acqua con l’aiuto delle braccia alzo un’ondata che travolge il povero Tony hahahahaha la sua espressione simile a quella del giorno prima quando era scivolato nella conca del torrente mi regala sempre soddisfazioni. Le sue smorfie hanno reso il povero malcapitato una delle vittime preferite dei miei scherzetti.

Dopo un po’ le ragazze vanno in spiaggia, noi invece decidiamo di fare qualcosa di molto più importante, andare a rifornire la scorta di ghiaccio necessaria per il prossimo giorno. E giacchè acquistare una nuova cassa di birra e del vino. Per quanto ci riguardava potevamo restare senza benzina o senza cibo, ma non sia mai che restassimo senza qualcosa da bere. Unico dispiacere di tutto il viaggio è stato il fatto che le ragazze non avessero voluto affidarsi alla nostra esperienza per gestire l’alcool, ogni volta finiva che noi uomini eravamo perfettamente coperti per la serata mentre le ragazze lo finivano sempre prima.

Ci ritroviamo dopo un po’ sulla spiaggia, al ritorno un tizio ci chiede se potevamo dargli una mano a prendere un piccolo opossum sull’albero. Davide sale e porta giù la minuscola creatura che inizia a muoversi sulla sua maglia come fosse un albero. E’ la prima volta che vedo un opossum così piccolo, e devo dire che è davvero un animaletto amabile, nonostante Elena ne sia terrorizzata perché crede velenosi J.

Passiamo dal supermarket dove le ragazze provvedono a comprare qualcosa da mangiare, grazie al cielo c’erano loro a tenerci in forze, altrimenti come detto prima avremmo vissuto con fish and chips e birra per tutta la vacanza.

Partiamo e cerchiamo di uscire dalla città, e in quel momento mi rendo conto che non era solo Cook a essere ubriaco, ma anche gli australiani quando anno messo le indicazioni stradali facendo di tutto per rendere l’uscita dalla città più ardua possibile, nessun cartello che indicasse Rockhampton, giriamo in tondo per una decina di minuti prima di fermarci nuovamente in centro per raccogliere le idee e riuscire finalmente a dirigerci in quella che speriamo essere la direzione giusta. Ciao Harvey, ciao Fraser, ciao sottilette con 0 grassi. La sosta è stata piacevole e il viaggio è appena iniziato.