E’ Sabato, sono in biblioteca mentre ripenso al mio ex coinquilino Danny e a quello che ripeteva sempre quando si trovava come me a studiare anche nei giorni rossi del calendario, ripenso alla sua espressione “ I hate my life!”
Lo diceva in tono ironico, o per lo meno mi piace crederlo, però mi inquietava un po’ il fatto che lo dicesse sempre nello stesso identico modo stesso tono, stessa espressione… effettivamente sentivo la frustrazione quando le corde vocali grattavano sull’hate… ma mi piace continuare a credere fosse ironico.
Anche io quest’oggi mi sento ironico a ripensare all’ironia di un bel Sabato passato in Biblioteca a studiare filosofie di management su come fare business se ci si trova in una nazione differente, una cultura differente e così via. L’ironia che ti assale quando tutto gasato leggi la mail della prof che ha selezionato casualmente i gruppi e leggi la tua traccia,di un corso che ti piace, dove la prof ti entusiasma e hai proprio voglia di dedicarci del tempo su quel lavoro. L’ironia di aprire la traccia e leggerla: Immaginate di cambiare management di un azienda multinazionale che si sposta in una nazione nuova a voi sconosciuta, in cui non avete mai fatto business prima” .
Che figata! Penso.
Un po’ di divertimento con qualche stereotipo da appioppare ai malcapitati.
L’ironia del continuare a leggere la traccia e trovare la seguente frase: “la nazione per il vostro caso è l’Italia! “
Non ci credo! Mi strofino gli occhi e rileggo, forse è il gruppo sbagliato…controllo, ci spero ma … che sfiga, è quello giusto!
Ma cazzarola! Ma tra 170 nazioni che esistono al mondo proprio l’Italia mi doveva capitare?
Non ne posso più sentire del fatto di fare business in Italia! Che è il sistema giudiziario non funziona, che la burocrazia impegna 7 volte le risorse necessarie per fare business negli Stati Uniti, che la maggior parte delle aziende sono a gestione familiare e in scala gerachica… che palle! Le so già stè cose! Io che mi aspettavo una nazione figata, tipo che ne so Cuba, Brasile, Russia… L’ironia passa quando ripenso all’espressione di Danny, forse non era così ironico l’I hate my life…
Sconfortato dalla notizia che totalmente spegne il mio interesse per il lavoro ripongo l’entusiasmo nello zaino e tiro fuori altra roba da fare, aspettando che la notte mi faccia digerire la delusione e mi faccia vedere gli aspetti positivi dello studiare casa mia dall’Australia.
Via International (???) Management ! Nello zaino! Studio qualcos’altro.
Passo tutta la mattinata sui libri, oggi voglio essere produttivo, questa sera festa Hat & Shoes, voglio godermela senza rimorsi di coscienza.
Mi sono organizzato che alle 2.30 passa Tony e andiamo a cercare il cappello per pochi dollari, mi sparo il mio immancabile panino al tonno, oggi mi sono concesso due foglie di insalata, poi arriva ma prima di andare ci stà un caffè, solubile, gratis in facoltà!
Mentre sono preso nella contemplazione sulla solita brodaglia che cerco di decifrare da tempo per capire come faccia a chiamarsi legalmente caffè, Tony mi dice che i cappelli li prende Marta, noi dobbiamo andare a vedere i furgoncini per lo spring break, dobbiamo andare a Redfern.
Va bhè…andiamoci, che sarà mai?
Che sarà mai…queste parole me le devo dimenticare! Ogni volta che penso che sarà mai, è sempre qualcosa!
Redfern, rinomato quartiere nella prima periferia di Sydney, rinomato per non essere un bel posto dove stare … Ma che vuoi che sia mai, fino ad ora la delinquenza che ho visto a Sydney mi sembra quasi al livello della delinquenza che vedevo io alle scuole superiori. Figuriamoci, parlare di delinquenza a un’ italiano, che viene dal Sud per altro. Andiamo a Redfern!
La camminata è lunga e ovviamente c’è voluto un sacco per raggiungere la fatidica strada che doveva portarci al magico garage dei furgoncini, e tanto per puntualizzare … La strada si chiama George street, che è anche la strada principale di Sydney, quella che porta fino al ponte per precisare. Ma non è la stessa George street, ma non mi sorprendo più della fantasia australiana.
Infatti credo che la loro immaginazione sia prossima a quella che ha un cane quando scava una buca. Il perché è dato dal fatto che il ponte più famoso di Sydney si chiama Sydney Harbour, la bellissima Opera House, se ci pensate significa Teatro dell’opera ( o meglio casa), e ovviamente indovinate per cosa è stato creato. I quartieri a nord , sud o ovest si chiamano northern, southern , western Sydeny e così via… ringrazio che qualcosa porti ancora il suo antico nome aborigeno.
Non mi stupisco più se una strada periferica si chiama come la principale strada della città e non è neanche così distante … Un po’ come se a Bologna vi fossero 2 vie Zamboni, a Milano 2 Corsi Como, e perché no a Padova due caffè Pedrocchi, uno in centro e l’altro vicino la stazione… ma va bene lo stesso…
Attraversiamo Redfern. La prima impressione è che sia quasi un quartierino tranquillo.
Sottolineo la prima.
Dopo circa un paio di centinai di numeri civici la mia impressione cambia, e anche l’amosfera. Il rumore delle macchine si sente solo in lontananza, surclassato da quello di una cornacchia, che gracchia come un bambino di due anni che stà male. Per terra ci sono dei vetri e delle bottiglie rotte. Sembra quasi uno scorcio di un film stile “Io sono leggenda”. I cortiletti sono lasciati a se stessi, le recinzioni sono metalliche e un po’ rugginose. Per strada non si vede nessuno…mmm…sarà che è Sabato pomeriggio, mi rassicuro.
Dopo un altra centinai di numeri civici arriviamo di fronte a un parchetto, la strada si interrompe, nel parchetto ci sono dei bambini a giocare, due signore anziane e un vecchietto che fuma. Che bella scena, penso. Incuriositi dalle nostre voci e la nostra lingua non aussie, gli anziani si voltano, e i loro tratti sono completamente inassociabili ad alcuna zona del mondo. Hanno dei lineamenti strani, gli zigomi pronunciati e le guance concave, sono gli aborigeni! O meglio gli aborigeni che vivono in città, ma che non si sono integrati, mi verrà detto in seguito.
Io e Tony iniziamo a pensare che la situazione sia strana, attraversiamo il parchetto e siamo nuovamente in una strada, non sappiamo come si chiami, il palo c’è, ma il cartello…no…non vogliamo fermarci e fare gli smarriti, l’aria punge e la mia tensione sale.
Notiamo che i civici però continuano con la sequenza a cui li avevamo lasciati, dobbiamo essere ancora in George! Proseguiamo.
La zona è popolata, ci sono aborigeni ovunque, ma non sono come te li immagini, non hanno pitture bianche sul volto, non suonano quei cacchio di tubi che non capirò mai come si chiamano, concedetemi il mio nome, i digiridoo. Non sono mezzi nudi, con le lance e le frecce… sono solo trasandati. Stanno li seduti ti osservano bevono le loro birre alle 2 del pomeriggio e ti continuano ad osservare fumando.
Io e Tony ci sentiamo un po’ come cappuccetto rosso che aspetta che venga fuori il lupo, solo che al posto del bosco ci circonda a sinistra un palazzone alto e lungo, di cemento grigio-banco, con delle cose che penzolano dai finestroni più alti, a sinistra una serie di casette, coi giardini incolti, alcune con delle bici rotte, atre con poltrone, anche loro rotte, ma che trovano la loro utilità nel tenere i cancelli per i cassonetti del pattume aperti. Ogni tanto si vede qualche bambolotto appeso ad un albero o incastrato con la testa tra le staccionate o un paio scarpe da bambino consumate buttate su una recinzione, e delle tende giallognole che si vedo attraverso la finestra.
Un po’ macabro! Il tutto condito dalle cornacchie-voce di bambino che gracchiano.
“Wow! Sydney è anche questa”.
Ci diciamo in silenzio io e Tony , mentre cerchiamo di nascondere il fatto che un po’ ci stiamo cagando sotto.
Ad un tratto la situazione precipita. Vediamo un ragazzo che cammina per strada, fa due passi e cade in terra! Che?! Un mezzo pensiero di aiutarlo mi sfiora, poi noto una bottiglia che rotola, la prima bottiglia di qualcosa evidentemente alcolico che vedo per strada durante il giorno da quando sono a Sydney! Il tizio è ubriachissimo, ma un po’ come il buon vecchio Gennarino di Bologna penso bhà sarà un senzatetto! Dopo una manciata di numeri civici, un pub. Due ragazzi con i tratti che definirei originari australiani, per non ripetere il termine aborigeni ed essere accusato di pregiudizio. I due ragazzi notano un’ altra ragazza che viene giù da una via trasversale, e iniziano a farle domande, a chiederle cose, anche loro con la loro birretta in mano, ma ci stà penso! Sono le 2 magari sono in pausa pranzo e si fanno una birra!
Noto subito però che la ragazza si irrigidisce, e alza il passo, non risponde ai loro commenti e và avanti a passo svelto… un po’ ringrazio che non abbiano notato me e Tony, lui con la sua macchinetta, che scatterà pochissime foto quel giorno, e io con il mio zainetto in spalla. Sembrava quasi dicessimo, siamo turisti e siamo qui per cercare guai.
Superato anche il pub, la ciliegina sulla torta ci viene offerta da un ultima scena di guerriglia tra quartieri ( in senso ironico) una signora alta sul metro e quaranta cammina sul marciapiede e un ragazzo, a una decina di metri di distanza, le sbraita contro qualcosa agitando due bastoni che aveva tra le mani, a un certo punto le strilla forte, lei si gira e il ragazzo le lancia uno dei due bastoni, con una certa violenza. La donna con un po’ di fatica e un po’ di fortuna lo scansa. Ora scappa, ho pensato io, ma no! Gli corre incontro tirando fuori dalla tasca un qualcosa, un misto tra una catena, un nunchaku e la fionda di Davide contro Golia. La maneggia con una certa destrezza, se non fosse che nel corrergli incontro non vede la fine del marciapiede, e con poca grazia cade a terra, e siamo a due che vedo cadere oggi, penso. La caduta ci lascia sfuggire due ristare, che speriamo non siano state avvertite nel silenzio di quel posto, ma una donna cadere come un sacco di patate non la vedevo da tanto!
Comunque si rialza, e si dirige verso il ragazzo, che vedendosi armato di solo un altro bastone, tenta un secondo colpo, ma andando anche questo a vuoto, pensa bene di correre via. Per fortuna non nella nostra direzione.
Tony è tentato dal fare una foto, ma desiste. Proseguiamo a passo più svelto di prima verso la fine di quella strada che sembra interminabile.
Ci perdiamo nuovamente quando la strada si blocca, l’asfalto termina su un marciapiede rialzato con dentro la terra e una pila di alberi di una decina di metri…dove cazzo siamo?
Vediamo che la strada continua dopo questa lieve barriera, poi mi rendo conto che infondo, chi ci vuole andare lì in auto a parte chi ci vive?
Riprendiamo per la nuova strada, attraversata un po’ alla buona, qui il traffico c’e, e come, e le strisce pedonali?… penso che se le siano rubate i tizi di prima (cattiveria gratuita).
Notiamo che iniziano ad esserci capannoni industriali, e la cosa si fa rassicurante, le auto sono normali, non come le Ford modello T che erano parcheggiate ai bordi della strada appena passata.
Notiamo un capannone pieno di bambini, io e Tony azzardiamo una battuta, sul fatto che li stessero intrattenendo per ingrassarli e poi darli da mangiare alle persone del quartiere di prima (cattiveria gratuita numero 2).
“Una specie di Ansel e Gretel su scala industriale” sdrammatizziamo un po’ dopo aver attraversato quel posto con il cuore in gola.
Un po’ ripenso alle teorie studiate la mattina sul fare business in nuove culture, bhè forse in Redfern mangiare bambini non è interpretato così male!
Continuiamo la nostra camminata e finalmente vediamo i furgoncini che vogliamo affittare, capiamo che il posto è lì… Quale posto migliore per dei camioncini stile Hippy allestiti alla buona per fare viaggi di migliaia di chilometri e dormirci dentro…
Arriviamo al cancello, sono le 3 quasi, il cartello dice aperto tutti i giorni anche il Sabato fino alle 4.
Ottimo! Osserviamo l’entrata, la cerchiamo, ma lo sconforto ci assale quando ci rendiamo conto che non c’è entrata se non quel misero cancello serrato con lucchetto che chiaramente ci lascia intendere che sia il cartello, che il sito internet mentivano quando dicevano che erano aperti fino alle 4…
La strada del ritorno che decidiamo di fare è la stessa, ormai l’adrenalina ci piace, ed effettivamente ne provo un po’ quando un gruppo di ragazzi arriva in auto, anche questa una vecchia auto ma tamarrata… chi sa che avrebbe pensato Ford se gli avessero detto il tuo modello T mille “può essere di ogni colore purchè nero [cit.]”, ma basta che gli si possa montare un alettone e una minigonna…
Un ragazzo scende al volo e corre verso casa (spero), immagino vada a prendere un Uzi…gli altri ragazzi nell’auto ci fissano da veri “duri”, quello che guida azzarda anche un’inversione prima di accorgersi che ha lo sportello dell’amico ancora aperto, che pirla…lo chiude sporgendosi e con atteggiamento meno”duro” finisce l’inversione.
Il resto della camminata prosegue relativamente tranquilla, nessuno che cade per strada o che si insegue con i Nunchaku. Una sola cosa ci colpisce, un vecchietto sulla sua veranda, fuma ed è di pelle chiara, sembra Clint Eastwood nella scena di Gran Torino.
Speriamo non tiri fuori il fucile da caccia e ci minacci con un bel, “fuori dal mio giardino!”.
Sarebbe il colmo!
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