lunedì 21 febbraio 2011

Ciò che si respira qui ha un diverso sapore!


Sbarcati ad Alice spring, usciti dall’aeroporto la prima cosa che si nota in questo posto è lo sbalzo termico ed atmosferico. Ci saranno stati quaranta gradi più o meno, fortunatamente però l’aria non è così umida, il tutto, l’ambiente, la flora, la fauna (scarafaggi … come in tutta l’Australia) avevano una certa armonia, e si affrontavano con una certa discrezione.
Ci sediamo in parte all’uscita dell’aeroporto e nell’attesa del pulmino che ci avrebbe portato in ostello contemplo il paesaggio, che senza ombra di dubbio nascondeva qualcosa di mistico, lo si poteva percepire.
Nonostante intorno a me riuscivo ancora a sentire quella sicurezza della “civilizzazione” e dei servizi ad essa connessi, a parte la ricezione del cellulare un po’ capricciosa, c’era una strana atmosfera intorno a me. Non so se fosse per l’entusiasmo di ciò che mi attendeva e le aspettative che avevo dei prossimi giorni, ma era come se in questo posto del mondo, l’uomo non regnasse più incontrastato. Percepivo come se le case, l’aeroporto sperduto nel mezzo del nulla e tutta la città di  Alice Springs, fossero una piccola concessione di madre natura che volontariamente aveva deciso di ospitare un po’ di umani nella sua zona. Questa percezione di supremazia dell’ambiente, di piccolezza nei suoi confronti, mi seguirà per tutta la permanenza, e darà a questo viaggio un tocco di magia che spero rimanga impresso nella mia memoria per sempre.

Mentre sono seduto a contemplare ciò che mi circonda seduto su un caldissimo marciapiede, in quella già calda mattina, il nostro pulmino arriva sfrecciando. Si ferma e dal posto di guida salta fuori l’autista, un ragazzo sui trentacinque. Non si può non notare il suo fortissimo accento e il modo in cui termina tutte le sue frasi. Un lamento rauco che suona quasi come un yhaey. Un tipico australiano da country road come te lo aspetti, guida con il finestrino aperto per far spazio al suo braccio tatuato poggiato al sole e il cappello in testa.
Guida e chiacchiera senza pensare troppo alla strada fino all’arrivo in ostello. Il suo collega che sembra anche essere suo parente, forse il fratello maggiore, ci riceve alla reception. Ha un’aria più autoritaria ma lo stesso modo di parlare e stile di portamento del (forse) fratello. Anche lui poggiato con un braccio alla reception, anche lui con un’immancabile cappello, ci spiega un paio di cose, terminando le frasi con il solito lamento strano e ogni volta che finiva una frase chiedendoci “are you with me?” come per chiarire il punto. Questo stile Aussie Aussie farà di loro due dei miei personaggi preferiti di questo viaggio, battuti solamente dalla nostra guida durante le escursioni.

L’ostello è carino, ha una bella piscinetta un po’ lercia ad esser sincero, ma che fa da cornice al muro azzurro e il prato verde su cui le stanze affacciano. E’ carino, il clima è perfetto e oggi è un giorno chillout. Approfittiamo delle lavatrici per lavare i vestiti dopo più di una settimana, rubiamo il detersivo nella sala dello staff senza dare troppo nell’occhio, e sistemiamo un paio di cose per i prossimi tre giorni nel deserto per poi andare a rilassarci a bordo piscina. Dividiamo la stanza con una ragazza olandese incontrata nel pulmino, un po’ riservata, e continuamente ossessionata dal rifare la valigia, o meglio il back pack. Un soggetto che per quanto l’abbiamo conosciuta sembrava non fare troppo la differenza se ci fosse o meno …

Nel pomeriggio facciamo un giro ad Alice spring , una città nel deserto per metà popolata da aborigeni, che fanno ghetto e spesso inveiscono contro l’uomo bianco brandendo in mano una bottiglia di vino o birra. Non sono per niente cattivi, ma quando sono tanti sei sempre un po’ titubante dall’andare a prelevare al bancomat. Ma come ho già detto non sono cattivi, era solo una precauzione. Sono tranquillissimi e spesso se ne stanno per le loro, solo che alcuni esagerano con l’alcol costringendo la polizia a sbatterne al fresco qualcuno, come mi è capitato di vedere. Presero una signora e la misero nel retro dei loro furgoncini fuoristrada molto simili a quelli usati dagli accalappia cani. Mi sa che c’è ancora un po’ di discriminazione nei confronti degli aborigeni che in un primo momento quasi mi sembrava di capire, ma nei prossimi giorni imparerò un attimo ad avvicinarmi alla loro cultura grazie agli insegnamenti della nostra guida.

Chiusa questa piccola parentesi sulla strana integrazione ai margini di questa cittadina, il centro è tipicamente un posto turistico, si stà bene, è tranquillo, non c’è rumore in giro, la voce e i saluti di un paio di passanti e le chiacchiere dei turisti fermi nei vari barettini con balconcino e ombrelloni sul viale soleggiato per fermarsi in relax e mangiare. Ci fermiamo in uno di questi ed ordiniamo. Tra le varie pietanze bene o male conosciute leggo un accattivante camel hamburger, inspirato dalla curiosità mi accerto alla cassa che fosse hamburger di cammello e non un nome inventato tanto per ragioni di marketing e lo ordino accompagnandolo con una cocacola che mi aiutasse a digerire e a nascondere il sapore nel caso la carne di cammello facesse schifo … non si sa mai. Divorato il mio panino dal sapore un po’ più forte e selvaggio, ma buono, andiamo alla ricerca di un cappello che ci protegga nei prossimi tre giorni dalle insolazioni, poi andiamo a fare la spesa.

Dentro il supermercato, mi rendo conto di un altro piccolo problema, nel deserto avevamo scorte di cibo, tanta acqua, dei biscotti extra ed avevamo addirittura comprato dei super economici ma tattici instant noodle nel caso quello che passasse la casa non fosse abbastanza, considerando le camminate di chilometri e chilometri che ci attendevano sotto il sole. Insomma avevamo tutto, ma io avevo un problema … Osservavo tutta quella roba che giaceva dentro il mio cestino della spesa e la immaginavo all’uscita dal supermercato in una scomoda busta di plastica … qualcosa non mi tornava…
Tutti i miei vestiti, saponi dentifrici lenti e tutto il resto era pressato nella orsa come avevo fatto durante lo spring break, donando a quello zaino, l'unica valigia che mi portavo dietro, la consistenza del piombo … 

Una domanda mi sorge spontanea, dove diavolo metto tutta stà roba se ho un solo zaino? Come faccio?

Mi blocco tra gli scaffali del supermercato, cercando di capire come risolvere questo piccolo particolare...dovevo assolutamente avere lo zaino libero per il deserto! Non avevo alternative, ma esso era attualmente pieno di vestiti e varie cianfrusaglie pressate insieme per formare un compatto blocco di granito! Non c’è modo di piazzarci dentro quattro litri e mezzo d’acqua, cibo, crema anti ustioni, macchinetta fotografica e altre cianfrusaglie.
E mò? Come cavolo risolvo?, penso bloccato davanti allo scaffale dei biscotti. La mia mente inizia a sfogliare un immaginario catalogo che conteneva tutte le possibili soluzioni per trovare un’ economica allocazione alternativa a quello che attualmente si trovava nello zaino e che potesse tenerle al sicuro nell’impolverato e spartano retro di un furgoncino che ci avrebbe portati a spasso nel deserto.
Le idee passano veloci per la mente, come fogli di carta usati, inutili, il catalogo idee di Riccardo stava per esaurirsi, quando un immagine mi appare limpida e chiara! 
Certo! Perché non ci ho pensato prima!
Mesi prima avevo visto che qui in Australia, come suppongo in tutti i supermercati del mondo, vendono delle borse frigo semplici, cubiche, fatte in tela, dall’aspetto non troppo fragile, ciò che sembra l’ideale per adattarsi alla traslazione totale del contenuto del mio zaino e tenere i vestiti che non mi serviranno per i prossimi tre giorni, perfetto!
Inizio a vagare per il supermercato con un obbiettivo ben chiaro, neanche le gommose della Haribo riescono a distrarmi. Trovo quella borsa, due dollari e mezzo, awesome! La famosa cool bag, è mia! Per i prossimi tre giorni affronterà il deserto, e pensandoci bene è il sogno di ogni borsa frigo, anzi l’ambizione più grande di ogni borsa frigo, attraversare il deserto!

 
Conscio che stò per realizzare il sogno di quella fortunata struttura quadrata in tela impermeabilizzata l’acquisto ed ecco che ho la mia valigia con una storia e una missione da compiere!
Un piccolo problema risolto dico agli altri alla cassa con il sorriso mentre mi guardano come se fossi diventato più scemo del solito.

In ostello rialloco tutti gli indumenti nella nuova cool bag, facendo una cernita di ciò che devo mettere nello zaino da avere sempre con me e ciò che linvece sarà custodito dalla cool bag. Chiacchiero con Antonio per fare un check di cosa potrebbe mancarci e ci rendiamo conto che la cosa più essenziale per noi due, grandi utilizzatori di lenti a contatto, ci manca, non abbiamo nulla per poterci mettere e togliere le lenti velocemnte ovunque ci trovassimo. Scocciati dall’idea di dover ritornare in centro, lasciamo gli altri a riposare ed andiamo a comprare una simil Amuchina.

Tornati e finito il check ci godiamo una cenetta nel bel pub annesso al nostro ostello, il fratello maggiore, quello della domanda “Are you with me?” si esibiva con la sua band con le cover dei più famosi artisti rock, ed ammetto che non era neanche tanto male. Purtroppo, anche quando andremo a dormire, circa l’una, la loro band è ancora in piena attività ed il pubblico li acclama … suppongo che non ci siano molte alternative per i residenti su come passare la serata ad Alice Spring … ma cazzo noi dovremmo dormire! In stanza con Jonas non riusciamo a trattenere le risate quando ad un certo punto danno il meglio di loro e sembrava di sentire la band come se si stesse esibendo esattamente dentro la nostra stanza, per la gioia di chi ha il sonno leggero…
Fortunatamente siamo ancora una volta esausti, e dopo un po’, quella musica diventa il sottofondo del mondo dei sogni. La mattina ancora una volta sveglia presto, l’aria inizia già a scaldarsi con le prime luci del sole, con lo zaino e la mia borsa frigo adibita a trolley siamo pronti a partire per il deserto, Marta corre indietro per dire alla reception che aveva scordato il suo cellulare in stanza, appena in tempo … peccato che ormai a metà strada, dopo un paio d’ore percorse nel più sperduto nulla, mi farà notare che in bagno c’era uno spazzolino, il mio …

domenica 20 febbraio 2011

Great ocean road










La strada scorre fluida sotto di noi. Mentre osservo i paesaggi che si impongono ai lati delle nostre auto realizzo perché quella strada è considerata un monumento nazionale! La Great ocean road venne costruita dopo la prima guerra mondiale, col triplo intento di dedicare un monumento ai caduti di quella guerra, per connettere con un tratto stradale quelle zone dall’alto valore paesaggistico che sud il Victoria possiede e infine per dare lavoro ai reduci di guerra che tornati in patria trovavano difficoltà nel riallocarsi.

La strada sembra senza fine, percorre dolcemente il tratto litoraneo, con alcuni tratti nell’entroterra. Le curve non sono mai troppo brusche, e la velocità non è mai troppo alta. Sembra di esser seduti davanti un maxy schermo che proietta le immagini di un percorso nella natura, in cui la camera sfreccia rapida tra paesaggi surreali. Una delle esperienze di guida più rilassanti che abbia mai fatto!

Sono ancora un po’ pensieroso per quello che il signore che tagliava il prato ci aveva detto poco prima, ma ormai c’era poco da fare, la strada non permette di andare troppo veloci, quindi non ci resta che goderci il paesaggio e arrangiarci quando sarà ora di capire se arriveremo per tempo o no. Per lo meno non c’è troppo traffico per strada e questo mi tranquillizza, essendo stata quella la più grande fregatura descrittaci dal tizio.

I segnali sui lati della strada, oltre che avvertire del fatto che in Australia si guidi a sinistra 
Iniziano a diventare familiari. Intravediamo l’imbocco per la prima delle due attrazioni che primeggiano su tutte le altre. Parcheggiamo le auto e percorriamo un sentiero un po’ in discesa che dal parcheggio si divincola tra i cespugli e ci conduce in un posto deve si può ammirare il London Brinde. Un faraglione in pietra, una volta composto da due archi, che ricordavano la famosa costruzione nel centro di Londra.
La forza e l’usura del mare però hanno fatto collassare il pezzo che connetteva la punta più estrema con la terra ferma, questo mentre alcuni turisti si trovavano a visitare il posto. Furono costretti ad attendere l’intervento degli elicotteri per poter tornare sulla terra ferma. Per questo ormai il nome London bridge è solo un ricordo di come fosse quel posto prima ed è stato rimpiazzato dal nome ( originario) London Arch.

Nonostante tutto la struttura ha ancora il suo fascino!
La scogliera alla nostra destra precipita netta per una trentina di metri fino ad incontrare la sabbia che poco più avanti si unisce al mare e fa da cornice al London bridge che li, in mezzo al mare sembra ergersi aspettando la sua fine, che inesorabilmente arriverà a causa di quella stessa forza che lo ha creato, l’oceano.
Resto affascinato dalla bellezza di quanto la casualità delle forze della natura possano portare alla creazione di tali strutture, e quanto inesorabilmente, e spietatamente, come le hanno create, le stesse forze le distruggeranno. Respiro la brezza marina che insaporisce l’aria, gusto quell’istante e mi rendo conto che, tra molti anni, quel posto non esisterà più! Mi rallegro di esser arrivato per tempo, ed inizio ad immortalare quella struttura condannata a sparire.



Dopo aver fotografato, ammirato, gustato ed apprezzato quel posto, ci rimettiamo in auto, siamo ormai prossimi ad uno dei posti più famigerati d’Australia, stiamo per vedere uno scorcio di quello che abbiamo imparato a conoscere come Australia guardando le cartoline, leggendo guide turistiche, o semplicemente sfogliando qualche libro fotografico dei più bei posti al monto. Decisamente i Dodici apostoli sono una dei quelle meraviglie che più le osservi più vorresti che il tempo si fermasse per poter restare li ad ammirarle all’infinito. Purtroppo anche loro sono destinati ad essere distrutti dal mare, ormai ne sono rimasti in piedi solo otto, se non ho visto male …


Ci sediamo in un bel posto in cui la vista è esattamente su quei mistici faraglioni ed Elena tira fuori una bottiglia di vino rosato, quel vino aveva lo stesso colore del tramonto che ci apprestavamo ad ammirare. Sembrava quasi che la luce del sole di quel momento fosse stata intrappolata in quella bottiglia di vetro trasparente e tenuta insieme dall’acqua. Perfetto! Uno dei tramonti più suggestivi mai visti, mi giro in torno, guardo i miei amici e guardo quel paesaggio, lo strano rumore delle onde in lontananza che aggrediscono quelle creazioni dal nome così sacro la cui colorazione passa da un giallo paglierino ad un rosato man mano che il giorno si accinge a lasciare strada alla notte. Si respira qualcosa di magico in quel posto ed ancora una volta, ringrazio il cielo di esserci venuto prima che la natura si riprendesse una delle sue più belle creazioni.


Il sole sembra cadere sempre più in fretta man mano che la sua sagoma si avvicina all’orizzonte, ci dirigiamo verso le nostre auto. Ormai siamo prossimi ad Apollo bay, pensavamo, un po’ stremati dalla lunga ed intensa giornata. Il tempo però ci riservava ancora una piccola sorpresa. Ormai erano quasi le dieci di sera, quando finalmente tra curve della strada scarsamente illuminate dai nostri fari si intravede da lontano qualche sporadica luce che indica la presenza di qualche costruzione. E’ Apollo bay, la baia del dio del sole greco stava però per farci un piccolo scherzo. Affamati individuiamo il nostro ostello, che decidiamo di raggiungere dopo per dedicarci ora alla ricerca disperata di qualcosa di aperto per poterci nutrire. La città è buia, ma sulla strada principale notiamo l’unico locale rimasto aperto, una pizzeria che stava per chiudere. Parcheggiamo speranzosi di poter prendere qualcosa da mettere sotto i denti. Appena spegniamo le auto, non facciamo neanche in tempo ad approcciarci alla maniglia per poter scendere che il cielo sembra aprirsi, riversando in terra una quantità di pioggia degna di una tempesta tropicale. Non abbiamo alternative. Ci buttiamo fuori dall’auto per riversarci nella pizzeria. Sono fradicio, sembrava che avessi corso attraverso una doccia aperta al massimo, miseriaccia! Per di più sono rimasti 3 ultimi impasti, non possiamo neanche permetterci il lusso di scegliere che dimensione di pizza volere, nulla, ci arrendiamo al nostro inesistente potere d’acquisto e prendiamo su quello che resta. Andiamo in ostello, e dopo aver razionato quei pezzi di pizza ci regaliamo una doccia prima di poter andare a dormire. Noi ragazzi avevamo una stanza diversa da quella delle ragazze. Con noi vi erano due sconosciuti, uno dei quali ho rischiato di uccidere a causa della mia scaletta che poggiata in modo precario sul mio letto a castello ha pensato bene di cadere nel modo più rumoroso possibile, di piatto sul pavimento a pochi centimetri dal volto di questo povero sconosciuto. Dopo quel tonfo disastroso lui si sveglia di colpo, con espressione un po’ incazzosa. Osserva la scala a 10 centimetri dal suo cuscino e si volta verso di me. Io non ho mezza voglia di perdere tempo in scuse gli faccio un cenno con le braccia per dirgli, ‘che ci posso fare, stì letti a castello so fatti male!’ e mi stendo a dormire. Per un attimo resto quasi scioccato dal fatto che se la scala lo avesse colpito probabilmente lo avrei accoppato … ma poi ripenso al suo visto spaventato al rumore del tonfo metallico che gli cade a pochi centimetri dall’orecchio e non riesco a trattenere le risate.

Il dolce risveglio con scotch fingers della Arnold inzuppati nel caffè latte mi da energia per affrontare un’altra lunga giornata in cui la meta finale prevista è ancora Melbourne, da dove proseguiremo il nostro viaggio per il red center australiano.

L’ultimo tratto presenta un panorama molto diverso, la vastità delle aree viste in precedenza viene rimpiazzato da un paesaggio in cui la strada scorre vicino a degli strapiombi che separano il mare e le montagne.



Ci fermiamo in una zona che a pochi passi dal parcheggio permette di vedere dei Koala e numerosi pappagalli.
Purtroppo pioviggina e nonostante la bellezza di quegli animali, che non fanno altro che dormire, la nostra permanenza è limitata. Proseguiamo con la nostra tabella di marcia. Facciamo alcune soste per permettere a Marta e Sara di fotografare i numerosi cartelli che indicano la presenza degli animali più peculiari d’australia, come Koala, Canguri e … mucche…
Decidiamo anche di fare una piccola sosta ad un faro, la sua figuara era abbastanza suggestiva da meritare una visita e un paio di foto.
Mentre guido seguendo Antonio che temerario continua con la sua corsa senza sostituzioni, noto che bruscamente decide di cambiare tragitto, mette la freccia e svolta verso una località che non riesco a leggere a causa del traffico che relativamente mi teneva impegnato. Percorriamo un paio di chilometri per questa stradina asfaltata in mezzo agli alberi e realizzo dove siamo diretti Bells Beach! La spiaggia del film Point Break!
Il film non merita troppe descrizioni, ed onestamente non è neanche un gran bel film, ma la scena finale si inspira a questa spiaggia. Dopo averlo visto un paio di settimane fa ci eravamo prefissati di farci un salto, in fondo Bells Beach è una selle spiagge più famose per il surf, quindi perché no?

Arrivati lì, c’era un vento freddo e il sole andava e veniva dietro le nubi che ogni volta ci minacciavano con piccoli scrosci d’acqua. Mentre tutti prendevano il necessario per sedersi tranquilli sulla spiaggia per fare una sosta, mi guardo con Antonio e un sorriso nasce spontaneo sui nostri volti. In un modo un po’ spartano riusciamo ad infilarci il costume e raggiungiamo gli altri sulla scalinata che portava giù. Purtroppo il mare era di una calma piatta, e non abbiamo potuto vedere le onde che tanta fama danno a quella piccola spiaggia. Scattiamo un paio di foto e senza pensarci due volte, nonostante fossimo colpiti dal freddo di quel vento che pungeva la pelle decidiamo di tuffarci! Sara immortala il momento, anche lei infreddolita.

Prendiamo una rincorsa lunghissima e ci gettiamo in quelle acque gelide. Antonio inciampa e finisce in acqua con un tuffo rovinoso che lo immerge nel gelo un po’ prima di quello che si aspettasse, non si farà nulla. Il contatto con l’acqua è paragonabile ad un tuffo in una piscina piena d’aghi. La temperatura dell’oceano era bassissima e l’acqua sin da subito iniziava a pungere. Nuotiamo un po’ sperando di abituarci a quel freddo, ma dopo alcuni minuti non ne possiamo più e desistiamo. Abbiamo fatto la nostra cazzata giornaliera, è ora di riscaldarsi nuovamente … ovviamente appena usciti dall’acqua il sole scompare dietro le nubi prolungando la nostra agonia fino alle auto, ma non importa, ci diamo il cinque infreddoliti e siamo fieri che anche a Bells beach possiamo mettere il segno di spunta.

Ci fermeremo nuovamente a Torquay, per sistemare i conti, mangiare e riassestarci un secondo, oggi fa freddo ed andare in giro in costume ancora umido non è una rande idea. Con Antonio decidiamo di tornare alle auto per cambiarci, sperando di trovare uno dei tanto comuni e puliti bagni pubblici che sono disseminati in Australia, ma ancora una volta la fortuna non ci assiste. Presi per sfinimento e quasi assiderati, decidiamo di farlo a modo nostro, alla Aussie! Non curanti che le auto fossero parcheggiate in centro, proprio a fianco di una delle strade più frequentate di quella zona, copriamo i finestrini alla buona con degli asciugamani e a turno, ci cambiamo. Vedere dalle fessure non troppo piccole la gente che passava vicino all’auto mentre mi cambiavo mi metteva fretta, molta fretta … Speriamo non passi nessun poliziotto, o che nessuno degli asciugamani caschi giù, pensavo mentre frettolosamente cercavo di infilare una gamba nei pantaloni…
Fortunatamente, in maniera impeccabile uscirò dall’auto con un bel paio di pantaloni lungi che iniziavano già a far circolare nuovamente il sangue alle gambe.
Poco dopo ripartiamo per direzione Melbourne. Poco prima avevo sentito Mariagiulia per telefono e quell’ancgelo di donna ci offriva un posto per dormire, in fondo come ci faceva notare dovevamo prendere l’aereo alle 5 di mattina, non valeva la pena prendere un’ostello, ma la poveretta non so se immaginava di dover ospitare sei trasantatissimi desperados.

Arrivati a Melbourne continuo in auto a seguire Tony ma ad un certo punto il traffico diventa troppo intenso. Decidiamo di separarci e ritrovarci trovarci a St Kilda per gustare l’ultimo tramonto in riva al mare tutti insieme. Mentre per strada facevo il massimo per non perdere comunque di vista l’auto guidata da Antonio uno strano ottimismo conquista me e Sara mentre alla radio ascoltiamo un pezzo fantastico che purtroppo non ho preso giù! Alziamo a tutto volume e con i finestrini abbassati iniziamo ad attirare l’attenzione di tutti gli automobilisti e passanti.
C’è chi ride nel vederci che balliamo nei modi più assurdi e divertiti quei ritmi australiani, chi ci saluta col il gesto di You Rock! E chi ci asseconda. Un altro piccolo momento di delirio …

Cercando in tutti i modi di capire come arrivare a quel posto attraversiamo ponti a pagamento, senza pagare ovviamente, imboccando bruscamente incroci all’ultimo secondo e cambi di direzione improvvisi. Finalmente St Kilda! Un ultimo tramonto tutti insieme è il giusto modo di terminare quel viaggio bellissimo!

Tornati in centro  usufruiamo dell’ostello preso da Alice e Giada, quella sera ci saremmo separati, le due ragazze all’ingresso in ostello saranno accompagnate da altri 7 loschi soggetti che usufruiranno di tutti i servizi, tra cui doccia, elettricità e io perfino un caffè in cucina, come fossimo normali ospiti paganti, ma non importa, ancora una volta facciamo all’australiana!

Passiamo la serata in centro cercando un posto tranquillo in cui prendere una birra, ma alla fine ci troveremo a vagare un po’ qua e la alla ricerca di un posto aperto tra i posti migliori proposti da Mariagiulia, che nel frattempo ci aveva raggiunti.

Ormai è quasi mezzanotte, la magia stà per finire. Salutiamo Alice che reincontreremo a Sydney e con un abbraccio fortissimo saluto Giada. Tornerà in Italia tra pochi giorni. La sua presenza mi ha addolcito il semestre. In fondo è grazie a lei se ho conosciuto tutti gli altri. Lei è stato il mio primo contatto qui a Sydney e purtroppo anche la prima ad andare via. Un ultimo abbraccio forte sperando di rivederla presto in Italia e ci rimettiamo in auto. Mariagiulia cerca di richiamare la mia attenzione facendomi notare i punti di riferimento da seguire domattina, o ancora una volta meglio dire frà poche ore, per riuscire a raggiungere l’aereoporto passando per il centro città per prender su Jonas. Io però ho la mente impegnata, sono stanco e un po’ triste, la prima parte del viaggio era finito e avevamo perso una di noi. Piadina tornava in Italia ed io iniziavo già a sentire la tristezza che da lì mi avrebbe accompagnato per i prossimi 2 mesi, in cui lentamente tutti quanti sarebbero andati via.

Assonnati arriviamo a casa di Mary, un bilocale abbastanza grande per viverci come faceva lei assieme alla sua coinquilina. Lei da manuale arrangia le altre 6 persone alla buona. Io ancora rattristito ripeto mentalmente i punti di riferimento che domani mattina mi saranno indispensabili per non perderci dentro Melbourne, questo modo riesco a non pensare al saluto di poco prima e finalmente a prendere sonno.
Dopo un paio d’ore la sveglia ci richiama tutti all’ordine. Mariagiulia gentilissima come poche persone al mondo ci prepara sei caffè, in una moka da uno, alias rifà il caffè per sei volte di fila, un angelo! Quel caffè farà si che io riesca ad essere sufficientemente sveglio per ricordare strada e gestire il traffico, apparte un paio di semafori, in maniera impeccabile. Arriviamo in aereoporto, lasciamo le auto e ci imbarciamo. Destinazione Alice Spring, red center arriviamo!

mercoledì 16 febbraio 2011

Rotolando verso sud


Nel tornare nella main land passiamo tutto il viaggio sulla prua del traghetto, io osservo l’oceano che tanto innocuo sembra se osservato dal ponte di una robusta nave lunga 50 metri. Chi sa quali squali ci saranno sotto di noi, penso, mente osservo le onde calme poco prima di infrangersi contro la parte anteriore della chiglia della nave.
La stanchezza un po’ si sente, anche oggi sveglia presto, ma il sole brilla in poppa, Sara ed Antonio continuano ad ascoltare “Che fico” di Pippo Franco, ormai non esisteva più musica oltre quella. Che i grandi del rock mi perdonino…


Dopo il viaggio di ritorno in bus, in cui disperatamente assumevo le posizioni più assurde per trovare una posizione in cui appisolarmi, sfortunatamente invano arriviamo ad Adelaide. Affittate le auto, due Hunday saranno le nostre alleate per circa un migliaio di chilometri. Incontriamo Jonas, un ragazzo tedesco, amico di Alice che si unirà a noi per questa traversata. Purtroppo niente radioline questa volta, nessun nome in codice e poca interazione tra le due auto, ma ci divertiremo lo stesso, ne sono sicuro.

Antonio, dopo aver recuperato la mobilità del dito infortunato entra nel team di guida, ancora una volta assieme a me, Giulio e Marta. Per uscire da Adelaide gli faccio da copilota, sedute dietro abbiamo Marta, Sara e Giada. Elena ci chiama dall’altra auto per informarci che anche qui si può collegare l’ipod in una porta usb nascosta sotto il bracciolo centrale. E vai! Ancora una volta un po’ di buona musica ci farà compagnia.

Adelaide, nonostante fosse una cittadina alquanto morta, aveva un traffico piuttosto intenso e spesso le rotonde si affrontavano affidandosi all’istinto o temporeggiando percorrendole più volte per capire quale uscita imboccare.

Ogni tanto riuscivo a consultare il cellulare per capire dove fossimo, ma fortunatamente avevo portato un atlante stradale che ci indicasse la strada, infatti per la stragrande maggioranza del tempo i malefici marchingegni elettronici a cui troppo spesso ci affidiamo non avevano segnale, lasciandoci completamente isolati nel bel mezzo del nulla, quella cartina molto minimal sarà la nostra unica bussola e fonte di sicurezza quando percorreremo tratti completamente deserti.


La prima tappa era studiata per percorrere il grande pezzo che ci separa dalla vera tratta panoramica del nostro viaggio. Oggi vogliamo raggiungere Mt Gambier, una cittadina a circa 500km a sud di Adelaide costruita ai piedi di un vulcano ormai estinto nel cui cratere si è formato un lago che a determinate ore del giorno presenta una colorazione azzurra intensa. 
Passiamo serenamente metà del tragitto a chiacchierare, prenderci in giro, ascoltando musica, canticchiando come degli idioti alcune delle canzoni che ci sipirano di più ed ammirando quei paesaggi immensi fatti di colline che si stendono fino all’orizzonte, nei quei tratti in cui il grano è maturo sembra quasi di percorrere la strada che porta in paradiso, circondati da un colore giallo dorato che arriva fin dove l’occhio si perde.





Quì un piccolo momento di delirio in auto


Purtroppo a metà strada avviene il cambio di guidatori, ormia mi stavo abituando all’idea di fotografare in modo spensierato e fare quattro chiacchiere con le ragazze dietro, senza dovermi curare della guida, ma infondo era giustò così, quando il servizio chiama c’è poco da fare ci scambiamo di auto con Elena e via vado al posto di guida della seconda auto…
Nella nuova postazione il clima è un po’ diverso, Giulio è crollato in un sonno profondo, mentre Alice e Jonas parlano tra loro di discorsi iniziati probabilmente ore prima. Io mi immergo nella musica che passa la radio ed ammiro quelle distese di alberi e vigneti disseminate in quei territori vastissimi. 
In alcuni punti si incontrano distese di pini piantati artificialmente, che purtroppo non ho fotografato, tutti in fila che si estendono maestosi. Mi riportano alla mente un flashback di un annetto fa, facendomi credere per un attimo che stessi nuovamente guidando tra i tratti di foresta che attraversammo in Germania nel mio viaggio precedente da Bologna fino ad Amsterdam con dei cari amici. Dopo una sessantina di chilometri il paesaggio cambia nuovamente e le indicazioni sembrano iniziare a segnalare la nostra meta sempre più vicina, Mt Gambier 100km, … 50km,  … 20km, … ci siamo.


La cittadina, di origini francesi, è abbastanza tranquilla, ci fermiamo ad un supermercato e ad un bottle shop. Compriamo della carne e qualcosa da bere, vogliamo un altro barbecue!
Cerciamo di capire dove fosse il nostro campeggio e dopo la ricerca disperata di qualche passante in quel posto semi deserto riusciamo finalmente a capire che è dopo il lago sulla cima del vulcano.
La strada imbocca una ripida salita che ci porta al cratere, da lì, la strada serpeggia all'estremità dei suoi bordi, diretti nel posto in cui passeremo la notte ammiriamo sulla nostra sinistra la maestosità di quell’enorme “buco” che lascia intravedere il suo interno granitico dove a metà l’acqua ne fa da padrona, regnando su ciò che un tempo era la tana del fuoco.
Mentre di sfuggita ammiro, con un occhio alla strada, quel paesaggio, cerco di immaginare come debba essere all’alba …

Arrivati nel nostro campeggio ci sistemiamo nei bungalow che avevamo prenotato. Ci arrangiamo in modo da sistemare anche Jonas e mentre le ragazze preparano un po’ la tavola noi andiamo a cuocere una quantità industriale di carne degna dei banchetti regali dei tempi dei rè scozzesi, siamo affamati!

L’accensione del barbecue è stata una piccola sorpresa, che un po’ ci ha fatto strizzare le chiappe. Le griglie erano lastre uniformi e costruite su un piano in cemento, e sotto di loro vi era solo un piccolo spazio  di una quindicina di centimetri d’altezza per raggiungere le valvole del gas. Attivato tutto, provo più volte da lontano a far partire la fiamma, ma l’interruttore elettronico non và, bene! Penso affamato e deciso a far partire quel coso il più presto possibile.
Mi avvicino cercando con un’accendino di dare fuoco a quel gas che lentamente usciva dal tubo sotto la griglia, nel modo più rapido possibile, ma niente.
La fame si fa sentire … spegniamo la valvola e diamo un’occhiata, tutto sembra ok … Decidiamo di riprovarci, chiedo ad Antonio di riaprire al minimo, cosciente del fatto che è meglio non prendere il fuoco alla leggera. Accendo la fiamma dell’accendino ed inizio ad avvicinarla all’erogatore, così che non appena fossi stato alla minima distanza indispensabile per far partire la combustione, il gas avrebbe fatto il resto.
La teoria mi sembrava giusta, il problema era stato il fatto che avevo sottovalutato il modo in cui quel barbecue era costruito. La piastra di ferro piatta sopra e la piccola imboccatura sotto facevano si che il gas rimanesse bloccato tra le due, creando una bella camera chiusa che in pochi secondi si riempì di gas. Mi abbasso un secondo per cercare di vedere dove fossero gli erogatori, scorgo il più vicino, purtroppo l’ultimo di tutto il tubo e quando finalmente il gas esce anche da quel piccolo forellino, il resto di quel piccolo spazio tra tubo e piastra era ormai pieno di gas. La fiamma del accendino inizia a muoversi per l’aria che esce dal piccolo foro ‘ok stà arrivando il gas’, penso. Appena noto che la fiammella è ormai innescata tiro fuori la mano, ‘abemus fuoco’, penso, osservando la fiamma che sola sbuca da quel piccolo buco nel tubo d’acciaio. Jonas ed Antonio osservavano pochi centimetri dietro di mè, quando ad un tratto la fiamma inizia ad espandersi rapidamente, dando fuoco al resto del gas intorno. Una fiammata sbuca veloce da quell’angusto spazio. Io, Tony, Jonae e Giulio facciamo un balzo in dietro e all’unisono esclamiamo
‘O fuck!. spaventati da quella reazione inattesa.
Dopo quel attimo la fiamma riprende la sua normale forma e tra due risate iniziamo a dare una pulita per piazzare la carne.

Dopo un po’ Elena ci raggiunge per cuocere anche un po’ di verdure, Giulio rivive l’esperienza dell’accensione di poco fa in prima persona, deve esserci qualcosa di difettoso in questi così ci diciamo. Elena si mette a cuocere le verdure, ustionandosi ancora una volta come ormai tradizione vuole.

Dopo cena, lo stomaco è pieno, e la stanchezza inizia a farsi sentire, sono ormai le tre, il tempo è volato. Propongo l’idea del lago all’alba, sapendo che avrei trovato pochi sostenitori, ma alla fine Giada Alice e Jonas decidono di venire anche loro. L’idea che la sveglia sarebbe stata da lì a neanche tre ore un po’ mi pesa, ma poi penso:
“Percho no! Infondo di tempo per dormire ne avrò, una volta tornato alla routine della vita quotidiana.”
Chiedo alle ragazze se gentilmente potevano svegliarmi la mattina, vista la mia incapacità di reagire a qualsiasi sveglia elettronica, ed andiamo a dormire.
 
La mattina dopo, o meglio dire dopo un paio d’ore, mi risveglio con Alice che già pronta con voce bassa continua a chiamarmi dalla porta della stanza dei ragazzi:
“Ricky! … Ricky! … Ricky!”
Continuava a sussurrare cercando di non svegliare gli altri. Non so da quanto tempo fosse lì, povera , ma la ringrazio per avermi regalato uno dei risvegli meno traumatici della mia vita, nonostante le poche ore di sonno ben visibili sul mio volto. Anche Jonas si sveglia appena si accorge che è ora, Giada è già fuori ad attenderci. Prendiamo l’auto e ci dirigiamo al lago.
Effettivamente, il lago di mattina era un’altra cosa. L’aria fresca, quasi fredda direi, il silenzio e l’acqua di un colore azzurro intenso che andava schiarendosi di minuti in minuto, fino ad assumere la definitiva colorazione azzurra intensa. Non era niente di paragonabile alla maestosità di vedere delle otarie o a quello che ancora ci aspettava nel viaggio, ma era una piacevole sorpresa, scoprire quella piccola meraviglia in una città scelta solo per dormire. Dopo un’oretta passata ad osservare il sole sorgere torniamo in auto e col sorriso torniamo a dormire. Sono ancora le 7, abbiamo un paio d’ore prima che gli altri si sveglino.



Ripresi i nostri averi e risistemati, andiamo a saldare il conto, facendo sgattaiolare Jonas fuori senza farlo vedere alla reception. Lui non aveva prenotato, essendosi aggiunto all’ultimo momento. Pensiamo bene che essendoci adattati ad usare otto letti per nove persone non fosse indispensabile rendere nota la sua presenza alla reception. Ancora una volta Alice ed Elena affrontano i pagamenti ed escono vittoriose con un conto per otto persone, viva gli italiani!
 


Facciamo un altro salto al lago per fare un altro paio di foto e ci rimettiamo in viaggio.

  




Questa volta la nostra sosta notturna sarà ad Apollo bay, sono circa due ore e mezzo di macchina da dove siamo ora, ce la possiamo prendere comoda e fermarci a vedere quello che la  parte sud del Victoria ha da offrire, stupende scogliere stile costa meridionale inglese, ma dal colore rossastro al posto del classico grigio calcareo. 
Le due cose più famose in assoluto sono nei pressi di Port Campbell, li vedremo i dodici apostoli, un nome romantico  dato a dei faraglioni che si ergono tra la scogliera e l’oceano ed il London bribge, con un po’ (molta) di fantasia, una copia naturale del famoso ponte che attraversa il Tamigi nel centro di Londra.

Consci di avere tutto il tempo del mondo ci fermiamo in una spiaggia che ci ispira, Jonas si unisce a me ed Antonio sin da subito all’idea di tuffarsi. L’acqua è gelida, ma il posto è magnifico, e meritava assolutamente il battesimo del fuoco con un tuffo in quelle acque, infatti dopo pochi minuti anche le ragazze e Giulio si tuffano senza troppe preoccupazioni. Ripensandoci ora non vorrei che gli altri ci avessero usati come cavie per vedere se si sopravviveva a quel tuffo o se qualche animale sconosciuto attendesse dei poveri sprovveduti che si buttassero in mare…
Quando il freddo dell’acqua inizia a far male torniamo al sole in spiaggia. Tra le varie chiacchiere ricordiamo che ormai è quasi Natale, ma in verità a noi sembra Giugno, e iniziamo a far viaggiare i ricordi del precedente Natale…




Ci rimettiamo in viaggio per rispettare la tabella di marcia, che mirava ad arrivare ai dodici apostoli per il tramonto. Per strada ci fermiamo nuovamente nei pressi di Port Fairy per mangiare la torta che le ragazze avevano tenuto per una tarda colazione.


Sulla spiaggia incontriamo un piccolo e vivacissimo Juck russel, non ricordo il suo nome inciso sulla medaglietta, ma ricordo che era veramente un gran bel cagnetto ed un gran rompi balle che veniva a scavare buche praticamente sotto di noi, prediligendo in particolar modo giochicchiare con Sara e scavare sotto il posto di Alice e tra le gambe di Antonio. Quel simpatico cagnetto ci terra compagnia per quell’oretta che ci soffermeremo a vedere il cielo che diventa ancora una volta grigio con le nuvole che si avvicinano dal mare. Poco prima di rimetterci in auto Marta, Sara e Giada decidono di dedicare la canzone preferita del nostro main driver Antonio con tanto di stacchetto. Lui dal canto suo interpreta la  parte del fico da “manuale”.


A Port Fairy ci fermiamo a mangiare del fish and chips in una specie di fast food poco fuori dal centro città. Marta, intanto, per la prima volta usa l’auto che Antonio aveva guidato ininterrottamente fino ad allora, per il breve tragitto necessario alla ricerca di una toilette per le ragazze. Antonio è un po’ titubante al pensiero di restare a mangiare mentre loro vanno in auto alla ricerca di un posto che la signora del locale ci aveva indicato con indicazioni alquanto superficiali. Ma alla finetutto manda giù quella  porzione di fish and chips che presentava una quantità spropositata di patatine e si tranquillizza.
Ogni tanto qualche scroscio di pioggi richiama l’attenzione e ci impensierisce, ma azzardo ancora una volta una previsione metereologica fatta ad occhio e mi convinco che ci sarà sole, non so se fosse la mia convinzione di guardare le nuvole, vedere dove andassero e cercare di interpretarle sulla base del puro istinto, o puro ottimismo, ma alla fine l’importante era che il sole apparve per davvero poco dopo.

Ci rimettiamo in viaggio dopo questa lunga sosta, e cerchiamo di imboccare la strada di Port Campbell chiedendo indicazioni ad un tizio che fuori casa sua era intento a tagliare il prato. Al ritorno Antonio sembra sconfortato, quel uomo gli aveva detto che non ce l’avremmo mai fatta ad arrivare alla nostra meta designata per dormire, Apollo bay, per tempo, la strada può essere trafficata e non troppo scorrevole.
Ma noi siamo fiduciosi e da lì, a Port Campbell inizia la Great ocean Road, quindi qualsiasi cosa accadrà, sarà un successone!